lunedì 29 dicembre 2008

berlino e bambino




ieri al cassiopeia vista la hall per gli allenamenti di skateboard, bimbi e adolescenti accompagnati dai genitori nell éx complesso industriale strapieno di graffiti e angoli, li lasciano li, dai 5 ai 15 anni nella stanzona con le strutture di legno, half pipe, ringhiere, salti tutto. al baretto noleggiano caschi e skates. e anche in giro per la cittä, tra i condomini parchi e parchetti con giochi molto belli. a proposito del bambino e la cittä. sono avanti.

venerdì 19 dicembre 2008

in carrozzella fino a roma

anni anni fa feci un annetto scarso di psicoterapia con uno psikiatra perchè....mi piaceva stare chiusa in casa mangiando a gattoni con la bocca da una scatoletta di tonno e rotto il telefono ringhiare contro chi mi venisse a cercare in particolare coloro i quali mi avevano commissionato lavori e volevano poi i loro maledetti lavori scritti con codici arroganze e misure che non potevo dare se non perdendo l'anima (cosa è l'espressionismo, vedi tu...) e dunque per riprendere posizione eretta andai per sbaglio da sto vecio psikio che mi dette una droga buonita che innaffiai di vini copiosi e anzi appena in piedi andai a niuyork tre splendide settimane coi miei amichetti e la mettemmo a soqquadro, sempre bagnando elopram nel vino. quando decisi di mettere fine a quella visita nello studio di cui nulla ricordo se non a) porta che si apre si chiude si apre doppia porta mai capito, chi non dovevo vedere???!! B) splendida conchiglia sbalzata bassorilevata oh poesia commovente di luce rosa salita dal mare ornata di sogno e finita laddentro!
insomma misi fine e non so se mi abbia o non abbia fatto algo ma quando gli dissi gentil dottor P io smetto non vedo senso e poi lei preferisce parlare di libri con me piuttosto che dei grandi lombrichi di dune che mi ravagliano il profondo egli impavonazzò e s'alterò e perse la sua grand borghese compostella e maledì:
è come voler andare a roma in carrozza quando hanno già inventato il treno
Ora dopo tanti anni penso, non era in fondo una vera maledizione, c'è una stancante poesia nel viaggio fuori tempo chissà questa è la vera avventura crto non sapevo che procurarsi una carrozzella con due ruote e un seggiolino e domare un sauroasinino potesse essere dura, il viaggio è lungo speriamo....

Roma

Poi dopo torino c’è stata pavia. La casa sta crollando, il pavimento si è piegato a schiena d’asino, le crepe nel muro allargano. L’appartamento sotto è disabitato così dalle sconnessure dell’asino soffiano lame di vento freddo. La stufa a gaz non regge la fiamma pilota e noi abbiamo freddo. Bisogna cambiare casa.
Piscina piscina piscina. Se nuoti tirando fin quando i pensieri ti scorrono via fino alla punta dei capelli e poi lungo la schiena li lasci indietro con qualche pelo e gocce di moccio alla fine tu mentre ti senti un fuso che galleggia e solca veloce, tu puoi vedere le visioni.
Poi sono partita. Roma.
In treno solo sonno solosonno e a tratti pagine dallo straniero da cui vedi che brizzi e lucarelli hanno fatto romanzi ambientati nelle nostre colonie d’allora, rimosso che bussa ed entra nella forma sovra individuale di coscienze sporche. E poi belle analisi su bologna. Bologna merda e analisi di poteri.
A roma ho un’amica di nove anni, ovvio che è la figlia di amici se no che senso avrebbe. È stato bello andare a comprare le sigarette per sua mamma da sole, lei ha perso il bottone dei pantaloni e così camminavamo con le mani in tasca, come due teddy girl due ragazze dure così mai viste per via è stato bello.
A roma ho visto la mostra del bellini perché lo desideravo moltissimo e facevo bene infatti i quattro angeli che lo sorreggono, o la pelle candida tirata in croce contro un cielo di azzurro e rosa lontano, o piangono madonna e giovanni a fianco di lui ormai rapito o ancora i vecchi con gli occhi saettanti contro te che guardi e non capisci quanto l’infante…bello!!!!!!!!!!!! E che altro? Come può essere così bella roma, è davvero la più bella delle città del mondo.
A me è piaciuto andare alla scuola di marco, scuola d’italiano per rifugiati politici e stranieri, a vedere la lezione e poi a capire che devo tornare per parlare con marco del metodo e del modo, di come usare la chiave montessori e l’organizzazione del lavoro perché vedi c’era un cerchio di trenta persone e solo tre donne, da ogni parte e le parti sono: Afganistan, bangladesh, Kurdistan, sudan, eritrea, somalia, tibet e perdono per chi non so, e si viene da lontano con difficoltà per bere il tè e poi faticare qualche ora a imparare la lingua del paese dove sei ora e si sa che per imparare ci vanno certe condizioni, per imparare presto e bene, non seme secco ma fecondo ci vuole un metodo e un luogo e anche un sentimento ma ci va sapere per allestire tutto questo a fare la scuola come scuola positiva.
Quindi prima si fa un cerchio e poi due giochi un gioco è con le mani che passi veloce il battito nel cerchio, un altro gioco e andare avanti a balzi verso il centro per la caccia al leone e non credere che gli uomini che dall’alba strappano alla vita il permesso di venire alla scuola a imparare non gli serva dieci minuti giocare dato che ciò crea un’armonia e un benessere con chi ti circonda poi nel lavoro che acquieta la tempesta rumorosa che fa il bisogno nelle orecchie altrimenti col ruggito nelle orecchie della necessità come faresti ad ascoltare le cose nuove che devi imparare. Dopo i giochi ci sono delle canzoni, quattro cnque cantano brevemente un pezzo di canto nella loro lingua, poi questa poesia finisce e ci si siede e ci danno una poesia, un albero nudo fuori dalla mia finestra solitario alza nel cielo freddo i suoi rami marroni e il vento forte, la neve il gelo non possono ferirlo e poi la poesia prosegue e molto e molto ci abbiamo sudato il maestro conduceva e tutti chi sa una parola chi dieci chi venti chi nulla si è fatta questa fatica di vita alla fine la sapevamo pure a memoria e imparo che ci devo tornare quando non è prossimo il natale e si dividono in gruppi e oltre a questo lavoro c’è quello coi materiali e mi conviene intervistare marco confrontare poi le mie rilevazioni sui bimbi che a leggere e scrivere non sanno cogli stranieri che anche loro per altri motivi non sanno e a gennaio sarà roma ancora
Poi mi è piaciuto tanto perdermi in motorino con ludo, lui pure è venuto a orma da una settimana ci vivrà per un anno ma intanto lui ha il motorino ma non la mappa della città quindi abbiamo iniziato a viaggiare sembrava semplice dovevamo arrivare a piazza bologna invece ci siamo persi viaggiando viaggiando per la città e vedere mura palazzi monumenti negozi shocking il giro di piazza del popolo fitta al centro di bacarelle nell’anello intorno umido e foglie sotto un cielo d’inverno che punzonano le lucine della capitale e poi i vialoni e tutto che bello.
E poi una presentazione di libro il libro e Uomini e caporali ti racconta che in puglia ci sono i campi di lavoro e ci muiono i giovani polacchi e altri schiavi nella terra di nessuno raccolgono il frutto della terra che non è più italia né terra di legge diventa la terra di nessuno anzi no del padrone e portano colà sti polacchi prigionieri e un leggendario console onorario smaschera al momento e l’inchiesta cara gente a quanto pare ci vuole basta

