Il collega di sostegno aveva i capelli grigi: lisci sul collo, stempiato ma col ciuffo sull’occhio destro. Guardava male, senza dare confidenza. Da come passava per le aule e i corridoi mi immaginavo che facesse altro, che fosse uno a cui non gliene frega niente della scuola perchè ha un altro lavoro il pomeriggio. Seguiva una bambina in un’altra classe, sapevo. E anche che non veniva sempre.
Un giorno scoppiò la scena pandemonio in atrio. Il padre della bimba urla, vuole parlare subito con la preside, impreca sbuffa come un toro è arrabbiato. Viene ammesso in presidenza e ci sta per un’ora, poi esce tranquillo, col viso serio ma tranquillo perché deve aver ricevuto una rassicurazione di qualche tipo.
La storia era questa: il collega, con la fronte bombata e l’occhio stretto, era a quanto pare solito drogarsi. Poi chissà, era una voce, una diceria.
Immaginavo: il professore giunge la mattina nel quartiere, al volante dell’utilitaria bianca. Non va dritto al parcheggio della scuola ma prende una stradina che lo porta dalle parti dei sette palazzi. Il professore scende ed è improvvisamente più giovane e meno arrogante di come lo conosco, passa davanti al gabbiotto, poggia le banconote piegate e ritira la busta. Il professore sale in macchina, gira e chissà dove si mette, sotto a quale palazzo, lungo quale parcheggio, chissà se gli batteva il cuore dalla paura di essere visto ma forse no, e poi consuma, pippa o fuma bho, usando una copertina del CD o il libro della Erikson con gli esercizi differenziati, per romanzare un poco. E poi veniva a scuola così: tardi, annebbiato, recitando la padronanza fino all’eccesso.
Le promesse fatte al padre non furono mantenute e dopo quella prima scenata non cambiò nulla: la preside si guardò bene dal prendere un qualsiasi provvedimento, convinta forse che l’episodio in sé, senza interventi ufficiali, avrebbe potuto funzionare da avvertimento. Forse non sa come sono i tossici. E comunque lei non vuole grane e poi, imparavo, la solidarietà di corpo esiste. Il posto e il diritto alla sopravvivenza non vanno mai messi in discussione. Intendo dire che vedevo questo: non importava cosa davvero facesse il collega e quali e quanto i diritti delle bimba fossero messi sotto i piedi. La cosa importante era che il collega non rischiasse provvedimenti reali, persecuzioni o addirittura…
Si arrivò così al punto che un giorno, alle due, trovai nell’atrio il papà, stravolto e molto più inferocito della prima volta. Non chiedeva più della preside, voleva proprio mettere le mani addosso al collega, voleva chiarire di persona. La cosa affascinante è che il collega effettivamente era a scuola a quell’ora e l’avevano nascosto di corsa, appena in tempo, nei bagni della segreteria. Magari era lì e sudava freddo, lasciando vagare lo sguardo sulle mattonelle gialline, sulla pianta miserella sul davazale. Magari c’aveva qualcosa per tirarsi su e chissà che pensava. Tina mi raccontò cosa era successo. Il collega la mattina aveva esagerato. Arrivato alle dieci, prima di andare in classe si era chiuso in bagno, lo stesso dove ora era prigioniero, e si era fatto. Troppo si vede, perché era uscito con la camicia inzuppata anche davanti e la fronte imperlata. In quelle condizioni era salito e aveva preso Maria dall’aula per mettersela accanto in sala professori. E lì, sempre sudando a fontana, aveva cominciato a cadere in deliquio. Me lo vedevo: chiudendo prima gli occhi e dondolando la testa fino a scivolare addirittura addosso alla bimba. Maria si era alzata gridando ed era scappata dalla sala, pretendendo che si chiamasse a casa. Siccome non si calmava chiamarono la mamma che se la venne a prendere, in fretta e senza dire nulla.
Io non so come il collega avesse potuto credere che non ci sarebbero state conseguenze o forse aveva passato tutta la restante mattinata con un buco di inquietudine nello stomaco. Fatto sta che alle due meno dieci era scattata la caccia all’uomo ma non appena il padre era entrato urlando qualcuno aveva intercettato il prof lo aveva spinto nel cesso.
"Insomma, se i giornali fossero scritti da persone il cui solo scopo nello scrivere fosse quello di dire la verità sulla politica e la verità sull’arte, noi non crederemmo nella guerra e crederemmo nell’arte". Le tre ghinee, V. Woolf
domenica 29 marzo 2009
domenica 22 marzo 2009
la macchina perversa
a genova c'è una libreria che si chiama San Benedetto come la Comunità al porto di don andrea gallo. Io di questo prete so solo il nome e poi sapevo le cose legate al nome: voci, slogan, tutto positivo. Si può vedere il sito della comunità, tutti gli ultimi documenti sul forum droghe tenuto a trieste pochi giorni fa sono molto interessanti. il linguaggio e l'impostazione in generale di questa gente me li fa sentire fratelli. è stato molto bello passare un paio d'ore in libreria, sono tre stanze al primo piano di un palazzo, pare una casa privata col corridoio e gli ambienti pieni di scaffali e scatoloni di libri. Ti perdi scavi t'impolveri scegli e alla fine si concorda il prezzo con questo signore di cui non ricordo il nome, un tipo anziano e in gamba con cui si parla proprio bene. mi diceva di trieste, di giulio girardi che è stato grande amico di don gallo ed ora è malato qui in italia, di pedagogia abbiamo parlato. lui mi ha fatto un prezzo buono assai per
makarenko - poema pedagogico 3 voll
elise freinet - l'educazione popolare
celestin freinet - l'educazione al lavoro
antonio gibelli et alii - due secoli (enciclopedia di storia in tre voll anni 70 molto bella, non un manuale ma un libro per insegnati studenti e chiunque voglia sapere la storia del 900 senza pretese di nozione esaustività o imparzialità, belle illustrazioni)
collettivo la ruota - enciclopedia per ragazzi Io e gli altri (l'avevo già ma incompleta, troppo bella per non prenderla)
sì pedagogia ma intanto ho avuto piuttosto la testa piena di fumetti
Ho letto questo La macchina perversa di Cava e Del Barrio e mi è piaciuto molto, non è il loro capolavoro come immaginavo e mi ha spiegato FB ma cmq è bello.
