domenica 22 febbraio 2009

nanetti

Qualche notte fa su raitre, molto tardi, andava in onda un documentario ucraino di propaganda risalente ai primi anni dopo la guerra. Campi di grano sconvolti dai colpi di cannone e disseminati di cadaveri, guerra, eserciti e contadini che sopravvivono come possono. La voce fuori campo ricorda il coraggio e il sacrificio con cui il popolo ucraino combatté il nazismo. E poi molte immagini di bambini e bambine, nella città, nelle campagne, per far vedere la vita che continua. Avevo sonno, era davvero molto tardi ed ero pure un po’ ubriaca. Devo essermi assopita un istante di fronte al video e quando ho riaperto gli occhi non riuscivo più a capire che stessi vedendo: due creaturine vestite da donna, sembravano delle nane o delle vecchie così vecchiette da essersi rimpicciolite. Ma non erano né le une né le altre perché le proporzioni non corrispondevano e nemmeno i gesti: fluidi, impacciati, tremanti, alieni nella logica e nella scioltezza. Due nane che si girano attorno a vicenda e intrecciano un balletto goffissimo di dispetti, di spinte, di smorfie. Ho capito presto che si trattava di due bambine ma l’ho capito con la ragione perché gli occhi continuavano a vedere qualcosa che non avevano mai visto, nel bianco e nero sgranato del documentario , nella distanza che mi prestava, vedevo per la prima volta che due infanti vestite da adulte e lasciate così davanti alla telecamera potevano parere degli adulti in miniatura, sproporzionatissime nella membra e ridicole nei gesti. Vedendo i quadri del resto, nella pittura moderna fino al settecento e poco oltre, avevo sempre avvertito lo stesso: quel tempo non sapeva e non vedeva l’infanzia come facciamo adesso, non c’era proprio il topos mentale per percepire il bambino come facciamo e in quel risveglio credo di aver sperimentato una percezione simile, imperfetti prossimi adulti.
Ps
Cervello frantumato. Dove andare che fare. Oramai i sondaggi sono stati chiari, chi mi conosce rintraccia la crepa il difetto intervenuto. Tu potevi tu potresti ma poi qualcosa è andato storto. È intervenuto un incidente e sono rimasta handicappata, inetta. Che scoperta.
[Fernand Deligny, I vagabondi efficaci, bellissimo, da leggere].