PS torino

A torino ho scoperto come si usa face book perché E. è sotto e ci sta appiccicato. Ho scoperto che un professore di scuola se vince un dottorato fa il dottorato ma prende lo stipendio dallo stato come se insegnasse. Ho scoperto che gli allievi di chomski hanno la deriva a destra perché l’innatismo diventa genetismo e pensano che tu sei criminal e tu sei intelligente e basta, non è che da lì proseguono. Ho scoperto che se uno aspetta un figlio ha così paura del mondo e di ciò che comporta che preferisce non leggere i consigli dei libertari e dei giusti se no poi vedi che costa troppo fare come cuore e giustizia comanda. Ho scoperto che c’è un libro tradotto Tuo figlio è un genio che è una specie di bigino sulle scoperte della neuroscienza sulla mente del bambino. Ho scoperto che gli scienziati dopo lungo e dotto riflettere dicono: anche le emozioni c’entrano nei processi cognitivi (!!!!!!!!!). Ma sono difficili da misurare quindi non sanno come fronteggiare scientificamente questa scoperta di peso (ahahahahah). Ho scoperto che con E possiamo non vederci per 10 anni e ci si ritrova con agio. Ho scoperto che ancora ho i blocchi di quando eravamo giovani e che mi farebbe bene fare bioenergetica o una terapia. Ho scoperto che a torino la vita costa poco e ci sono ristoranti giappi col menu 7.90, buoni. Che torino mi garba. Che la fidanzata di gipi è quella di LMDM. Che è facile rimanere sotto a face book. Che E adora fare tante cose e conoscere le celebrities e relazionarsi a loro ma che ciò non è male, anzi.
Che se guardi il ponte ai murazzi sembra proprio che faccia degli archi congiunti, sopra e sotto, un anello mezzo fuori e dentro l’acqua, un effetto amplificato dai lampioni appesi sotto la volta degli archi del ponte e ti puoi perdere a osservare questa fantasia, come se la barca per passare s’inanella nell’asola di pietra mezza affogata e un uomo con le scarpe di piombo cammina tutto il giro a testa in giù sul tetto, coll’acqua a mezza gamba giù, che l’inverno è umido e larga la via, cade la foglia e pur tuttavia….

torino 2

Gipi in televisione ha detto: Eravamo giovani ed eravamo soli, non bisogna lasciare soli i giovani.
Questo ricordo, questo so, della grande indecifrabile incertezza che mi ha lasciato quell’amore fondativo, questo posso dirlo: eravamo soli, non abbiamo trovato un maestro, un adulto, una zia, un cognato, che ci tendesse una mano a un certo punto. Ma so che abbiamo peccato tanto di autocommiserazione e quindi la smetto.
Del resto a drogarsi come disperati, a impazzire sui libri sui quadri e sull’alcool puro siamo stati noi, noi non abbiamo lasciato il collegio per andare a bologna o a roma e così è.
Adesso invece?
Adesso beviamo pastis in un localino di torino pieno di bella gente, attaccato al muro c’è un culetto rosa con un ditino curioso che cerca, gli avventori sono ebbri brillanti e amichevoli e le avventrici ancora di più, noi beviamo pastis e ci riappropriamo dei ricordi che per anni sono stati lassotto. Di colpo realizzo che quando nei trentanni mi sono tanta vantata di reggere ogni cosa, tuti i tipi di winedrugandwalk, è perché mi ero ben allenata. Bevendo e giocando al margot di Torino, ho ricordato di essere collassata in una pozzanghera in via melchiorre gioia cercando di arrivare al leonka; in un bar di amsterdamm dopo aver ordinato un bapao, uscita e stramazzata per via; dentro l’installazione di dubuffet al beaubourg di parigi; in una catapecchia di loschi bevitori d’oppio sulle montagne dell’atlante in marocco; in vari angoli di pavia e di brescia e di milano. Bello.
E poi che ho fatto a torino quella poetica notte in cui h rivisto D. eravamo lievi e contenti, abbiamo discusso malamente sulle femmine e i maschi, sul calcolo e l’opportunismo; abbiamo parlato dei neri dei sogni della politica tutta, abbiamo ballato nei locali dei murazzi come forsennati (io che non ballo mai mai) e poi nell’università occupata ancora aperta alle tre di notte. Mentre arringavo sull’infanzia e le donne, sull’umile combattere dell’educazione libera per i piccoli il muro era tappezzato di cartelli «scuole e nidi d’infanzia»; mentre attraversavamo la piazza di palazzo madama e ci spiegavamo la crisi economica abbiamo visto sulla statua egizia, grande blocco nero lucido, lui egizio seduto perfetto sul trono, qualcuno ha appiccicato un cartello a righe geometriche di pennarello con scrito CRISI. Ci siamo accompagnati un paio di volte a casa senza riuscire a smettere, alla fine una pizza da ciro pizza e birra alle 4emezza con la ragazzina che serve che mi fa “signora lasci, ci penso io”, mentre cerco di raccattare frammenti di pizza dal tavolino bisunto per lasciarlo pulito. Allora ho capito che dovevo andare a dormire. E poi abbiamo palrato di tutto, di gente che non ricordavo più di mario cristina di cui D si innamorò perdutamente ed era bello e dannato come un angelo ma cretino me lo ricordo; di luca celardo il nostro amico di narconarchia da giovani che poi è diventato un grande fisico; di come il fatto di essere schiodati e col rigetto borghese ti fa così e non come silvia che ora è a niu york con la borsa di studio mentre io so stata a scampia e a scavare cacca nell’agro ma mi sentivo felice e confusa e poi sono andata a letto e poi si vedrà. Nottetorino.

domenica 7 dicembre 2008

canna

a proposito della Fille. La violenza del padre nella chiusura della casa. Notizie e notizie di donne sepolte vive, sequestrate e violentate per decenni, frontiera dell'orrore il bunker sotto casa, l'interrato atomico, mononucleare, l'orco colpisce ovunque alcune volte con maggiore evidenza, l'incesto forse nel bosco anche quello, appartamento d'estate il pomeriggio un giovane uomo curioso del corpo, dell'odore di notte, frustrato nella sua giovinezza dal dramma storico del loro matrimonio, nudo per prendere il bagno sente vicina la Bambina, entra guarda, il bitorzolo rossastro, una salsiccia rosa pelosa galleggia nella vasca da bagno: davvero? poi i momenti chissà come sono montati, cosa ne è di un istante occupato nello spazio, quando faranno i televisori adatti potremo comunque il titolo di questo è canna
essere corteggiata da una donna risveglia l'istinto predatorio della giovinezza sepolta, così facile preda del meccanismo nel tenerla alla larga rigusti il sangue della disputazione amorosoa dove chi non vuole tiene il pugno, che senso dare a questo mutare
problema principale del fumetto: parlare di droga fa venire voglia di droga, vita senza infingimenti, inedia piuttosto di forma culturale, ma comunque fame

girls

da quando una settimana fa ho visto lo spettacolo di Marta Gilmore, La strada ferrata, ci penso spesso. erano due figure di donna indimenticabili. anzi non donne, ragazzine. se la donna è il buco nero del dicibile, se è l'assenza che ti si annida bruciante proprio nelle viscere ed è in questa assenza presentissima l'inafferabile anello tra universale e singolo, proprio lì dove non è, allora la ragazzina ancora di più. lei rimane sul bilico di tante soglie, lei pencola sulla bocca di più trappole ed è preda di ogni carnefice, è l'assassina di più ordini, la ragassassina, povera unica che me ne frega lo dico farfalla, libellula, allodola, signorina e zoccola, sublimissima signora ragazzina. Grazi a marta e alle sue straordinarie attrici, la strada ferratadovrebbe girare molto in italia se ci fosse senso.
ieri pomeriggio festa ai sette palazzi (cfr.www.mammut.org), che vuol dire ai piedi dei condomini altissimi un praticello tra la strada e il nulla strappato all'abbandono e curato per mesi di paziente presenza, di servizio ai bambini. hanno costruito l'ottavo palazzo, una casetta di legno con lo scivolo e aggiustato lo spiazzetto di cemento dove prima si andavano a bucare, mettendo due canestri e disegnando il murale. c'era la festa,il vento freddo, la musica e un pò di gente da napoli, alcuni bimbi, pochi del rione perchè si vergognano quando ci sono estranei. la vita di allora, la vita degli anni passati quotidianamente tra quei palazzi, con quei bimbe e bimbe mi prende alla gola e mi lacera ancora. soprattutto quando la musica è stata alzata a palla e sullo spiazzetto due ragazzine hanno preso a ballare. pantaloni a vita bassa, il body che tira e scopre un poco di pancia , il maglioncino ridotto a un fascia sul seno, e loro due serissime, senza sincro, concentrate hanno rifatto i passi di britney, di jennifer di chi vuoi tu, ancheggiando offrendo mani braccia e culetto a un'immagine di sè che puoi solo cadere in ginocchio qui e ora e pregare per loro.