Il grigio della coscienza cementificata dalla dittatura, che paga la sopravvivenza estendendo silenzio e sospetto in se stessa, giocando al gatto e al topo con se stessa che introietta pulsioni di autocensura. è vita che si piega o vita che filtra comunque? si può essere manichei o si può solo tendere alla nettezza?
ma il punto io credo di quel fumetto è una domanda sulla morte e sul sacrificio, su tutti i destini individuali che hanno giocato sulla tavola della storia una partita d'azzardo: chi è morto e come? chi e come è rimasto può dire e rappresentare? che valore ha tutto ciò che sotto il cemento è stato vissuto consumato perpetrato o difeso? una quesione di memoria: impossibile in senso integrale, proprio come l'eroismo. ma non meno in diritto di essere coraggiosa nei sogni e nella cultura. sempre traditrice.
ed è anche un metafumetto, si chiede fino a che punto una storia fantastica o condotta trmite stilizzazioni di genere possa veicolare su altri piani significativi messaggi molteplici. ma è pieno di dubbio, anche qui non dice se l'iconica schiuda sempre il suo fondo ricco oppure se si richiuda ermeticamente tacendo la vita che la ispirava.
questo per il contenuto quanto al tratto un bianco e nero spigoloso con delle variazioni fino all'aquarello o allo scarabocchio, sempre raffinate e torte a tratti in una sorta di espressionismo raffinato. c'è una parte di sogno che è stupenda, un treno che viaggiava riportando i capolavori del prado sotto il regime e ciò mi fa credere che questi due devono aver fatto un capolavoro che non ho letto nè è tradotto in italiano, come mi confermava FBoille.
venerdì 20 marzo 2009
genova 20 marzo
Cosa è il cinema. O ancora: cosa è la città? cosa è il buio la luce le storie
Nacque un'epoca, un'epoca di ferro acciaio e luci: era l'Elettrica
Fortissima fin da piccola, affamata d'ogni metallo minerale e anima, l'Elettrica crebbe come nessuna prima
Fu tutto marinaio aviatore architetto fu pittore spia e generale fu
Ogni cosa che sognava diventava vera, passava dalle benedizioni alle bestiemmie e a ogni giro perdeva innocenza
La sua infanzia titanica ha contagiato tutti e tutte, i suoi sogni da culla sono diventati i nostri.
Passeggiamo in città sonnambule, mezze affondate nel deserto ronzante
i loro occhi nascosti sono ancora di acqua e di carne
rivolti all'indietro ai giochi fanciulli che Lei immaginava per loro
Si piegava in fiori il ferro, s'innamorava dell'aria azzurra l'acciaio e dell'acqua trasparente la pietra e il cemento. Ogni verme moriva cantando. Poi
Non c'è poi. Non c'è vero poi ci sono solo storie di scarti frantumi frammenti polveri.
Denti o morse o puntrelle o presse tutto lavora al detrito
C'è un sonno senza esperienza una vecchiaia senza anni o miseria o dolcezza
Persino il bosco si è ritratto
Non sarà nulla di antico o di noto a risvegliarci
non verrà mettendo piede o zampa uno innanzi all'altra nè avrà mantelli o corone
Nel ronzare bluastro e acceso nello sgretolamento dell'appena nato
nel sonno senza riparo
la Sonnambula incosapevole infilza schegge di detriti o lame di polvere e chimica
sotto alle palpebre e forza e taglia
va annusando come un cane va pietendo come una vecchia incontinente
le parole vere, le storie di carne e acqua viva che ancora popolano il deserto
[oggi appena messo piede nel vicolo ho incontrato pietrom, neanche il tempo di un caffè, l'avrei chiamato nel pomeriggio, mi è venuto addosso alle 10 di mattina e chiusa al buio della stanza ho visto il film che verrà ed era ipnotico rammemmorare, lirico ragionare per immagini sull'infanzia della città e sul presente della vita non sconfitta, poi lo dico meglio, bello]
Nacque un'epoca, un'epoca di ferro acciaio e luci: era l'Elettrica
Fortissima fin da piccola, affamata d'ogni metallo minerale e anima, l'Elettrica crebbe come nessuna prima
Fu tutto marinaio aviatore architetto fu pittore spia e generale fu
Ogni cosa che sognava diventava vera, passava dalle benedizioni alle bestiemmie e a ogni giro perdeva innocenza
La sua infanzia titanica ha contagiato tutti e tutte, i suoi sogni da culla sono diventati i nostri.
Passeggiamo in città sonnambule, mezze affondate nel deserto ronzante
i loro occhi nascosti sono ancora di acqua e di carne
rivolti all'indietro ai giochi fanciulli che Lei immaginava per loro
Si piegava in fiori il ferro, s'innamorava dell'aria azzurra l'acciaio e dell'acqua trasparente la pietra e il cemento. Ogni verme moriva cantando. Poi
Non c'è poi. Non c'è vero poi ci sono solo storie di scarti frantumi frammenti polveri.
Denti o morse o puntrelle o presse tutto lavora al detrito
C'è un sonno senza esperienza una vecchiaia senza anni o miseria o dolcezza
Persino il bosco si è ritratto
Non sarà nulla di antico o di noto a risvegliarci
non verrà mettendo piede o zampa uno innanzi all'altra nè avrà mantelli o corone
Nel ronzare bluastro e acceso nello sgretolamento dell'appena nato
nel sonno senza riparo
la Sonnambula incosapevole infilza schegge di detriti o lame di polvere e chimica
sotto alle palpebre e forza e taglia
va annusando come un cane va pietendo come una vecchia incontinente
le parole vere, le storie di carne e acqua viva che ancora popolano il deserto
[oggi appena messo piede nel vicolo ho incontrato pietrom, neanche il tempo di un caffè, l'avrei chiamato nel pomeriggio, mi è venuto addosso alle 10 di mattina e chiusa al buio della stanza ho visto il film che verrà ed era ipnotico rammemmorare, lirico ragionare per immagini sull'infanzia della città e sul presente della vita non sconfitta, poi lo dico meglio, bello]
mercoledì 18 marzo 2009
appunti
Il dito mi ha pulsato tutta notte disturbando il sonno e i sogni. Laura è rientrata tardissimo, puzzava di alcool come sempre dopo i concerti. L’ho sentita inciampare in corridoio e parlare coi gatti ma non ho avuto la forza di aprire gli occhi e raccontarle dell’incidente. Ho solo appoggiato la mano fasciata sul cuscino, sperando che se ne accorgesse da sola ma si è buttata vestita sul suo lato e si è addormentata subito. Sette vite come i gatti. Ho sette vite come i gatti, mi ripetevo. Poi ho ricominciato con gli incubi.
Il mobile era diventato grandissimo, dietro l’antina superiore scoprivo una sorta di pannello segreto da scardinare con le pinze, chiodo dopo chiodo. Quando finalmente riuscivo a toglierlo vedevo con grandissimo stupore che immetteva in un vano grande come un salone. È una specie di garage con l’impiantito di cemento, pieno di gomitoli di polvere e buio da non arrivare a vedere fino alle pareti in fondo. Allora mi decidevo a entrare. Presa la sedia mi sono arrampicata sull’ultimo ripiano e poi, appoggiandomi con tutto il busto contro la cornice mi sono lasciata cadere dall’altra parte. Mi aspettavo di trovare un segreto, che so un cofanetto o un tesoro di qualche tipo. Un quadro antico magari, oppure un crocifisso, paramenti sacri e preziosi. Dev’essere per via dei mesi in cui ho lavorato alla Chiesa del Carmine.
