Dettagli giganteschi, universi a briciola: l’asfalto nel cortile.
Lungo il cordolo che separava il campetto da pallacanestro asfaltato dallo spiazzetto dove stavamo il ditino esplora e trova granelli neri oppure grigi, pietruzze polverose o tiepidine, irregolari, di materiali diversi di sensazioni diverse. C'era anche la sabbia, più spessa o più fina, contro i bordi. Tutto registra, tutto impara, ogni senso è luce.
La striscia gialla del campo, vernice collosa sull'asfalto a grana grossa, oggi questo si confonde con un’altra sensazione: la testa ricciuta e castana di un bambino. Prima idea del circo: lui dà spettacolo per noi. Siede roteando gli occhi, vicino alla recinzione, si guarda attorno e fa sorrisi stupidi, noi non gli vogliamo bene non lo consideriamo proprio come bambino, da lui ci aspettiamo solo una cosa, quel brivido che ci scuote quando fa la performance. Ci guarda poi indica una cosa, ride, noi aspettiamo, io non credo che allora il tempo fosse uguale, che l’impazienza o l’attesa si traducessero in minuti, era diverso. Lui doveva aspettare noi dovevamo aspettare perché era così il circo, comunque l’avrebbe fatto perché lo sapeva fare e nessun adulto poteva saperlo. Era uno spettacolo per noi ma avveniva solo quando il ricciolino marrone col sorriso scemo e la bavetta sul mento era pronto. Quando doveva ecco: manina aperta piatta sulla fila di formichine rosse, cif ciaf, marmellata di formichine stesso colore dei suoi capelli stessi ricci di poltiglia e poi la lingua lecca e lecca, lui mangia le formiche. Fantastico.
Brandine di stoffa verde con anelli di acciaio lungo i bordi dentro cui passa il filo che le lega al telaio di ferro. Dentro fuori col dito, anello e filo, la noia la noia bestiale.
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