mercoledì 3 dicembre 2008

aggiornamenti

domani presentiamo il fumetto sulla coca che ha scritto braucci in una scuola di napoli. non ho niente da dire al proposito. invece dico che il fumetto di gipi LMVDM è bellissimo, vedi articolo di fofi sull'ultimo straniero. lunedì sono andata a correre sul lungomare, le onde erano altissime e via caracciolo era bagnata di acqua salata, il vento fortissimo spazzava via lo smog e la città era splendente. ho quasi finito di leggere Educare a essere di Rebeca west, un testo fondamentale sull'educazione attiva che fa sognare e un poco sgomenta, perchè se è possibile nella valle di tumbaco, ecuador, lo è molto meno in italia, in qualsiasi sua valle. Poi ho attaccato Il sogno di una scuola della Tornesello, un mattone serissimo e prezioso sui movementi di rinnovamento della scuola dal 67 al 77. vedremo.
martedì ho intervistato ciro minichini sulla sua ricerca di didattica della scienza e appena sbobino metto su una parte. l'8 consegnamo il lavoro di inchiesta sull'agro aversano e comincia un altro capitolo della vita. dal 25 al 30 andiamo a berlino. ciao

sabato 29 novembre 2008

una notte

“Io mi ricordo il rumore delle parole. I capannelli di persone. Venivano da tutti i paesi qui. E ora? Vedi? Nulla. I paesi muoiono quando questi posti finiscono. Qui ci incontravamo e ci mischiavamo. Quelli di noi che non studiavano e già cominciavano a lavorare con quelli che andavano all'università. Quelli che si facevano di eroina e i buoni guaglioni. Quelli che poi sono rimasti uguali e quelli che sono diventati complici e corrotti. Quelli che sono andati via negli anni ottanta e novanta per il lavoro o perché non potevi mica marcirci qui e quelli che sono restati. Ora c'è un vuoto insopportabile. È la piazza che manca"

come un uomo sulla terra

mercoledì 19, dieci giorni fa ho visto un documentario che consiglio a tutt da allora di cercare e di vedere. anzi di invitare nella propria città a presentarsi, accompagnato da due dei suoi realizzatori il signor dagmar e il signor marco. a parte le confidenze è un'opera speciale dove non c'è il giornalista che denuncia l'ingiustizia e mostra l'orrore, ci sono le persone, gli uomini e le donne che hanno vissuto l'avventura dolorosa e spietata, che tanto li ha segnati che decidono di compartecipare la verità e la testimonianza. e che in un luogo loro, la casa in esilio che può diventare una scuola condotta con amore, decidono di raccontare cosa hanno passato per venire dall'eritrea all'italia, scontando anni di carcere e violenza nelle prigioni libiche. ma il film si racconta difficilmente perchè passa tutto, la storia della colonizzazione, la pastasciutta a roma, il viaggio in container verso la follia, la traversata del mare. di tutto. con una voce pacata e così umana da capire davvero qualcosa. quindi chiunque dovrebbe darsi da fare e invitare questi nella propria città a presentare il film e ci vadano le cooperative che lavorano coi migranti, le scuole d'italiano, i cittadini e cittadine. presto andrò a visitare la scuola di asinitas, marco e cecilia che l'hanno fondata li conosco ma la scuola no. il sito, ancora incompleta but nice è asinitas.org

ricominciare

di nuovo ricominciare. sono circa vent'anni che accumulo quaderni su cui non c'è scritto altro che "tieni un diario". evidentemento un blog non sarà altro che una serie di post che dicono: da adesso tengo il blog. Oppure chissà davvero il medium fa il monaco ed io cambierò....eh. vuol dire un mese e mezzo che non aggiorno e vuol dire una fettina considerevole del mio labile fuggente anno sabbatico. Pensare che da allora io fui a bologna, per il convegno sull'avventura di hamelin. e poi fui a ravenna per il premio Lo Straniero. E poi a Pistoia - solo una sera - per la presentazione del libro di giacopini curata da nicola ruganti. E poi a Modena, solo un giorno, ospite di gigi a fantasticare dell'ostico corso formazione formatori. e poi una settimana a bologna a finire il pezzo con gianluca. E poi a Napoli qualche dì a riprendere la vita con la mia città. e poi a intervistare grazia fresco di nuovo a castellanza. a sentire arno stern a varese. a festeggiare il compleanno di mamma a varese. a fare il prelievo del sangue e ritirare il passaporto a pavia. e poi di nuovo a napoli a casetta a pulire e a riprendere il mlefico invincibile interminabile agro aversano. così dovrei tenere un diario

venerdì 17 ottobre 2008

Capodim

Bosco. Le zone umide, odorose, le puzze a tratti. I prati soleggiati, le erbe, il sole che purifica. e i viali ombreggiati. In certe zone più nascoste sicuramente s'incontrano per...non so credo di aver sentito una volta l'odore di sperma, ogni tanto fazzolettini a terra e un paio di volte uomini che salutavano rapidi. è pur sempre la città, anche qui ci saranno costumi impliciti che non vedo, pertinenze. e mentre insisto e insisto, spezzo il fiato lo riperdo cammino riparto insisto, vedo il bosco. Quello della bella addormentata, dell'isterica, signori, di questo animale caleidoscopio, la djuna barnes l'isterica addormentata nel bosco dei sentieri intrecciati, delle connesse pulsioni. Il bosco della putrefazione anche cioè della guerra, come quando una sera alla Vernavola correvo che già finiva il crepuscolo, dieci minuti in cui saliva come acqua lo scuro, si perdevano davanti ai piedi i particolari del terreno e tra un albero e l'altro, ai lati, si faceva nero. lei correva sempre più veloce perchè presto aveva sentito smuoversi come serpi sotto il tappeto di foglie. scheletri di soldati, sdraiati supini coll'elemetto in capo, e il braccio teso per afferrarle il tallone, erano scheletri di soldati che volevano afferarle i piedi e trascinarla in terra a condividere la festa dei vermi, l'ebbrezza panica, e storica.
Tornando verso l'uscita una coppia giovanissima spingeva un passeggino ridicolo, rosa, alto con tettuccio e pure la girandola, seduta su questa pretenziosa portantina la bimbetta era stata vestita come un giocattolo, tutta in rosa, con la fascia le mollette e il ciuffetto, calzata e ricoperta di tanti abitucci lucidi di lusso. e mi chiedevo lei stupefatta come inquadrava il mondo da quella prospettiva, come gli si presentava da sotto quel baldacchino che pareva circo e pubblicità assieme, piccolina.
Il richiamo del bosco, al sesso, al complicato inconscio, alla violenza.

verso il bosco

vado a correre al bosco di capodimonte. il polmone della città come il mio, un'ora al bosco e puoi sopportare la cattività di cemento. scendo già in tuta e felpa, prendo il bus a piazza dante e scendo lassù. poi corro.
non mi porto nè libro nè giornale, non mi porto nulla e durante il viaggo guardo lo spettacolo. L'ultima volta c'era una vecchina, vestita di nero, secca, ero seduta dietro di lei. a una fermata sale un'altra donna anche lei anziana, mi alzo al volo, siede lei e iniziano a parlare, si conoscevano. la prima vecchina parla e ha una voce sottilissima pigolante, presto mezzo orecchio e sento nominare il papa, la messa, i vicini di casa. vecchi.
Poi salgono una mamma e un bimbo, con zainetto e grembiule, una testina tonda e gli occhi grandi. stanno di fianco a me, il bimbo inizia a raccontare, dice che x si è seduto accanto a lui oggi ma lui si è spostato. bravo dice la mamma. lui continua a raccontare, la madre mi guarda, non vuole che nessuno senta le innocenti delazioni, si spostano un poco e lei sta col mento sul collo, chinata su di lui che accanto parla. e vedo due cose, la madre che vive l'infanzia, le donne coi figli mi dico, quanta infanzia nella vita coi figli. e le abitudini i legami oscuri la potenza insomma del plagio perchè lui racconta mi dico e in qualcosa sempre la vorrà compiacere, lei su quei racconti vede proiettata la sua fantasmagoria, mi dico se gli insegna il disprezzo per un altro, la superiorità, anche la malignità magari.
poi è salita una che sembrava uno, riconosco benissimo quel sembrare un ragazzino, le donne noi donne che possiamo a 40 anni sembrare un ragazzino quando metti i jeans il giubbotto lo zaino e i capelli corti, e penso alla diversità, a come bisogna lasciare adesso che esplode si apre si cambia adesso è più difficile contestare questa diversità, qualsiasi, quante sfumature che follia insistere ancora per ricacciare in gola il rompete di righe. poi il Bosco.