Ho iniziato quindi a camminare verso la fine della stanza che però era completamente vuota. Più avanzavo più l’oscurità recedeva finché sono arrivata al muro e lì, schiacciata tra il pavimento e la parete stava immobile questa scolopendra gigante. È simile a quei trilobiti che illustrano i libri sugli animali preistorici ma molto molto più grande. Sarà stata lunga un metro e mezzo, senza contare le antenne e le zampe filiformi, fitte e tremanti che si dipartono da tutto il corpo. Il colore era un grigio lucido e cangiante, da gambero di mare. Sono caduta in ginocchio e ho iniziato a piangere, per l’orrore che mi faceva quella povera bestia e per i secoli di solitudine da cui mi toccava risvegliarla. In parte temevo che mi avrebbe divorata oppure che mi avrebbe punto col veleno. Invece la bestia restava ferma, eccetto il tremolare dei filamenti e delle due lunghissime antenne. – Dimmi, le ho chiesto infine tra i singhiozzi, perché questa stanza è vuota e nascosta dentro al mobile?
L’animale ha iniziato ad emettere un suono uguale al rumore della ghiaia su cui si cammina, uno scricchiolare di pietra e poi soffiava ed era allora come il rumore delle onde sulla battigia. Io ascoltavo questo discorso geologico e mi stringeva una nostalgia di mare, mi prendeva un desiderio prepotente e infantile di affondare le mani nella sabbia fresca tra i sassolini della riva, sentivo sul corpo il vento salso.
– Ti prego, ti prego dimmi qualcos’altro, pregavo la povera bestia.
A quel punto accadeva una cosa orribile: la bestia si muoveva in avanti e poi agitando le sue zampe schifose sul muro riusciva a mettersi in verticale per poi ribaltarsi a pancia all’aria mostrandomi così il ventre schifoso e trasparente dentro cui si vedeva un formicolare convulso di ombre grigie. In quel momento capivo tutto, guardando quelle trasparenze immonde di colpo capivo tutta la storia, piuttosto banale: si trattava di una suorina giovane, murata viva trecento anni fa che al posto di morire si era nutrita di polvere e scolopendre, disperatamente attaccata alla vita; era arrivata a trasformarsi così e adesso piangeva perché ero arrivata troppo tardi e se anche avessi trovato il modo di portarla fuori dal mobile lei oramai sarebbe rimasta così, una bestia orribile. Inoltre non sapevamo se avrebbe potuto sopportare la luce del sole.
Il dito ricominciava a farmi male e diventavo nervosa, brusca: Cosa dovrei fare adesso secondo te! Che cazzo adesso non posso né richiudere e lasciarti qui né posso portarti fuori col rischio che ti disintegri o te ne vai in giro per la casa. Sto in nero qua, se quello vede che gli ho liberato un affare così in casa mi scarica senza nemmeno darmi quello che deve. La bestia si mise a soffiare di nuovo ma questa volta non faceva il rumore del mare e dei sassi ma un rumore di sega elettrica. Voleva che la giustiziassi io col flessibile.
Mi sono svegliata sudata e col giramento di testa, l’aria della stanza appestata dal fiato alcolico di Laura. Un’artista, un’artista semi eroinomane ed egoista. Ho cercato dentro me la piccola molla dell’amore, ho cercato di farla scattare osservando il nasino, l’attaccatura dell’orecchio ma il pensiero che ieri notte avesse potuto farsi di nuovo mi faceva salire uno scontento da cui era meglio tenersi alla larga. Il mio problema al momento era evitare che il padrone mi vedesse con la mano fasciata o, nel caso, avere una palla credibile da raccontargli. Non deve capire che mi stavo per fare male, e di brutto, lì a casa sua né che non sono così esperta di attrezzi come gli ho detto. E neppure che potrei avere difficoltà a finire il lavoro ridotta così. Di colpo mi è risalita l’immagine del sogno, l’idea di toccare di nuovo il mobile mi ha fatto schifo. Ma quanto era meglio lavorare al cantiere del Carmine!!
La cosa che mi piaceva più del Carmine era stare lassù a lavare i mattoni. Un mese sarà durata. Arrivavo la mattina, salutavo quelle tre stronze del restauro dipinti, un saluto anche ai tre marocchini e poi me ne salivo da sola in pace lassù, nel sottotetto. Un lavoro noioso, otto ore di noia e fatica, semplicemente mattoni da lavare ma comunque di tanto in tanto affacciandomi dalla feritoia potevo vedere tutta la città e sentirmi la musica, pensare in pace… certo il periodo sulla facciata, dietro il tendone verde dell’impalcatura, con le carrucole di secchi e spugne, assieme ad Andrej il rumeno, è stato un’altra cosa… Minkia non avrei mai creduto che mi avrebbero lasciata a casa, dopo tre anni che lavoro con loro, ho fatto quattro restauri per la Cooperativa ed è sempre andata benissimo, mai avrei pensato che mi lasciavano a casa… adesso in nero...se mi partiva la mano potevo piangermi gli occhi ed ero rovinata. In compenso decido io gli orari e i tempi…così Laura è più contenta, sembra felice da quando non c’ho più il lavoro, l’idea che una mattina possa svegliarmi e dirle ok stamattina resto a letto con te e poi ce ne andiamo sul ticino a pranzo la rende felice come la primavera…artisti…di merda.
I ciottoli la mattina, con la guazza che strizza l'occhiolino dalle scanalature, se ci batte il sole, se il cielo è fresco e nuovo e per via tutti camminano e hanno da fare, che bello. Non ci sono sciure pellicce vecchiette, questa città sembra vomitare vecchiette, scommetto che a città giardino o in un altro quartiere ci sta la grande vecchietta-ragno che depone larve di vecchio, dentro un chiesa starà e così da metà mattina escono, cappottini marroni o grigi, colli di volpe naftalinati, cappelli tarmati, nasi porri tutto quanto: sì li odio, occhiali e vecchi e vecchie che si prendono la città e la fanno di silenzio di quiete, alimentano le botteghe squallide e aggressive che vogliono silenzio e palude, so sti vecchi secondo me, massoni o ragni che siano, che fanno in modo che questa non è mica una città universitaria, è una città che aspetta di svegliarsi, che potrebbe svegliarsi. Sembra bella ora e la notte, sono i nostri momenti: la mattina presto e poi dall'aperitivo in avanti, di notte coi vecchi che digrignano i denti dietro le persiane perchè siamo vivi e facciamo rumore di vita per le strade mentre loro alle dieci vorrebbero dormire. Ah ma che sole, che freschi i tetti, che odore di fiume che porta il vento, sembra risalire il ponte e montare di corsa per strada nuova....
stavo per lasciarci la mano. O magari la vita: se mi avesse tranciato la mano non l'avrei spento e alla fine, che ne so, per come l'ho vista poteva pure tagliarmi il collo o sbuzzarmi la pancia, devo fare attenzione.
la cosa strana è che a ripensarci adesso mi vedo come in un fumetto, mi sembra di essere in un cartone animato come mi dice a volte Fausta, io che coi capelli scossi e le gocciole di sudore schizzate attorno ad aureola mi piego sopra la rotella del flessibile che mi si divora la felpa, col volto trasformato in una caricatura di sforzo paura e determinazione minkia se tirava quel cazzo di meccanismo si è ravvolto un pezzo di maglia in un istante e in pochi secondi avrei perso la presa sul manico e oddio la lama mi schizzava in faccia o in basso sulla pancia...ahi mi fa male il dito a pensarci ma sono stata brava minkia so stata bravissima mi sono salvata. ho sette vite, sette vite come i gatti...un paio ne ho già giocate, e questa è un'altra.
