martedì 17 marzo 2009

L'asilo 1

L’asilo sta laggiù, spuntano poche pietre odori e dettagli come la cima del campanile rimasto in fondo al lago.
Seduta su un tavolo con le gambette a penzoloni, me le sento oscillare ancora e spostarsi la bilancia dalla rabbia perplessa alla determinazione. Un salto, il vuoto sotto il tavolo e tu “maestra” te ne approfitti? L’ostinazione che sarà mia sempre: NO. Un modo di sporgere appena il labbro inferiore per segnare che mi attesto e non recedo. “Ti farò scendere quando avrai fatto il nodo alle scarpe”. Allora morirò qui, crepa pure tu, rivolta e malumore perché questo corpo che sono io è piccolo, più piccola e quindi manipolabile.
Ricorda allora, ricordalo sempre quando troppo vorresti toccare i bambini: meglio controllarsi e farlo solo quando l’aria in mezzo è tersa e il perché necessario se no lascia perdere, pure tu te ne avresti a male di una mano poggiata sulla testa solo perché il gigante vuole.

L’asilo travolto dall’onda del tempo manda a riva schegge pulite di legno.
Il biondo dei due gemelli. Erano maschio e femmina, stranieri. Allora straniero non voleva dire nulla se non una vibrazione cromatica, credo che avessero un altro accento e altri modi ma ciò per noi diventava subito un altro odore e un altro colore. Biondi di un biondo marziano, capelli quasi gialli e lisci, bambini fatti di caramella mou fino a quando…. Lo straniero: un giorno nel salone enorme e rimbombante dove ci lasciavano vagare nella tempesta di suoni e movimento. Io credo fosse una chiesa, sembrava una chiesa senza più panche e altare, l’asilo in effetti stava dentro un complesso religioso. Per due ore al giorno pascolavamo sciolti in questa stanza dal soffitto altissimo, un cupolone azzurro e alte pareti bianche. Si diffonde una notizia, io non so se parlassimo, se ci fosse una lingua fatta di suoni o se fossero visi manine piste animali e celestiali che traducevano per i piccoli gli indizi comuni. In fondo al salone, scavalcato il lungo gradino di marmo che andava da un lato all'altro, dentro alla piccola nicchia coperta dalla sedia c’è della cacca. Processioni di stupore. Andare laggiù e vedere la cacca. Uno stronzo cilindrico e pallido, inodore, pastoso, stranamente pallido non molto marrone e lungo, assolutamente fuori posto, miracolo che fosse lì o piovuto dal cielo o deposto in silenzio, bizzarria che aveva bisogno del complice. Io non so, non si può più sapere che lingua traducesse agli insetti angelici le loro decisioni, se fosse un ragionamento cinguettato o un solo sentimento che decretò per tutti che quello stronzo biondo era stata fatto dagli stranieri biondi.

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