Recensione a La classe

«Divertentissimo» non direi, non di certo come prima chiave. E mi chiedo anche quanti siano gli studenti che, come dice la copertina Einaudi de La classe, hanno «riso fino alle lacrime». Perché non si tratta di un libro facile, che divori e ti ci rispecchi, e soprattutto i ragazzi e le ragazze di cui parla avrebbero belle difficoltà ad accedervi proprio linguisticamente. Le prime pagine sono addirittura ostiche, con il loro andamento fratto e l’abuso di impliciti. Poi ci si abitua al genere e si prosegue con agilità. Ma non ha niente a che vedere con una tradizione che va da Ex cathedra alle Mastrocola, con le macchiette, i dialoghi spiritosi, l’assurdo della vita d’istituto trattato bonariamente perché i ragazzi non lo sanno ma noi sì, che la vita è diversa ed è fuori, qua dentro si è ancora al riparo, ancora protetti.
Nel libro di Bégaudeau la rappresentazione è trattata più seriamente. Il vincolo rigido dell’unità di luogo, tutto dentro i muri dell’istituto,è spia della tensione formale che si pone come la vera cifra del libro. Certo racconta davvero la vita in classe, e l’autore, si sente, è stato a scuola con il calepino alla mano, registrando fedelmente battute, situazioni, episodi. Si sente, come si sentiva ne Il Sopravvissuto di Scurati, l’esperienza diretta dello scrittore: non potrebbero sapere altrimenti come ci si trovi a macinare simili azioni e stati d’animo. Solo che poi, in secondo grado, Bégaudeau si è messo a lavorare e rilavorare quel materiale, caricandolo stilisticamente finché la rappresentazione realistica si è torta espressionisticamente, rifiutandosi a qualsiasi assunzione facile consolatoria umoristica. E comportando un certo grado di disagio per il lettore, provocandolo a tentare le analisi e le riflessioni che nel libro, per quanto ovviamente scritto da una posizione critica tanto implicita quanto precisa, sono accuratamente omesse. Voilà un oggetto letterario che obbliga a riflettere e dire qualcosa sulla scuola, e questa è la radice reale del dibattito mediatico sollevato tanto in Italia che in Francia dal libro.

Il personaggio professore dal cui pdv è raccontato l’anno non ha dunque nessuna immediata rispondenza intimistica, non è fatto né per portare un messaggio né per l’identificazione, è una figura perfettamente presa entre les murs. Leggendo le prime sforzate pagine del libro, come sono sforzati gli inizi di tutti gli anni scolastici, potrebbe capitare a qualcuno che insegni di domandarsi che fine abbia fatto tutto il resto, l’altalena di abbattimento ed esaltazione, i momenti infami, va bene, e quelli luminosi pure, però. Oppure il dopo: l’attonimento, il rovello, la rimenata e da lì l’arrabattarsi pomeridiano più o meno fecondo per inventarsi altri modi. Lo studio, lo scazzo, i cartelloni, la porta chiusa alle spalle e salviamo assieme il salvabile. Poi magari continua a leggere, si ricorda, capisce che infatti è così né c’è da chiedere altro al libro quando nettamente ha disegnato la posizione: dentro i muri, in quegli spazi, in quelle forme, con quella struttura e quell’apparato alla fine tutto comunque viene tritato. (Alcuni ripensano alle volte in cui la lezione preparata, i materiali portati fino a quella scuola di merda non sono serviti a niente, le buone intenzioni spazzate da una giornata nera, nel delirio di incomunicabilità e irritazioni quando «i muri si sono avvicinati troppo e ci hanno stritolato» oppure quando, avendo pure dormito poco, la più frontale e ardua delle lezioni ha lasciato che «si aprissero cieli su cieli su cieli», e così è la vita). Perché così è davvero la scuola.

C’è poi da chiedersi se possano riconoscerla tutti i docenti disponibili a farlo o se, tra questi, soltanto quelli che abbiano lavorato nell’equivalente nostrano delle ZEP, le Zone d’Èducation Prioritaire in cui è compreso il collège del libro. In Italia si chiamano “Aree a rischio, a forte processo immigratorio e contro l’emarginazione scolastica”. Stanno tanto al Nord che al Sud, quasi sempre in periferia, con più problemi di immigrazione al nord e più di dispersione scolastica al sud. Non tutti gli istituti che hanno, come si dice in gergo, “platee” così difficili adottano il regime di area a rischio, perché comporta finanziamenti eccezionali nel quadro dell’autonomia ma a fronte di maggiore impegno dei docenti. È pieno di scuole medie e professionali che sono in “aree a rischio” ma non sono dichiarati tali; chi ne abbia esperienza troverà, volendo, baleni d’incontestabile identificazione con le pagine di Bégaudeau.
L’indice linguistico è sempre rivelatorio: lasciamo da parte chi è appena arrivato da lontano e la qualità d’accoglienza che potrebbe trovare qui, ma per il resto è così. Cosa vuol dire aiuola, tondeggiate, rischioso, irriducibile, finanziario? Acqua che scappa fra le dita, un mondo intero che si allontana rapidissimo fuori dalle finestre e ci lascia chiusi tra questi muri, a sbattersi tra i banchi, chi sgomento perché è troppo, chi incazzato perché che cazzo volete la vita la vita, chi fissa nello specchietto la freschezza splendida in cui sta sbocciando proprio adesso. Per chi sono fatti questi libri, di cui uno scarso 20% è decifrabile dai loro destinatari? Per chi sono fatte questa stanze luride e queste sei ore seduti? I vulcani, le centrali termoelettriche, l’indicativo, Mozart, le risorse naturali, la monarchia e la costituzione, il colonialismo la guerra fredda i numeri immaginari, apparecchiato così il sontuoso banchetto invita solo le arpie, spiccato il volo dal tetto dei palazzoni, a entrare dalla finestra e scagazzarci sopra. Merda alla merda, pensano i più svegli, prima di essere sospesi.