Il mobile era diventato grandissimo, dietro l’antina superiore scoprivo una sorta di pannello segreto da scardinare con le pinze, chiodo dopo chiodo. Quando finalmente riuscivo a toglierlo vedevo con grandissimo stupore che immetteva in un vano grande come un salone. È una specie di garage con l’impiantito di cemento, pieno di gomitoli di polvere e buio da non arrivare a vedere fino alle pareti in fondo. Allora mi decidevo a entrare. Presa la sedia mi sono arrampicata sull’ultimo ripiano e poi, appoggiandomi con tutto il busto contro la cornice mi sono lasciata cadere dall’altra parte. Mi aspettavo di trovare un segreto, che so un cofanetto o un tesoro di qualche tipo. Un quadro antico magari, oppure un crocifisso, paramenti sacri e preziosi. Dev’essere per via dei mesi in cui ho lavorato alla Chiesa del Carmine.
Ho iniziato quindi a camminare verso la fine della stanza che però era completamente vuota. Più avanzavo più l’oscurità recedeva finché sono arrivata al muro e lì, schiacciata tra il pavimento e la parete stava immobile questa scolopendra gigante. È simile a quei trilobiti che illustrano i libri sugli animali preistorici ma molto molto più grande. Sarà stata lunga un metro e mezzo, senza contare le antenne e le zampe filiformi, fitte e tremanti che si dipartono da tutto il corpo. Il colore era un grigio lucido e cangiante, da gambero di mare. Sono caduta in ginocchio e ho iniziato a piangere, per l’orrore che mi faceva quella povera bestia e per i secoli di solitudine da cui mi toccava risvegliarla. In parte temevo che mi avrebbe divorata oppure che mi avrebbe punto col veleno. Invece la bestia restava ferma, eccetto il tremolare dei filamenti e delle due lunghissime antenne. – Dimmi, le ho chiesto infine tra i singhiozzi, perché questa stanza è vuota e nascosta dentro al mobile?
L’animale ha iniziato ad emettere un suono uguale al rumore della ghiaia su cui si cammina, uno scricchiolare di pietra e poi soffiava ed era allora come il rumore delle onde sulla battigia. Io ascoltavo questo discorso geologico e mi stringeva una nostalgia di mare, mi prendeva un desiderio prepotente e infantile di affondare le mani nella sabbia fresca tra i sassolini della riva, sentivo sul corpo il vento salso.
– Ti prego, ti prego dimmi qualcos’altro, pregavo la povera bestia.
A quel punto accadeva una cosa orribile: la bestia si muoveva in avanti e poi agitando le sue zampe schifose sul muro riusciva a mettersi in verticale per poi ribaltarsi a pancia all’aria mostrandomi così il ventre schifoso e trasparente dentro cui si vedeva un formicolare convulso di ombre grigie. In quel momento capivo tutto, guardando quelle trasparenze immonde di colpo capivo tutta la storia, piuttosto banale: si trattava di una suorina giovane, murata viva trecento anni fa che al posto di morire si era nutrita di polvere e scolopendre, disperatamente attaccata alla vita; era arrivata a trasformarsi così e adesso piangeva perché ero arrivata troppo tardi e se anche avessi trovato il modo di portarla fuori dal mobile lei oramai sarebbe rimasta così, una bestia orribile. Inoltre non sapevamo se avrebbe potuto sopportare la luce del sole.
Il dito ricominciava a farmi male e diventavo nervosa, brusca: Cosa dovrei fare adesso secondo te! Che cazzo adesso non posso né richiudere e lasciarti qui né posso portarti fuori col rischio che ti disintegri o te ne vai in giro per la casa. Sto in nero qua, se quello vede che gli ho liberato un affare così in casa mi scarica senza nemmeno darmi quello che deve. La bestia si mise a soffiare di nuovo ma questa volta non faceva il rumore del mare e dei sassi ma un rumore di sega elettrica. Voleva che la giustiziassi io col flessibile.
Mi sono svegliata sudata e col giramento di testa, l’aria della stanza appestata dal fiato alcolico di Laura. Un’artista, un’artista semi eroinomane ed egoista. Ho cercato dentro me la piccola molla dell’amore, ho cercato di farla scattare osservando il nasino, l’attaccatura dell’orecchio ma il pensiero che ieri notte avesse potuto farsi di nuovo mi faceva salire uno scontento da cui era meglio tenersi alla larga. Il mio problema al momento era evitare che il padrone mi vedesse con la mano fasciata o, nel caso, avere una palla credibile da raccontargli. Non deve capire che mi stavo per fare male, e di brutto, lì a casa sua né che non sono così esperta di attrezzi come gli ho detto. E neppure che potrei avere difficoltà a finire il lavoro ridotta così. Di colpo mi è risalita l’immagine del sogno, l’idea di toccare di nuovo il mobile mi ha fatto schifo. Ma quanto era meglio lavorare al cantiere del Carmine!!
La cosa che mi piaceva più del Carmine era stare lassù a lavare i mattoni. Un mese sarà durata. Arrivavo la mattina, salutavo quelle tre stronze del restauro dipinti, un saluto anche ai tre marocchini e poi me ne salivo da sola in pace lassù, nel sottotetto. Un lavoro noioso, otto ore di noia e fatica, semplicemente mattoni da lavare ma comunque di tanto in tanto affacciandomi dalla feritoia potevo vedere tutta la città e sentirmi la musica, pensare in pace… certo il periodo sulla facciata, dietro il tendone verde dell’impalcatura, con le carrucole di secchi e spugne, assieme ad Andrej il rumeno, è stato un’altra cosa… Minkia non avrei mai creduto che mi avrebbero lasciata a casa, dopo tre anni che lavoro con loro, ho fatto quattro restauri per la Cooperativa ed è sempre andata benissimo, mai avrei pensato che mi lasciavano a casa… adesso in nero...se mi partiva la mano potevo piangermi gli occhi ed ero rovinata. In compenso decido io gli orari e i tempi…così Laura è più contenta, sembra felice da quando non c’ho più il lavoro, l’idea che una mattina possa svegliarmi e dirle ok stamattina resto a letto con te e poi ce ne andiamo sul ticino a pranzo la rende felice come la primavera…artisti…di merda.