capre e capretti

Visto spettacolo Stranieri del Teatro delle Albe. Lascia stare la qualità generale del testo, che può lasciare adito a insoddisfazioni e dubbi vari, lo spettacolo in sé, la messa in scena e il contenuto fondamentale sono molto interessanti. Alta Italia. Alta Italia. Facilmente il bunker e i rumori che lo scuotono (spettacolo per trenta da vedere in un container apposito, chiusi, molto vicini agli attori) riconducono al profondo, che sia facile o meno si ottiene il sollevamento della couche più interiore. E così trattando senza ironia la morte, anzi rappresentando con pochi complimenti le esequie, si materializzano i fantasmi che abitano la mente, l’altro che sono io, lo sterminio speculare che si fa del mondo con le idee politiche e del prossimo con le idee sentimentali. Capri sacrificali ovunque, il figlio i figli che una coppia di adulti abbrutiti uccide in una vita con troppe morti; la morte che non ci coglie dunque soli ma ci getta tra coloro che già calarono vivi nel trabocchetto; la paura famosa che mangia l’anima e la luce che ci verrebbe dall’aprire con meno timore al famoso altro. Più Alta Italia. Parla insomma un po’ di tutto questo, bravi e sopra a tutto l’attrice, E.Montanari, straordinaria. Non mi capacito che non vi sia artista che non decida di scrivere per lei sola un pezzo, fosse pure breve ma al servizio di quel fuoco qualcuno dovrebbe farsi ispirare. Vabbè.
Si collega a questo la storia rumena della Capra e i tre capretti. Sulla bancarella ho acquistato edizione Bemporad e figli anni cinquanta: libro illustrato benissimo e storia atroce. Una favola rumena tradizionale che vale per qualsiasi scena in cui l’orco è in famiglia. Il compare della capra è il lupo che approfitterà della sua assenza, è andata a procurare cibo, per divorare due dei suoi tre capretti. Tremenda la vendetta della capra ma intanto quei due sono morti. Atroce il dettaglio delle testine mozzate messe sul davanzale che la capra tornando crede essere i suoi piccoli in attesa. Quel particolare così macabro significa ancora meglio la storia dell’orco in famiglia, di chi usa violenza ai bambini e alle bambine e poi loro continuano a sorridere, se li vedi da lontano ti aspettano come sempre invece li hanno macellati. Tutte le storie che ho sentito dalle case in affido, la violenza che si fa sui bambini ogni giorno. E la romania come simbolo di una nazione che a tutti i figli ha fatto conoscere la pancia dell’orco. E che cosa accadrà? Intervistare grazia fresco.
Sempre di questi tempi l’ossessione sulle donne. Da Eluana alla legge contro gli stupri. In questo scatafascio, in questo vaudeville abissale in cui ci apprestiamo a finire il primo decennio, quando i partiti si chiamano per un popolo di semi analfabeti PD e PDL, sembrano cazzate ma è vero, come è vero che se tu metti la tua amante pornsoft alle Pari opportunità il paese precipita, indietro e indietro. Il reflusso degli anni ottanta non è finito, il grosso della merda torna indietro adesso, a tratti hai paura che direttamente dagli anni quaranta una valanga di merda risalga la cloaca, perché non avete fatto attenzione ci dicono, non siete stati attenti all’igiene.
Ma non potevamo cazzo non potevamo, va bene hitler ma qui siamo miliardi e miliardi, siamo cambiati così tanto ci siamo estesi noi tappeto fiume grande organismo di unica carne, fino a quando non si troveranno favole e credenze per rappresentare la moltitudine e dal medioevo non uscirà la storia di un unico sangue credo che…. ma che cazzo dici. Rimane la questione femminile, poverine, povere mostruose deboli limitate adesso basta però, il femminismo è stato quel che è stato poi gli anni ottanta ma adesso non deve cadere del tutto quell’appello: la donna è rovinata, che rinasca la donna. Per tutti e tutte il desiderio di un’altra specie.
Fatto sta che la sera ho visto Vogliamo anche le rose con mamma e la mattina dopo mentre ero in ospedale in fila al CUP per prenotare attorno al banco accettazione è arrivata questa ragazza giovane magra sui tacchi una bella coda riccia e gli occhi un po’ tirati da cinese e ha detto: sono qui per l’interruzione volontaria di gravidanza. L’infermiera è saltata sulla sedia: - Allontanatevi, allontanatevi vi prego, per la privacy. Tanto avevamo sentito tutt oramai. Ma non è la coincidenza che la sera prima nel film si sente leggere il diario di una ragazza che abortì nel settanta. È che quella vita, quelle promesse che nacquero dopo la guerra, che ho ritrovato (sempre alla bancarella in una raccolta di rivista francese 76-77 Ah, Nanà! di fumettiste donne, stupenda)quell’aria di possibilità sta cadendo. Lei la mattina va da sola all’ospedale nello stesso posto dove altre stanno con la pancia e altre piangono perché a loro non viene lei va e dice vorrei interrompere. A tratti penso che siamo così di pongo, che si potrebbe spremere di meglio sicuramente di meglio dalla gente di questo paese, anche adesso che vedo i cani neri in agguato ovunque rimane quell’idea che basterebbe poco per far andare diversamente. Nessuno secondo me lì in coda allo sportello ha provato orrore e fastidio o pensato nulla di lei che viva una mattina andava verso la sua storia.
Come se non sapessimo che in questa massa democratica accadrebbe che molti e molte basterebbe loro impegnarsi e giocare, la sera i grandi falò e le feste e gli hobby dal legno alla fotografia e lasciare le genti in pace abbiamo sognato e previsto così tanto male che di utopie oggi non sappiamo neanche fare uno schizzo.