Su un settimanale femminile si legge che 200 alunni di un liceo del centro di Milano hanno assistito all’Anteo alla proiezione in anteprima del film di Cantet tratta da La classe e pare, ché non bisogna mai fidarsi dei referti giornalistici, se lo siano bevuto in silenzio totale, salvo poi trovare inammissibili gli atteggiamenti indisciplinati e aggressivi dei loro coetanei nonché lassista il professore. Gli adolescenti di un liceo di centro città possono essere in media straordinariamente conformisti, freschissimi, brillanti, a tratti anche dissacratori ma pure ciechi di un’abbagliante cecità, strutturata insidiosamente da un disagio del benessere, umano e cognitivo, molto più difficile da cogliere di quello dei fetentoni analfabeti di periferia, come mostra il libro tanto ben scritto quanto inutile di Andrea Bajani. Aggrappati ai loro paraocchi, come fanno le famiglie e come fanno i loro insegnanti. I quali in Francia almeno, si legge in rete, sono stati chiamati in televisione e sui giornali a decine, per dire che pensano del libro. E c’è stato chi sputava fiele, chi correggeva cauto, pochissimi che dicevano: rimanda al vero. In questo si crede che ci sarebbero poche differenze, tra i due Paesi.
Allora passi per le professoresse di Liceo ma tutti quelli che insegnano alle medie, da Rozzano a Bari vecchia, perché non dichiarano che ogni giorno è un fallimento, un equilibrismo sul filo dell’insensatezza? Di cosa si ha paura, che improvvisamente la scuola si smaterializzi come una piramide immensa e lasci un vuoto pneumatico che ci inghiotta tutti? Che milioni di ragazzini si riversino per strada senza più controllo né educazione, ponendo fine al progresso? Di guardarsi allo specchio e non riconoscersi più? I media martellano: è finito il prestigio, il ruolo, il mandato sociale, l’istruzione di massa è fallita, non siete pagati nulla e disprezzati da tutti, il sapere il mercato l’informatica. Categoria eterogenea e frammentata, i più organizzati interessati a tutto, dal giorno libero al voto decimale, dall’incentivo flessibilità ai punti per le zone di montagna, tranne che alla questione pedagogica vera cioè il problema culturale ossia politico della crisi. Negare sempre. Il registro in ordine.
Peraltro non sono così tremendi i professori rappresentati ne “La classe”, goffi sì, approssimativi, incerti, umanamente stravolti e perplessi per come devono incastrasi nel meccanismo con quelle vite incandescenti. Ma comunque giovani in media, non assenteisti né prepotenti né crassamente ignoranti. Nel grande carrozzone, da noi in Italia, non solo puoi incontrare qualcuno molto diverso da te che fa decorosamente il suo lavoro, puoi incrociare il diametralmente opposto che insulta il mestiere, persone ripugnanti, anche violente, scoppiate, mafiose, pesantemente disturbate. Sempre in ambito ZEP immagino, dove nessun genitore ha i mezzi o l’ardire di venire a domandare che cavolo sta facendo lei, che viene un giorno sì e uno no e detta soltanto. Un insegnante magari legge Bégaudeau e si chiede se la grande Francia e l’Èducation National siano state salde nel reclutare il personale, salvaguardando un livello minimo di decoro. Del resto si vede nel libro: hanno i consulenti pedagogici, gli esperti di orientamento, un’amministrazione non del tutto impazzita. Poi va a chiedere a chi ci sta e pare che forse no, non proprio, pure là un disastro. Però neanche come qua dove quelli che più se lo sentirebbero come vocazione e ambizione sono gli ultimi a sperare di entrare nella scuola, con decine di migliaia di precari sindacalizzati davanti e il di dietro sulle sedie delle sics siss sicsi, a rifare l’analisi del testo o la termodinamica, senza un laboratorio, un seminario, una discussione di gruppo, un tirocinio reale. Addestrati allo slang della programmazione, al pedagogismo buffonesco che vorrebbe far distinguere caratteri neri e caratteri blu, al burocratese.
Ne La classe manca ad esempio un tipo particolare di docente da Area a rischio. Tutti più o meno hanno “problemi di disciplina”, si beccano l’insulto, l’affronto o la rissa in aula. Tranne quello o quella dotati di una sorta di carisma nero, un talento innato che ti fa ripensare oscuramente ai procedimenti di destituzione dell’umano nella fenomenologia del Campo nazista (scherzo). Anche gli allievi più vivaci, figuriamoci gli altri, si smorzano, perdono voce e diventano straccetti pallidi, seduti e innaturalmente chini sul foglio a quadretti, fanno finalmente la classe. Non si riesce a definire che gelo, che disprezzo inarrivabile o che distanza radicale emani da tale professore, dato che non è mai un grande studioso o una vera personalità morale. Con tutto ciò a fine giornata non ne escono meglio dei colleghi, non sono meno logorati o affranti dall’insensato, i loro alunni non apprendono più di chi lavora sodo in mezzo al casino, investendo però sulla relazione. Con uguale amarezza chiedono il trasferimento dopo qualche anno.
Chi è disposto può riconoscere dunque nel libro francese l’inadeguatezza che hanno raggiunto nella scuola la vita e il senso, le parole e le cose. Bruciante. In un flash rivedi le scale, le grate alle finestre, la mattina imperturbabile di fuori mentre schiumi di rabbia trascinando Daniele, che ciondola insaccato nella tuta, fino in presidenza e nello stesso momento ti sdoppi e maledici, pupazzi coatti del meccanismo. E anche lui lo sa, che non accadrà niente, che non cambierà nulla né per la scuola né per se stesso. (Se pure dopo sei mesi, dopo venti incontri fuori di scuola in altre situazioni, abbiate toccato con mano il piacere di sapere come funziona quella cosa o quel posto, di sedere con altri adulti e farsi comprendere e riconoscere, comunque presto sarà solo di nuovo di fronte all’altra montagna assurda: le superiori). La scena della presidenza, dell’ “intervento educativo”: tutto significa il contrario di ciò che è oppure nulla. La forma stessa dell’istituto, i rapporti reali tra persone e cose: i ragazzi e le ragazze lo sanno oscuramente o in un’altra maniera ma lo sanno. Le valutazioni truccate, la beffa dei POF (la scuola dà, offre, prevede, ha il teatro, lo psicologo, il gemellaggio, pffff), i soldi di PON POR ecc. in progetti raffazzonati e fittizi, incentivi agli stipendi bassi. Non si muove una foglia. Il germe di una possibile alleanza forse è nell’Autenticità, nel convenire della qualità della menzogna e sulle possibilità concrete. Germe per un incontro reale, affacciato sull’alternativa, se no: tu e questa educazione a che mi servite – voi siete dei bruti ignoranti.
Ne La classe non manca infatti il momento dell’Orientamento. «La psicologa consulente per l’orientamento esponeva in dettaglio i percorsi possibili» (p.23), da una parte i licei dall’altra i professionali, le zone, gli indirizzi. Il professore osserva e conta mentalmente tutte le espressioni che sa per certo non trovano nessun referente nella comprensione degli alunni. Ma non interviene. Che cosa cambia? È il momento in cui si svela la caratteristica di Tritacarne o meglio di Setaccio brutale. L’insegnante della nostra area zep si dice che là almeno c’è un esperto esterno, un consiglio di classe dove se ne parla, almeno per dieci minuti a destino, per quanto vanamente. Qui nella maggioranza dei casi l’opzione automatica è il professionale più vicino, dove fare ancora più casino, una sorta di buco nero che li inghiotte a centinaia e da cui riemergeranno i pochi che avevano già un appiglio. Forse meno a pezzi le ragazze dei ragazzi infine, che a un certo punto tra maternità precoci, fidanzamenti, attitudine al sacrificio qualcosa tirano fuori.
Chi è stato in prigione ti dice che il meccanismo è scientifico: i più ribelli, i più raffinatamente resistenti, i più poveri e meno sostenuti dall’esterno precipitano in fretta in fondo alla scala, nei reparti peggiori, con le guardie più bestie. Sono paragoni da fare con delicatezza, istituzioni sì ma in totale molto diverse. Eppure questa analogia fra tutte, del setaccio, suggestiona di più.

È tutto un lavoro di forma, si diceva. Può anche irritare il dispositivo ripetuto da Bégaudeau di ritagliare volti e personaggi contro le scritte sulla felpa o i poster della sala professori. Eppure il vecchio Montale, sulla terrazza del Grand Hotel Abisso, non aveva visto male ritornando di continuo nei suoi ultimi Quaderni e Diari sulla figura degli uccelli presi nella rete di riflessi, fino a smarrire identità. «Love me twice» «Unlimited 71» «Poggio-reale» «Foot power» «Ghetto band» «Baci&Abbracci» «Puta madre» sui vestiti dei ragazzi. Sono abbozzi di adesioni temporanee, suggestioni tanto cieche quanto superficiali ma intanto esistono inquadrati in questa rete di riflessi di sé, messaggi che li rimandano a più piani, a esistenze varie ma nessuna reale, nessuna costruita assieme, fondatamente. La lingua ne risente, le rifrazioni non rispondono al saluto.
Non c’è ordine, né ponti con una lingua comune e vivente. Obiettivi educativi e obiettivi cognitivi: «valutare le proprie attitudini, saper ascoltare l’altro, rispettare i turni di parola, adoperare le categorie di anteriorità e posteriorità, comprendere un testo specialistico, essere consapevoli dei propri diritti e doveri», balle. Una retorica dell’occultamento, un progetto di civiltà che mostra la corda, la spinta etica della pedagogia soffocata prima ancora di apparire nella culla. Intanto il napoletano o il verlen mescidato di blede e rap, per quanto meccanizzati e progressivamente immiseriti si ancorano ancora tenuemente alla vita, alla cucina di mamma, alla partita di pallone e alle amiche. Hanno a che fare nella loro cieca oltranza agonistica coi corpi mutanti, ancora forti, di questi adolescenti coatti. In quell’inventiva bastarda da cui scaturiscono si intuiscono possibilità, altrimenti tutti da verificare, ma sono cieli su cieli, spazi che si aprono ad aver voglia di sudare.