I ciottoli la mattina, con la guazza che strizza l'occhiolino dalle scanalature, se ci batte il sole, se il cielo è fresco e nuovo e per via tutti camminano e hanno da fare, che bello. Non ci sono sciure pellicce vecchiette, questa città sembra vomitare vecchiette, scommetto che a città giardino o in un altro quartiere ci sta la grande vecchietta-ragno che depone larve di vecchio, dentro un chiesa starà e così da metà mattina escono, cappottini marroni o grigi, colli di volpe naftalinati, cappelli tarmati, nasi porri tutto quanto: sì li odio, occhiali e vecchi e vecchie che si prendono la città e la fanno di silenzio di quiete, alimentano le botteghe squallide e aggressive che vogliono silenzio e palude, so sti vecchi secondo me, massoni o ragni che siano, che fanno in modo che questa non è mica una città universitaria, è una città che aspetta di svegliarsi, che potrebbe svegliarsi. Sembra bella ora e la notte, sono i nostri momenti: la mattina presto e poi dall'aperitivo in avanti, di notte coi vecchi che digrignano i denti dietro le persiane perchè siamo vivi e facciamo rumore di vita per le strade mentre loro alle dieci vorrebbero dormire. Ah ma che sole, che freschi i tetti, che odore di fiume che porta il vento, sembra risalire il ponte e montare di corsa per strada nuova....
stavo per lasciarci la mano. O magari la vita: se mi avesse tranciato la mano non l'avrei spento e alla fine, che ne so, per come l'ho vista poteva pure tagliarmi il collo o sbuzzarmi la pancia, devo fare attenzione.
la cosa strana è che a ripensarci adesso mi vedo come in un fumetto, mi sembra di essere in un cartone animato come mi dice a volte Fausta, io che coi capelli scossi e le gocciole di sudore schizzate attorno ad aureola mi piego sopra la rotella del flessibile che mi si divora la felpa, col volto trasformato in una caricatura di sforzo paura e determinazione minkia se tirava quel cazzo di meccanismo si è ravvolto un pezzo di maglia in un istante e in pochi secondi avrei perso la presa sul manico e oddio la lama mi schizzava in faccia o in basso sulla pancia...ahi mi fa male il dito a pensarci ma sono stata brava minkia so stata bravissima mi sono salvata. ho sette vite, sette vite come i gatti...un paio ne ho già giocate, e questa è un'altra.
martedì 17 marzo 2009
L'asilo 2
Dettagli giganteschi, universi a briciola: l’asfalto nel cortile.
Lungo il cordolo che separava il campetto da pallacanestro asfaltato dallo spiazzetto dove stavamo il ditino esplora e trova granelli neri oppure grigi, pietruzze polverose o tiepidine, irregolari, di materiali diversi di sensazioni diverse. C'era anche la sabbia, più spessa o più fina, contro i bordi. Tutto registra, tutto impara, ogni senso è luce.
La striscia gialla del campo, vernice collosa sull'asfalto a grana grossa, oggi questo si confonde con un’altra sensazione: la testa ricciuta e castana di un bambino. Prima idea del circo: lui dà spettacolo per noi. Siede roteando gli occhi, vicino alla recinzione, si guarda attorno e fa sorrisi stupidi, noi non gli vogliamo bene non lo consideriamo proprio come bambino, da lui ci aspettiamo solo una cosa, quel brivido che ci scuote quando fa la performance. Ci guarda poi indica una cosa, ride, noi aspettiamo, io non credo che allora il tempo fosse uguale, che l’impazienza o l’attesa si traducessero in minuti, era diverso. Lui doveva aspettare noi dovevamo aspettare perché era così il circo, comunque l’avrebbe fatto perché lo sapeva fare e nessun adulto poteva saperlo. Era uno spettacolo per noi ma avveniva solo quando il ricciolino marrone col sorriso scemo e la bavetta sul mento era pronto. Quando doveva ecco: manina aperta piatta sulla fila di formichine rosse, cif ciaf, marmellata di formichine stesso colore dei suoi capelli stessi ricci di poltiglia e poi la lingua lecca e lecca, lui mangia le formiche. Fantastico.
Brandine di stoffa verde con anelli di acciaio lungo i bordi dentro cui passa il filo che le lega al telaio di ferro. Dentro fuori col dito, anello e filo, la noia la noia bestiale.
Lungo il cordolo che separava il campetto da pallacanestro asfaltato dallo spiazzetto dove stavamo il ditino esplora e trova granelli neri oppure grigi, pietruzze polverose o tiepidine, irregolari, di materiali diversi di sensazioni diverse. C'era anche la sabbia, più spessa o più fina, contro i bordi. Tutto registra, tutto impara, ogni senso è luce.
La striscia gialla del campo, vernice collosa sull'asfalto a grana grossa, oggi questo si confonde con un’altra sensazione: la testa ricciuta e castana di un bambino. Prima idea del circo: lui dà spettacolo per noi. Siede roteando gli occhi, vicino alla recinzione, si guarda attorno e fa sorrisi stupidi, noi non gli vogliamo bene non lo consideriamo proprio come bambino, da lui ci aspettiamo solo una cosa, quel brivido che ci scuote quando fa la performance. Ci guarda poi indica una cosa, ride, noi aspettiamo, io non credo che allora il tempo fosse uguale, che l’impazienza o l’attesa si traducessero in minuti, era diverso. Lui doveva aspettare noi dovevamo aspettare perché era così il circo, comunque l’avrebbe fatto perché lo sapeva fare e nessun adulto poteva saperlo. Era uno spettacolo per noi ma avveniva solo quando il ricciolino marrone col sorriso scemo e la bavetta sul mento era pronto. Quando doveva ecco: manina aperta piatta sulla fila di formichine rosse, cif ciaf, marmellata di formichine stesso colore dei suoi capelli stessi ricci di poltiglia e poi la lingua lecca e lecca, lui mangia le formiche. Fantastico.
Brandine di stoffa verde con anelli di acciaio lungo i bordi dentro cui passa il filo che le lega al telaio di ferro. Dentro fuori col dito, anello e filo, la noia la noia bestiale.
L'asilo 1
L’asilo sta laggiù, spuntano poche pietre odori e dettagli come la cima del campanile rimasto in fondo al lago.
Seduta su un tavolo con le gambette a penzoloni, me le sento oscillare ancora e spostarsi la bilancia dalla rabbia perplessa alla determinazione. Un salto, il vuoto sotto il tavolo e tu “maestra” te ne approfitti? L’ostinazione che sarà mia sempre: NO. Un modo di sporgere appena il labbro inferiore per segnare che mi attesto e non recedo. “Ti farò scendere quando avrai fatto il nodo alle scarpe”. Allora morirò qui, crepa pure tu, rivolta e malumore perché questo corpo che sono io è piccolo, più piccola e quindi manipolabile.