domenica 15 febbraio 2009

se fosse un'altra storia

un domani, se fosse un'altra storia, mi piacerebbe scrivere una storia così: un ragazzo nero che fa il prete, arriva dalla nigeria in una cittadina italiana del'italia centrale. il prete vecchio è piuttosto miserabile, tirchio soprattutto e poco umano. la vita le notti la sacrestia. e la fame anche di un giovane. la sorella suora a roma e la famiglia laggiù. che cosa sente davvero per la religione? che rapporto ha con il credo, che gli ha dato identità, pane, ambizione e anche miseria e furto?
Poi conosce un'anziana. Una donna anziana che va sempre a messa e concilia la sua fede, vera, la sua attività in parrocchia, di passatempo, con uno spirito terragno concreto testardo corrosivo. Con tutta una storia personale irrisolta e vivissima che convive con il presente. Un presente di nulla e una tempra così forte, la volontà che le ha fatto scegliere il dovere, la testardaggine contadina che le ha fatto tacere tante cose, la soluzione nell'azione, nel ripagare agendo i pensieri o gli atti sbagliati. Sbagliati per chi? per il dio, per il marito, per la figlia, per la morale, per se stessa. ingiustizi subite, il fratello maschio preferito, la fame del dopoguerra, il desiderio sessuale che lei sentiva e ch nel matrimonio per tanti motivi non trovò via. Tutta la storia.
E questa donna anziana lentamente progressivamente si affeziona a questo giovane uomo nero. Sono due caratteri distantissimi ma con lo stesso doppio fondo, con lo stesso rapporto tanto autentico quanto disincantato con la religione. e con le rispettive solitudini. Qui poi la storia si farebbe impenetrabile. perchè un conto è quello che vede la cittadina e i testimoni da fuori, di questo sodalizio. la fruttivendola, la parrucchiera, il pizzicagnolo, l'amica beghina. I familiari lontani nonsann niente. e un altro conto è quello che vivono loro due, come si stabilisce un legame madre figlio che in realtà è il contenitore in cui queste due nature così diverse così simili proiettano le rispettive questioni radicali, dove grazie a un patto a tutto il mondo ignoto e da loro stessi recitato in codici quasi teatrali permette in realtà di agire significati profondi della vita loro vera, tra cui il sesso, l'odio, l'amore. che cosa si scambiano che cosa si danno. Poi lui parte e in questa distanza inizia una separazione, di lei verso il sogno e l'idealizzazione dei viaggi del prete (carriera vaticana nunziature) e della protezione verso la morte e del vagheggiamento di isola e per lui di progressivo distacco tra il cinismo e una tenerezza che cerca di non tradire sublimandola tra menzogna e fede, la sua fede che vorrebbe vera ma che è anche menzogna. non può finire che in un modo.