Né il libro trascura di mostrare un altro tipo. C’è il cinese Ming, «tu sei ammirevole, tu sei un diamante, tu sei la prova della vita, il tuo cervello è un capolavoro e anche la tua anima lo è…»( p.190); c’è il bimbo rom affamato di sapere, che si trattiene in un riserbo composto per non fare mille domande, gli occhioni marroni, lucidi scintillano d’intelligenza. Si riesce bene o male, sempre meno di quanto sarebbe giusto, a dargli quello che domandano. Ma l’ostacolo non sono i compagni, il casino surreale della classe. Di questo i Ming fanno tesoro di conoscenza. È il resto che non funziona, perché, giocando a parafrasare la famosa Carta, parrebbe che interdipendentemente non esiste vera cura del meritevole che sceglie come lavoro il duro cimento dello studio se non esiste l’accesso di diritto alla conoscenze più avanzate del tempo per ogni persona secondo le sue possibilità, in modo da partecipare come lavoratore alla vita pubblica, senza ostacoli per la libertà e l’uguaglianza. Impensabile. Retorica, a questo punto, solo parole nel labirinto degli specchi.
Nel romanzo i docenti si mobilitano per sostenere la madre di Ming beccata senza permesso di soggiorno, dando una lettera firmata all’avvocato, che potrebbe poi dire (p.195): «A rischio di impelagarmi in considerazioni che esulano da quanto avviene tra queste mura, tale solidarietà mi ha convinto a difendere un caso che a priori, come lei, avrei giudicato indifendibile».

Una delle parti più grottescamente realistiche sono poi le lezioni di grammatica. Il cours di francese vero e proprio, raccontato nell’accurata piattezza di soluzioni didattiche. Un insegnante potrebbe ripensare a quando era alle prime armi e all’inizio presentava la grammatica come il nobile sapere delle categorie, logos è parola e ragionamento, se sai come parli sai come pensi, più sai più puoi. Si ritrovava alla fine di umore tetro e disgustato, dopo essersi trasformato in una sorta di aguzzino, che ripeteva nevrastenicamente, umiliando, urlando, un’ora di esercizi sulla differenza tra aggettivo e nome. Teste di legno. Ma chi ti racconta che ci sarebbe un altro modo, molto più faticoso molto più servizievole, soddisfacente per tutti, inventato già mille volte almeno a partire dagli anni 50 (prima la psicogrammatica montessoriana), quando tutto stava già per cambiare e poi da allora riscoperto e aggiornato moltissime volte. Chi te lo suggerisce e lascia sperimentare? E le maestre dove lo imparano, se alle medie arrivano che più della metà sillaba a stento e non ha una calligrafia leggibile?
In rete si legge un’intervista all’autore del libro in cui dice di aver avuto l’impressione, come studente, di aver riscoperto l’uso del congiuntivo a scuola, ma di averlo in realtà sempre saputo, lui figlio di insegnanti. Per chi non l’ha mai usato prima, e deve impararlo, dice lo scrittore, è ancora un problema pedagogico nuovo, ancora da affrontare. Ma così è un modo approssimativo di sollevare questioni complesse… Un voto, un libro, un maestro, dice un ministro italiano, e in effetti è tutto così disordinato che…

Nel libro ricorre la figura incongrua di un monco, che si stacca dagli angoli scuri dei corridoi e parla con voce profonda. Monco a volte, ora destro ora sinistro. Una sorta di coscienza liminale che si stacca dal doppio fondo della realtà e che una volta si manifesta sul pianerottolo deserto dove il professore è arrivato inseguendo un alunno in fuga (p.180). In quell’istante di pausa, che un insegnante potrebbe riconoscere (quando sei salito a ripescarlo al piano sopra e poi era già risceso dall’altro lato e ne hai approfittato per recuperare in due passi di silenzio la realtà positiva dell’essere vivo e lì con loro), succede nel libro che l’uomo monco si stacca dalla rientranza buia, piazza lo sguardo nel cervello del prof e dice: «È il prezzo da pagare. Non possiamo volere il numero e non volere il disordine. Non si può volere a metà. Bisogna solo dormire meglio e continuare a volere». Si vuole o non si vuole, è così. Ed è importante dormire bene, avere una cura integrale per mettere in campo un lavoro vivo, tenace, in questa inedita fisiologia del molteplice. Altri discorsi da proiettare sullo schermo dei muri, se davvero è un valore sapere leggere scrivere parlare e fare di conto bisogna voltarsi, guardare nello specchio e discernere, selezionare, riordinare quanto di meglio si è stati per offrirlo con un inchino al domani, cioè al meglio che si è. Trucchetti di mantica degli specchi; scarti concessi dal servizio concreto di apparecchiare come si deve un banchetto culturale. Dai chiostri delle università non esce niente, ma dentro si scrive che non esiste conoscenza senza integrare il cognitivo, l’affettivo, il percettivo in ambito intersoggettivo. Retorica ancora. In realtà è una mischia da spaccare le ossa, dove ognuno riconosce i suoi e sono state giocate già partite molto importanti, si chiamavano educazione attiva, avevano grandi maestri. Non c’è bisogno di ripartire da zero, è un altro ordine del discorso. Ma si vuole o non si vuole. «Invece è appassionante il rugby. Organizzare il caos per costruire potenza è appassionante» (p.125).
Così è un problema eminentemente pedagogico voire politico. Lì infatti va a battere dolentemente la polemica, che diventa in Francia attacco al pedagogismo e in Italia al ‘68. Intanto le ZEP dall’anno scorso non ci sono più, sono diventate RAR (Réseau ambition réussite, hanno fatto un salto dalla zona alla rete dopo aver inghiottito milioni e peggiorato i risultati. Da noi l’organizzazione per progetti si sta rivelando fallimentare, vengono scritti in un linguaggio del camuffamento che parte da un’altra stagione, è vero, si pensava che avesse a che fare con istanze di libertà e giustizia ma prima ancora di arrivare ad avere corpo si è fatto menzogna. Così rischiamo di buttare via tutto, bambini e acqua sporca assieme.

20 giorni a napoli

domenica scorsa con nicola di pistoia siamo andati col bus da Napoli Piazza Garibaldi ad Aversa, un'ora ci abbiamo messo, di traffico soleggiato, di strade che ormai riconosco bene, orlate di monnezza come lo strame lasciato dal mare quando sbatte ai muri, l'impasto di casette a due piani negozietti e automobili, indifferenziato continuo, spettacolare ancora perchè respirando l'aria che pizzica, trascinando borse della spesa e scansando motorini la vita vive cieca febbre spettacolare, su una terra offesa. Poi siamo andati a Succivo nella piazza del paese che è ancora un paese nonstante siano slabbrati persi per sempre i confini e la campagna, e dalla chiesa usciva una massa vestita a festa che senti prprio che questa è un'altra italia, diversa da qualsasi cosa potresti tovare da caserta in su. ed erano 15 battesimi e tre anniversari e i vestiti eleganti acchittati e tra giovani e vecchi era il paese. Poco importa.

lunedì 6 ottobre 2008

Ballestra, piove sul nostro amore

Già l'anno scorso aveva scritto per Il Saggiatore l'ottimo: Contro le donne nei secoli dei secoli. Adesso questa ricerca sull'aborto, fatta di letture di viaggi di interviste, narrata in una lingua personale e colloquiale che mischiando abilità sintattica e inserti gergali diventa bella prosa. La scrittrice racconta un viaggio compiuto quasi con spirito di servizio, per offrire un contributo di conoscenza alle donne, cioè alla possibilità per tutti di essere civilmente all’altezza dei tempi. Con modestia e con costanza affronta il tema andando ai convegni pro-life, negli ospedali, a intervistare medici abortisti o storiche femministe, raccogliendo storie di ieri e di oggi, mettendo in luce lo spostamento culturale cui è andata soggetta la questione abortiva nel momento in cui sono cambiate le condizioni storiche della sua praticabilità in termini sociali e tecnologici. Meno donne che lo fanno, più distanza dal mondo dell'aborto clandestino quando a tantissime capitava di viverlo, esaurimento della spinta politica del movimento delle donne, nuova realtà sociale, vedi l'immigrazione, ma soprattutto nuova realtà tecnologica dove in trenta anni tra trapianti, inseminazioni, rianimazione, eutanasia la questione cosiddetta biopolitica ha assunto un'altra configurazione. E la scrittrice non arretra, davanti ai discorsi e alle realtà di "un nodo esistenziale, politico ed etico. Dall'aborto passano molte cose che investono oltre che le vite delle singole persone, intere società che si trovano a misurarsi e modularsi con riflessioni e innovazioni di principi e valori, sistemi e possibilità molto divergenti tra di loro" (p.125). La Ballestra tiene assieme narrazione e indagine,quest'ultima non specialistica ma capace di coinvolgerla interamente come donna, e come intellettuale politicamente avvertita in un mondo dove davvero non è più ideologia ma politica sul corpo ciò che ci preme in tanta moltitudine. A un certo punto, dopo aver messo da parte il blocco, il registratore, i libri, lo sforzo intensissimo per capire e registrare, candidamente dice : “e io che pensavo di proporre corsi monografici o seminari sulla storia delle donne. Sulla storia delle donne. Nelle scuole di ogni ordine e grado, ma a maggior ragione nelle facoltà di ostetricia e ginecologia". È uno slancio di ingenua immaginazione sociale che invita a ricercare e sostenere in prima persona un altro tipo di futuro.
Un lavoro molto bello di facilissima lettura, grandemente documentato, inchiesta sociale quando riflette in tutta la sua mutevole ricchezza la voce di chi è coinvolto, consapevole che la capacità di narrare storie, e l’amore di farlo, possano essere un utile strumento per chinarsi con voglia di comprensione sulla vita.