Ricorda allora, ricordalo sempre quando troppo vorresti toccare i bambini: meglio controllarsi e farlo solo quando l’aria in mezzo è tersa e il perché necessario se no lascia perdere, pure tu te ne avresti a male di una mano poggiata sulla testa solo perché il gigante vuole.
L’asilo travolto dall’onda del tempo manda a riva schegge pulite di legno.
Il biondo dei due gemelli. Erano maschio e femmina, stranieri. Allora straniero non voleva dire nulla se non una vibrazione cromatica, credo che avessero un altro accento e altri modi ma ciò per noi diventava subito un altro odore e un altro colore. Biondi di un biondo marziano, capelli quasi gialli e lisci, bambini fatti di caramella mou fino a quando…. Lo straniero: un giorno nel salone enorme e rimbombante dove ci lasciavano vagare nella tempesta di suoni e movimento. Io credo fosse una chiesa, sembrava una chiesa senza più panche e altare, l’asilo in effetti stava dentro un complesso religioso. Per due ore al giorno pascolavamo sciolti in questa stanza dal soffitto altissimo, un cupolone azzurro e alte pareti bianche. Si diffonde una notizia, io non so se parlassimo, se ci fosse una lingua fatta di suoni o se fossero visi manine piste animali e celestiali che traducevano per i piccoli gli indizi comuni. In fondo al salone, scavalcato il lungo gradino di marmo che andava da un lato all'altro, dentro alla piccola nicchia coperta dalla sedia c’è della cacca. Processioni di stupore. Andare laggiù e vedere la cacca. Uno stronzo cilindrico e pallido, inodore, pastoso, stranamente pallido non molto marrone e lungo, assolutamente fuori posto, miracolo che fosse lì o piovuto dal cielo o deposto in silenzio, bizzarria che aveva bisogno del complice. Io non so, non si può più sapere che lingua traducesse agli insetti angelici le loro decisioni, se fosse un ragionamento cinguettato o un solo sentimento che decretò per tutti che quello stronzo biondo era stata fatto dagli stranieri biondi.
Seduta su un tavolo con le gambette a penzoloni, me le sento oscillare ancora e spostarsi la bilancia dalla rabbia perplessa alla determinazione. Un salto, il vuoto sotto il tavolo e tu “maestra” te ne approfitti? L’ostinazione che sarà mia sempre: NO. Un modo di sporgere appena il labbro inferiore per segnare che mi attesto e non recedo. “Ti farò scendere quando avrai fatto il nodo alle scarpe”. Allora morirò qui, crepa pure tu, rivolta e malumore perché questo corpo che sono io è piccolo, più piccola e quindi manipolabile.
Ricorda allora, ricordalo sempre quando troppo vorresti toccare i bambini: meglio controllarsi e farlo solo quando l’aria in mezzo è tersa e il perché necessario se no lascia perdere, pure tu te ne avresti a male di una mano poggiata sulla testa solo perché il gigante vuole.
L’asilo travolto dall’onda del tempo manda a riva schegge pulite di legno.
Il biondo dei due gemelli. Erano maschio e femmina, stranieri. Allora straniero non voleva dire nulla se non una vibrazione cromatica, credo che avessero un altro accento e altri modi ma ciò per noi diventava subito un altro odore e un altro colore. Biondi di un biondo marziano, capelli quasi gialli e lisci, bambini fatti di caramella mou fino a quando…. Lo straniero: un giorno nel salone enorme e rimbombante dove ci lasciavano vagare nella tempesta di suoni e movimento. Io credo fosse una chiesa, sembrava una chiesa senza più panche e altare, l’asilo in effetti stava dentro un complesso religioso. Per due ore al giorno pascolavamo sciolti in questa stanza dal soffitto altissimo, un cupolone azzurro e alte pareti bianche. Si diffonde una notizia, io non so se parlassimo, se ci fosse una lingua fatta di suoni o se fossero visi manine piste animali e celestiali che traducevano per i piccoli gli indizi comuni. In fondo al salone, scavalcato il lungo gradino di marmo che andava da un lato all'altro, dentro alla piccola nicchia coperta dalla sedia c’è della cacca. Processioni di stupore. Andare laggiù e vedere la cacca. Uno stronzo cilindrico e pallido, inodore, pastoso, stranamente pallido non molto marrone e lungo, assolutamente fuori posto, miracolo che fosse lì o piovuto dal cielo o deposto in silenzio, bizzarria che aveva bisogno del complice. Io non so, non si può più sapere che lingua traducesse agli insetti angelici le loro decisioni, se fosse un ragionamento cinguettato o un solo sentimento che decretò per tutti che quello stronzo biondo era stata fatto dagli stranieri biondi.
i bambini del secolo
Josiane cresce nella periferia francese tra gli anni cinquanta e sessanta e racconta la vita rotolare via rapida come accade in una famiglia proletaria che si affaccia al boom, passando dal gabinetto fuori casa alla lavatrice fino all’automobile e altro ancora. Pagano con gli assegni familiari ricevuti ad ogni nuovo figlio, e così arrivano a dodici. Lei è la maggiore, se li cresce e manda avanti la casa mentre la mamma sforna. In una famiglia numerosa è così, con qualcuno sei vicino con qualcun altro lontano, ognuno trova come puo’ una strada e un perché, non c’è troppo sentimento piuttosto un’indifferenza induista verso la sorte di chi ti sta accanto. Le parole di Josiane sono sempre carta strappata dai muri, sono gesto vitale di affermazione degli occhi chiari. Che vento che giovinezza in questa corsa di pensieri sfrontati di ragazzina. Un’estate vanno pure in vacanza e la bimba all’inizio rimpiange la casa poi le spiace andare via e nel mezzo i ritratti degli adulti deboli oh deboli e colti così nella menzogna: gli uomini che sono esperti di tutto e parlano a lungo di automobili, le donne sedute in cerchio a discutere di malanni fisici e figli…sembra noioso e invece le pagine volano. Di notte, fin quando va a scuola perché poi, presto, smette, aspetta che tutti siano a letto per fare i compiti in cucina, lavoro da muletto, semplice applicazione ma è il silenzio, lo spazio proprio e per chi ha conosciuto le ragazzine delle case affollate e proletarie sembra tutto vero.
Spavalde, fiere della conoscenza che accumulano con coraggio, della capacità di tenere accoppiati disincanto e fantasia. Femmine sì ma femmine nuove. E poi il sesso arriva con l’età e i sensi, con l’amaro e il desiderio e la voce di Josiane continua ad essere libera e marginale, da se stessa e dalla morale corrente. Guarda il cielo e le stelle oltre i ragazzini che le stanno sopra, considera come va il mondo e come l’orizzonte si chiuda. La voce interiore non tace, il tesoro di tutte le ragazze che con straordinario coraggio abbiano voluto la propria iniziazione sessuale e che così in qualche modo si creano la possibilità di conoscere l’amore. Christiane Rochefort, I bambini del secolo, ed. Barbes. Piccola casa editrice di firenze, bellissima carta e copertina.
Fumetti: Il segno di gesso di Miguelanxo Prado. (non è male, i disegni molto belli, di mare e di vela, la storia poco incisiva mentre si legge lascia poi le figure vive:i personaggi e anche qualcosa dell'enigmaticità della situazione, come voleva l'autore. Ha ricevuto tanti di quei premi però...)
Hanno ristampato L’incal di Moebius e Jodoroswki in volume unico. Finalmente. Purtroppo il formato non è adeguato alla bllezza dei disegni. Biondo, con la coda, cristo di serie R, prima di zanardi o di neo di matrix, pisello insomma redento.
Fumetti d'amore: fumetti d'amore per adulti, senza fraintendere, stupendi:
1) Mara Cerri, Via Curiel 8, orecchio acebo
2) Bourget - Houdart, Una lunga storia d'amore, Motta junior
Spavalde, fiere della conoscenza che accumulano con coraggio, della capacità di tenere accoppiati disincanto e fantasia. Femmine sì ma femmine nuove. E poi il sesso arriva con l’età e i sensi, con l’amaro e il desiderio e la voce di Josiane continua ad essere libera e marginale, da se stessa e dalla morale corrente. Guarda il cielo e le stelle oltre i ragazzini che le stanno sopra, considera come va il mondo e come l’orizzonte si chiuda. La voce interiore non tace, il tesoro di tutte le ragazze che con straordinario coraggio abbiano voluto la propria iniziazione sessuale e che così in qualche modo si creano la possibilità di conoscere l’amore. Christiane Rochefort, I bambini del secolo, ed. Barbes. Piccola casa editrice di firenze, bellissima carta e copertina.
Fumetti: Il segno di gesso di Miguelanxo Prado. (non è male, i disegni molto belli, di mare e di vela, la storia poco incisiva mentre si legge lascia poi le figure vive:i personaggi e anche qualcosa dell'enigmaticità della situazione, come voleva l'autore. Ha ricevuto tanti di quei premi però...)
Hanno ristampato L’incal di Moebius e Jodoroswki in volume unico. Finalmente. Purtroppo il formato non è adeguato alla bllezza dei disegni. Biondo, con la coda, cristo di serie R, prima di zanardi o di neo di matrix, pisello insomma redento.
Fumetti d'amore: fumetti d'amore per adulti, senza fraintendere, stupendi:
1) Mara Cerri, Via Curiel 8, orecchio acebo
2) Bourget - Houdart, Una lunga storia d'amore, Motta junior
domenica 15 marzo 2009
fumetti
Ho letto due biografie di pittori, una a fumetti e l'altra in poesia, ritrovando nei due mezzi delle analogie quanto a libertà narrativa, oltre che la personale mia inclinazione. Il cortocircuito lirico, il suo gettare senza legame fatti e idee nella pagina ricorda gli oggetti le scene gli incredibili del disegno.
I fumetti che passione, fin da allora dal corrierino dei piccoli stampato su carta di giornale col bordo seghettato, ho imparato a leggerci sopra e dai tre ai sette anni è stato l'appuntamento ambito di ogni domenica, mi ha insegnato tutto potrei dire e mi ha lasciato il dono strano di cadere in trance e trovare in una montagna di libri vecchi o in una città nuova Il Fumetto.
Pascin di Joan Sfar, bellissimo veramente. a parte parigi e i primi del secolo scorso, la pittura francese che mi rimanda all'adorato baudelaire anche se l'età non è più quella, ma che belli i disegni e anche i testi, l'erotismo in generale delle pagine, la crudeltà leggera appuntita dell'artista della bohem che abita come topos senza tempo le nostre fantasie, tra scopare e disegnare fa capire c'è la tensione alternativa di tutto il creare, molto molto bello.
Poi invece a port'alba la via dei libri vecchi ho trovato un altro fumetto che è Barnaby, uscito per due anni 1942 e 43 negli USA, protagonista un bimbo che vede il Fato padrino (femm fata madrina) tale Mr O'Malley e il padre e la madre middle class non ci stanno dentro, lo mandano pure dallo psichiatra e davvero è un intreccio edipico mica da poco, ma insomma questo disturbo è la più poetica e perturbante invitazione alla lotta contro la famiglia nucleare consumista che si può trovare all'alba. piaceva anche a vittorini, per quel che vale.
Poi questa biografia di Ligabue fatta in versi da Zavattini. Ammetterò che di zavattini non so nula ma mi sorprende la libertà che si prende e che gli lasciavano prendersi, comunque non è un capolavoro, molto breve, ma i guizzi gli ambienti gli episodi affastellati con le rotture a fine verso hanno un che di molto piacevole e incisivo.
In realtà volevo scrivere di un altro libro e di un altro corso sui giochi che ho fatto (bellissimo!)ma adesso ho la febbre e devo partire.
I fumetti che passione, fin da allora dal corrierino dei piccoli stampato su carta di giornale col bordo seghettato, ho imparato a leggerci sopra e dai tre ai sette anni è stato l'appuntamento ambito di ogni domenica, mi ha insegnato tutto potrei dire e mi ha lasciato il dono strano di cadere in trance e trovare in una montagna di libri vecchi o in una città nuova Il Fumetto.
Pascin di Joan Sfar, bellissimo veramente. a parte parigi e i primi del secolo scorso, la pittura francese che mi rimanda all'adorato baudelaire anche se l'età non è più quella, ma che belli i disegni e anche i testi, l'erotismo in generale delle pagine, la crudeltà leggera appuntita dell'artista della bohem che abita come topos senza tempo le nostre fantasie, tra scopare e disegnare fa capire c'è la tensione alternativa di tutto il creare, molto molto bello.
Poi invece a port'alba la via dei libri vecchi ho trovato un altro fumetto che è Barnaby, uscito per due anni 1942 e 43 negli USA, protagonista un bimbo che vede il Fato padrino (femm fata madrina) tale Mr O'Malley e il padre e la madre middle class non ci stanno dentro, lo mandano pure dallo psichiatra e davvero è un intreccio edipico mica da poco, ma insomma questo disturbo è la più poetica e perturbante invitazione alla lotta contro la famiglia nucleare consumista che si può trovare all'alba. piaceva anche a vittorini, per quel che vale.
Poi questa biografia di Ligabue fatta in versi da Zavattini. Ammetterò che di zavattini non so nula ma mi sorprende la libertà che si prende e che gli lasciavano prendersi, comunque non è un capolavoro, molto breve, ma i guizzi gli ambienti gli episodi affastellati con le rotture a fine verso hanno un che di molto piacevole e incisivo.