venerdì 3 ottobre 2008

Ho letto

Dal 15 sett ad adesso ho letto:
Bajani, Domani niente scuola, Einaudi
Carson McCoullogh, Il cuore è un cacciatore solitario, Einaudi
Alice Munro, Il sogno di mia madre, Einaudi
Silvia Ballestra, Piove sul nostro amore, Feltrinelli
Bégaudeau, La classe, Einuadi

Vedo ora che sono quasi tutti Einaudi.
Domani metto brevi recensioni.
Intanto dico che mi sono piaciutti tutti tranne quello di Bajani (di cui il precedente, Se consideri le colpe, davvero apprezzabile) che ha fatto sporchetto lavoro giornalistico, pur scrivendo sempre bene e bene davvero. è andato in gita all'estero con tre classi di Liceo (di Torino, Firenze e Palermo), ha parlato e viaggiato coi ragazzi/e e poi ha raccontato l'esperienza. subito intervistato dai media come nuovo esperto di pedagogia e scrittore che finalmente ci dice come sono e chi sono i giovani. lui stesso dice che la scuola voleva capirla, mica è l'africa, mica sono laggiù dietro lo schermo come i neri dei villaggi. già il paragone mi dispiaceva, quanto alla portata conoscitiva del suo viaggio ho dubbi.
anzi metto qui la mail delirio che ho mandato in proposito a Nicola e poi per oggi già basta. Devo, dico devo, scrivere un paio di pp. su Begaudeau. e fare l'inchiesta.


Un'abbagliante cecità. Lo capisco, guarda, lo capisco e potresti pure tu, che le loro intelligenze, la freschezza, la gioventù t'incantano. Ma cosa credi che non succeda? è una sirena, come non volere essere giovani sempre. Si può in sè. è questo che non trovo nel libro: ma tu ch dici IO dove sei, che modo è così, fratello maggiore - grande fratello, ma quello non è fare qualcosa assieme è osservare appunto. c'è un disagio del consumo così ben strutturato, così suadente e serpente che non è facile svilupparsi dalle sue spire. i fetentoni si sa sono coatti a priori, ma resistenti, un pò di saliva se la tengono sul labbro, qui è più dura...ma appunto lui dov'è? nell'anfratto rovente del corridoio? poteva camminarci in mezzo con un libro e un fiasco in mano...scherzo ma sovrappenso: cosa ci dice davvero del futuro, dato che riparte da questa cecità abbagliante, non c'è stato modo di spegnere un attimo il lavorio del consumo, di dire cosa è davvero il sapere non sapere che hanno ingoiato, il domani che si aspettano, la fine o la paura che li sottomettono? corpo corpo fosse solo pure il ballo liberante dell discoteca, dimmi ancora di questa disco davvero è ancora così, va tutto bene, sudare slinguare e nient'altro. lo sapevo ho già sofferto tutto quello ma intanto dal divanetto anche allora vedevo altro, in ogni abito pelo sguardo. Lo dice alla fine ha stretto un patto di fiducia, si è impegnato, allora si è frammischiato davvero a quelli personi, e allora rappresentami questo, il tuo implicarti con un universo affettivo nascente in espansione travolgente che si mangia persino pregiudizi, ricchezze sguardi ma minkia non esiste mondo mai tra questi ragazzi? non c'è un nerocinese? e lui: luna park gita è il consumo, è il demone ma lui con chi ha fatto il patto coi ragazzi o col biscione che ci tramuta in (li) in ultracorpi? sono aridi? non hanno nutrimento? non risvegliano intelligenza per non poterla poi appendere a nessuna fonte? o no? scoprono il mondo, sempre ti prende, ma non capisco questa storia cosa ci insegna. la scuola la cultura che ne appare, gli adulti sono spariti, il lavoro li aspetta, sono sereni e tutti belli, una cecità abbagliante, abbassate la luce.