In realtà volevo scrivere di un altro libro e di un altro corso sui giochi che ho fatto (bellissimo!)ma adesso ho la febbre e devo partire.
mercoledì 4 marzo 2009
Marzo 2008 (1). Quasi primavera. Finito il laboratorio, scoppia il dramma: qualcuno ha ficcato la cartella della Cocca nel cestino in corridoio e la cartella adesso è bagnata. “Di piscia!”. “No, non è piscia!” “Sì, sei stato tu, c’hai pisciato sopra!” “No, ti ggiuro, non sono stato io, io ste cose non le faccio”. La faccenda è seria. Si sono bagnati dei quaderni, la cartella di stoffa è rovinata. L’assoluto sentimento di giustizia dei selvaggi domanda soddisfazione. Il laboratorio è finito da mezzora, bisogna ancora riaccompagnarli, la fame mi buca lo stomaco. Potrebbe darsi che ieri sera qualcuno di Chi rom e chi no abbia pisciato nel cestino, è possibile. Oppure è semplicemente acqua. La questione si impunta lì: “è piscia – non lo è”. Non so come ma finiamo per farlo: “Annusala, no dai annusala” “No, dai no …” “Annusala anche tu”. Alla fine mi prende un conato di vomito, accettato unanimamente come segnale di fine partita. Questione chiusa e sepolta
lunedì 2 marzo 2009
Frag
Non sto scrivendo perchè penso sempre a cose che DEVO fare e che non esaudisco quindi non posso mettermi qui e scrivere.
Ho visto Il matrimonio di Lorna dei F.lli Dardenne e Essi vivono di J.Carpenter. Lorna è un bel film, i fratelli finalmente sfuggono alla loro maniera e oltrepassano rosetta con una storia che intride la loro luce bianca contemplativa di umanità. nel finale l'evasione di lorna e dello spettatore è completa, nel cuore del bosco ci rimette in contatto con l'affabulazione del destino che spetta a ogni abitante dotato di cittadinanza primo mondo.
Lorna è albanese ma nei gg scorsi pensavo spesso alla Romania, a perchè diventa un topos del reality in questo momento. Ogni cosa significa oramai sempre su più piani, tutto è compromesso quindi si tratta solo di vedere in un evento-mediatico (tuttilosono) la radice generale. O vera o universale. Forse davvero la cultura può aiutarci ancora, più di quanto non si creda. Pochi giorni la storia dell'umanità conta solo pochi giorni. Comunque La Romania hai capito che storia che ha?
Sulea Firu.
Dicevo a C.: quando giovani ci chiederanno: ma tu c'eri? e come facevi a vivere così, a non fare niente. E noi diremo che la vita continuava giorno dopo giorno ed era vita.
Un anno fa moriva mia nonna.
sono stata a napoli pavia varese pavia napoli e credo che tra breve mi farò un giretto e più in là un giro. La funzione di deframmetazione dischi non mi funziona. Francammentaria
l'idea di imparare usare la telecamera scaricare montare sottotitolare farlo a scuola.
il tipo conosciuto in treno. Misteri dell'adozione. più dalla parte dell'adottato che dell'adottante.
Ho visto Il matrimonio di Lorna dei F.lli Dardenne e Essi vivono di J.Carpenter. Lorna è un bel film, i fratelli finalmente sfuggono alla loro maniera e oltrepassano rosetta con una storia che intride la loro luce bianca contemplativa di umanità. nel finale l'evasione di lorna e dello spettatore è completa, nel cuore del bosco ci rimette in contatto con l'affabulazione del destino che spetta a ogni abitante dotato di cittadinanza primo mondo.
Lorna è albanese ma nei gg scorsi pensavo spesso alla Romania, a perchè diventa un topos del reality in questo momento. Ogni cosa significa oramai sempre su più piani, tutto è compromesso quindi si tratta solo di vedere in un evento-mediatico (tuttilosono) la radice generale. O vera o universale. Forse davvero la cultura può aiutarci ancora, più di quanto non si creda. Pochi giorni la storia dell'umanità conta solo pochi giorni. Comunque La Romania hai capito che storia che ha?
Sulea Firu.
Dicevo a C.: quando giovani ci chiederanno: ma tu c'eri? e come facevi a vivere così, a non fare niente. E noi diremo che la vita continuava giorno dopo giorno ed era vita.
Un anno fa moriva mia nonna.
sono stata a napoli pavia varese pavia napoli e credo che tra breve mi farò un giretto e più in là un giro. La funzione di deframmetazione dischi non mi funziona. Francammentaria
l'idea di imparare usare la telecamera scaricare montare sottotitolare farlo a scuola.
il tipo conosciuto in treno. Misteri dell'adozione. più dalla parte dell'adottato che dell'adottante.
?
Non sto scrivendo. Ho preso appunti su un quaderno giallo ma non to scrivendo sul blog perchè sto scrivendo un'altra cosa. Un pezzo su Arrevuoto. E quando devo scrivere qualcosa che mi hanno chiesto, che andrà sotto gli occhi di qualcuno o che riguarda il mondo, delle persone con cui hai delle relazioni e hai una qualche forma di responsabilità verso la loro veridicità indicibile, io sto male.
Sarà per via dei vermoni tellurici nella capa ma io tendo a decompormi.
PS
Ho visto il Pinocchio di Armando Punzo Compagnia della fortezza del carcere di volterra. Teste nere di conigli in alto, coniglio bianco, nero, gatto e volpe, asino, diavolo, e un casino di altri personaggi tutti in scena, sullo sfondo famiglia che cucina zie nonni sorella cugina e poi altri: angeli becchini cowboy madonne. e che scene!
molto sull'ombelico questo spettacolo, mr punzo è in crisi coi libri la cultura e se stesso e chiede aiuto al teatro e agli amici che già si aiutarono a vicenda.
qualcosa dell'energia di arrevuoto diceva biagio, può darsi, i corpi vita dei carcerati. teatro margini scarti direbbe un libro di pedagogia o ecc.
penso invece che ha più a che fare col Gioco. Assieme alla romania tu vedrai che un altro tema punta è questo: il gioco.
Sarà per via dei vermoni tellurici nella capa ma io tendo a decompormi.
PS
Ho visto il Pinocchio di Armando Punzo Compagnia della fortezza del carcere di volterra. Teste nere di conigli in alto, coniglio bianco, nero, gatto e volpe, asino, diavolo, e un casino di altri personaggi tutti in scena, sullo sfondo famiglia che cucina zie nonni sorella cugina e poi altri: angeli becchini cowboy madonne. e che scene!
molto sull'ombelico questo spettacolo, mr punzo è in crisi coi libri la cultura e se stesso e chiede aiuto al teatro e agli amici che già si aiutarono a vicenda.
qualcosa dell'energia di arrevuoto diceva biagio, può darsi, i corpi vita dei carcerati. teatro margini scarti direbbe un libro di pedagogia o ecc.
penso invece che ha più a che fare col Gioco. Assieme alla romania tu vedrai che un altro tema punta è questo: il gioco.
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