Lettera a gigi sull'antiautoritarismo

Caro gigi, ieri sera quando sono tornata a casa le parole in libertà che ci siamo scambiati durante il viaggio di ritorno mi hanno fatto riflettere. E ho capito quanto di superficiale ci fosse nel mio criticare la proposizione di Berlino :
Noi sosteniamo che, in qualsiasi contesto educativo, i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, hanno il diritto di decidere individualmente, come, quando, che cosa, dove e con chi imparare e abbiano il diritto di condividere in modo paritario le scelte che riguardano i loro ambiti organizzati, in modo particolare le loro scuole, stabilendo, se ritenuto necessario, regole e sanzioni.
supponendo che fosse semplice avviare una discussione sul tema dell’autorità.
Le questioni devono essere poste in maniera ordinata. Pensa dunque all’entusiasmo di Grazia davanti al parco, pensa cosa puoi vedere: le esplorazioni, i giochi, la raccolta dei materiali, gli esperimenti con l’acqua, i classificatori, lo studio di piante animali e minerali, l’orientamento nello spazio, il cammino del sole, le variazioni delle ore del giorno e delle stagioni, gli stimoli sensoriali e la curiosità. E se procedi da questa visione al come ti rendi conto che due sono le condizioni: l’organizzazione dell’ambiente e l’offerta ordinata delle esperienze di conoscenza. Che devono essere ben strutturate e varie. La varietà rispetta l’orientamento dei singoli che devono essere liberi di scegliere e apprendere con i tempi e i tentativi adeguati, riunendosi spontaneamente in gruppi e orientati alle diverse attività. Questa primaria libertà nell’apprendimento e nella costruzione del sapere è vitale. Altrettanto lo è non intervenire violentemente cioè di autorità, con il rimbrotto la costrizione la correzione la coercizione fisica o psicologica. I testi di Montessori e Wild per esempio dimostrano bene come le regole ci siano e guadagnino adesione e forza in maniera funzionale al benessere della comunità.
Questo significa educazione antiautoritaria, ma non solo.
L’offerta ordinata dell’esperienza conoscitiva si rifà alla tua frase sulla necessità che senti di apprendere nuovamente e chiaramente le basi della cultura. Nel momento in cui ti senti impegnato ad offrire ai bambini la mensa del sapere ti tocca fare uno sforzo di chiarificazione profondissimo. Sistemare e rivisitare la conoscenza al vaglio della coscienza, ispirata dal rispetto della vita. È uno sforzo grandissimo di onestà e di impegno intellettuale, perché bisogna sceverare il necessario e il meglio, selezionando per importanza e senso, scegliendo e ordinando in modo che tutto sia messo a disposizione dei nuovi, con la convinzione che c’è stato un progresso e altro ne verrà col loro riprendere, risapere e inventare di nuovo e oltre.
Ma non è così semplice. Abbiamo detto che vi è qualcosa di religioso nell’adesione a Montessori. Ti dirò di più che non può esserci ideale e pratica educativa senza fiducia (fides) nell’umanità o nella vita o nel senso, come preferisci. La Dottoressa ha dimostrato facendo che c’è una via per il meglio dell’umano. E molte allieve furono quasi suore laiche, dedite ad apprendere ed esercitare quel modo di vivere assieme ai bambini e alle bambine. La pratica ti protegge dalla deriva verso il delirio (ideologico) della salvezza dell’umanità. Non bisogna pensare oltre il ben fare, o se si fa deve essere una preghiera personale.
Infatti tutto il resto è sempre presente. Il resto è l’orrore della vita come una carogna brulicante di vermi, l’umanità stessa è un contorcimento osceno di cieca vita dannata, ove la violenza la sopraffazione il delirio bestiale e la cancrena sono sempre presenti.
Ma c’è anche altro, la lunga storia di natura e cultura è appunto iniziata da pochi giorni. Un progresso, per pochi in pochi posti, c’è stato. Devi avere fiducia o fede e fare. Il segreto di ogni buona educazione è unire pratica e teoria, agendo nel fango con gli altri si accendono le tracce del possibile e della speranza. La pratica, i sentimenti, il corpo, la conoscenza: queste cose assieme, di modo che l’animale e lo spirituale (per noi che occidentali ragioniamo così) si diano man forte a vicenda. Saranno sempre esperienze minoritarie. Non lo so, non sta a noi saperlo, intanto lasci tracce, luce nel buio, mantiene viva un’altra potenzialità dell’umano, vedi come andiamo cercando e riraccontando le tracce di chi ha fatto come vorremmo. Un sapere esoterico? Solo nel senso che si tramanda così, da pochi a pochi finora.
L’adolescente: lì vedi che irrompe la storia e la violenza organizzata e crudele, sociale, l’alleanza animale culturale nel suo momento demoniaco, l’adolescente è il bambino che diventa uomo e si confronta col tutto adesso, ed egli vorrà scopare e avere e sapere chi è e non sarà più il bambino ma diventa l’uomo/la donna nella città ovvero tra coloro che come caino si portano in fronte….
Quello è il momento in cui non bisogna cedere, in cui deve continuare a stare con i più piccoli e i più grandi, in cui la pratica diventerà lavoro e abilità perché da quel momento la sua finitezza miserabile gli si svela e bisogna allora vincere la prova. Erano lì capisci i riti di iniziazione, l’entrata nella scietà dopo lì apprendistato di socializzazione, la prova di sopravvivenza per vedere con quali menomazioni troverai il posto. Come si può pensare di non portare i tredicenni in campeggio, di non fargli apprendere lavori manuali, di non lasciarli piegati per giorni su un tavolo da disegno d’architetto o in un’officina di fabbro. E non serve pensare che fino a quando le fabbriche funzioneranno così, fino a quando la cina e l’india massacrano i tribali c’è solo dannazione. è sbagliato, tu inizia da dove puoi, come meglio puoi. E senza autoritarismo, senza brutalizzare chi da solo affronterà la prova quando si presenta, senza
Perché mi ha ferito il saggio di goodman: perché si dava del buffone di corte, perché ti dimostrava l’impossibilità del semplice bene immaginabile e mi chiudeva dentro la prigione dell’utopia dove o ti fai cinico o accetti di recitare il film della tua vita separandoti definitivamente dalla dimensione intermittente ma rigenerante della spiritualità. Però gli anarchici odiano i preti.
Lavoro comune e costante tra gli insegnanti per chiarire il sapere e approntare l’esperienza culturale, per mettersi al servizio, anche nella formulazione di arno stern o nell’assitente all’infanzia di costa gnocchi si parla di servizio, di servitore. Vedi che nobiltà assume, servitori della vita come forma superiore di esistenza, come saltare in un balzo solo la trappola dialettica servo/signore, perché nel sottomettere il meglio alla vita trovi tu stesso continua occasione di perfezionamento e di vita. Se vogliamo provare a fare una scuola diversa bisogna lavorare duramente e cooperativamente preparando le lezioni, i material, i luoghi, i contenuti, i percorsi e l’attenzione rispettosa. Noi siamo stati educati tutti in una maniera autoritaria e dobbiamor ecuparare dentro di noi in primo luogo l’approccio libertario.
Certo erano tutte signore nobili, la regina margherita, le dame, i ricchi, come forse ricchi sono i maestri di k per esser così belli, ma non importa, lo vedi che è così. Esperienze minoritarie e più che pregare, intellettualmente pregare ma pregare che diventi altro, che rimanga anzi si diffonda e contagi, che altro rimane? Ghandi è morto assassinato e subito dopo nella Partizione un milione di morti fratello contro fratello. Non guardare e fai tutto è in tua possibilità perché non accada. Immagina ghandi oggi fotografato con gli occhiali da sole in vacanza sul motoscafo di bill gates nell’egeo. No.
Ricorda i sentimenti . pensa all’esperienza cemea, quando dice che c’è entusiasmo, crisi e poi risalita e che bisogna ritornare non soli alla partenza trasformati. Perché all’inizio vivi quello che può essere la bellezza di stare assieme e secondo quei valori e quei modi. Poi ti scontri con l’orrore di ciò che generalmente e sempre siamo, dell’ingiustizia della violenza, della schiavitù abominevole di sempre. E disperi. Poi fai, continui a fare. A dormire assieme, a giocare a pulire coltivare sistemare imparare assieme e ti riconduci alla tua misura di equità, al sentimento coltivato. E quando torni nella tua città non sei solo/a ma hai almeno due o tre compagni con cui sostenerti all’opera.
Questo e altro ho imparato nei preziosissimi giorni che abbiamo passato assieme. Antiautoritarismo e libertario, da là non si scappa.
E questo fatto che le lettere e i messaggi corrono così veloci, che possiamo agire anche virtualmente in modo di verso non possiamo ignorarlo. Aiutami a lavorare ed essere operativa. Baci.
p.s. la sforzo riflessivo sulla propria cultura che ti obbliga a fare la preparazione di tipo montessoriano non dico che porti al relativismo ma a qualcosa di simile perché la manualità e la terrestrità spirituale di quel tipo di insegnamento ti cala consapevolmente dentro alla tua cultura e il tuo posto ma ti dispone naturalmente ad accettare che altrove, in un'altra natura o lingua gli altri apprendano e agiscano diversamente. In qualunque cultura è possibile in modi specifici la liberazione antiautoritaria. In qualunque luogo può, ha potuto fiorire il metodo montessori.
Utopando ancora: vedi bene che il famoso problema della sovrappopolazione è una malvagia bestialità, che nel momento in cui si affermano valori libertari la comunità cura e migliora se stessa accogliendo i nuovi e solo da vere esplosioni di vita e amore nascono i figli, non oltre necessità.
Concretamente: sono stata goffa a dire così su berlino. Se i bambini fossero cittadini fin dall’inizio sarebbe integralmente possibile. Oppure accade dentro summerhill. E non può essere al momento altrimenti.

sabato 13 settembre 2008

nervosetti

«Sono nervosetti». Corpulento, massiccio il buttafuori va dietro a Cecio che si allontana, scantona sotto un altro stallatico, per raggiungere il bosco in fondo allo spiazzale.
Sono lunghe piattaforme di cemento con una lisca al centro e coperte dal tetto, stalle di cemento, ci legano bovini o così. Ma non ce li mettono più gli animali, ed è un sacco di spazio libero e vuoto, vicino al fiume, all’argine. Le roulotte dei rom sono proprio nella strada che costeggia il piazzale delle stalle e il grande palazzo delle fiere. L’Autunno pavese è una tradizione, sabato porteranno anche gli animali, e alla fine della serata i giovani non potranno raccogliersi sui gradini degli stallatici vicini all’uscita del padiglione, per bere il vino acquistato e fumare. Ora la serata è finita, ci invitano a lasciare il cortile delle stalle uscendo dal cancelletto cha dà sulla strada. Siamo gli ultimi.
- Hey l’uscita è di là.
Lo fermiamo, il Pine gli dice – Va a pisciare, ora andiamo.
Sente e torna lentamente verso di noi. È grosso coi baffi e un codino di capelli radi neri: – Ho capito che era una buona causa- . Risate. - No perchè di là è buio deve stare attento. Ci sono i rom.
Lo guardo stupita: – Perchè, che succede?
- Eh, è pericoloso. Sono nervosetti questa sera.
E lì riconosci tutto, una memoria freschissima ti viene. Un odore di violenza acutissimo, è accaduto solo ieri, ce lo volevano insegnare fino a poco tempo fa. Lo riconosco come già testardo ostinato, accanito sulla ragione di detestare quelli là. Animalizzati,bestie dietro il recinto, nelle loro tane, nervosetti, se vai accanto al recinto mordono o ti agguantano e tirano dentro. Bestie.

Martedì 2 settembre

Martedì 2 settembre: oggi inizia il mio anno sabbatico. Avrei avuto il collegio docenti a scuola e invece sono a Pavia