giovedì 12 febbraio 2009

piscina

Quando si va in piscina la mattina presto l’acqua è verde come il petrolio. Soprattutto se il cielo fuori dalla vetrata è nuvolo e se i raggi del sole non battono in vasca. Allora ti sembra di andare al mare perché anche al mare certe mattine coperte l’acqua diventa scura e verde e compatta, come la carne muscolosa di un enorme animale.
Un amico con cui andavo spesso a nuotare qualche anno fa mi raccontò questa storia:
li portavano in piscina due mattine a settimana e per lui quello che doveva essere una gioia si trasformò in pena. Ogni volta al momento di salire sul pulmino controllava con ansia se l'altro ci fosse. C’era quasi sempre. Grasso, scorbutico, solitario. Vulnerabile anche. Una volta gli presero il berretto e il ciccione non si arrabbiò ma si mise in fondo al pulmino con la faccia contro il vetro e a nessuno venne più voglia di scherzare. Non era una vittima ma veniva un po’ emarginato, il gruppo sentiva che c’era qualcosa di strano nel modo ingordo con cui si teneva per sé solo il gioco del momento, che fosse un giornaletto un ninnolo un pupazzetto, quando aveva una cosa nuova che lo appassionava aveva un modo di stringerla in mano e riguardarsela da solo che infastidiva gli altri. E poi non sembrava intendere le cose nella stessa maniera: rideva o avvampava per motivi irragionevoli. Rideva mentre uno si sfilava il maglione o domandava al maestro di fermarsi al bar. Diventava rosso appena un adulto gli rivolgeva la parola. Fatto sta che tra lui e il ciccione c’era un segreto. Anzi no, era un incantesimo maligno, un vincolo soprannaturale che l’aveva rinchiuso come merlino dentro a un cerchio di silenzio invisibile agli altri. Il ciccione aveva il potere segreto, per un minuto a settimana, di trascinarlo in un regno parallelo dove lui non aveva voce e dove rimanevano soli, loro due nascosti all’occhio del mondo.
Dopo, ogni volta, mentre si rivestiva nello spogliatoio e scordava il brivido provato, si chiedeva perché non riuscisse a parlarne con nessuno. Era come se l’avesse messo davanti a un muro, non c’era scelta. Un groviglio di vergogna, di pietà, di umiliazione, di afasia: il ciccione aveva intuito in lui una natura sufficientemente complessa e inetta da garantirgli una complicità morbosa. Perché a me si chiedeva e poi capiva che solo a lui sarebbe potuto capitare, era andato a colpo sicuro.
Durava un istante, prima o poi arrivava e sempre quando finalmente aveva smesso di pensarci per abbandonarsi al piacere del gioco e dell’acqua. Si faceva invisibile, grasso, spugnato d’acqua, bianco ancora più bianco che nella giacca a vento beige e gonfio quasi come un lumacone trasparente: il ciccione riusciva a scomparire contro il bordo della vasca, proprio accanto alla scaletta. Quando tutti pensavano solo ai punti della gara, a correre risalire e tuffarsi dai blocchi, e lui pure era con loro preso totalmente, era allora che la povera creatura, dominata dal suo diavolo, riusciva a nascondersi lì, tra il bocchettone nelle scanalature, chissà come faceva, lo intuiva sempre troppo tardi, solo un secondo prima che accadesse, gliela faceva ogni volta. Mentre si teneva con le braccine tese alla ringhiera della scaletta e si issava agile, in quell’istante preciso in cui il sederino si stacca dall’acqua e il busto emerge tutto, in quella soglia che per gli altri non era diversa da ogni altro momento a lui toccava una sensazione abissale. Era una carezza, anzi meno: uno sfioro, a mano aperta, leggerissima. Gli toccava il sederino, gli passava il palmo lì dove il muscolo si arrotonda scoperto tra la fine del costumino e la coscia. Lui non si girava nemmeno a guardarlo, provava vergogna e orrore per il ciccione, per il piacere furtivo e miserabile a cui quello era costretto, lo immaginava con la lingua di fuori e preferiva dimenticare.
L’idea di quella carezza lubrica e istantanea finì per rovinargli il piacere della piscina allora mentre tuttora è lì, accanto alla scaletta ogni volta che va a nuotare.

martedì 10 febbraio 2009

mi ero segnata delle cose da scrivere, poi non l'ho fatto. non scrivo proprio. non faccio proprio nulla. di niente.
qualche sera fa rientrando a casa un motorino mi viene contro molto velocemente, sono quasi a casa cammino lungo il palazzo verso il portone e il motorino sbanda diritto verso di me poi all'ultimo devia. con la faccia da pesce esterrefatta vedo quella dietro che si volta ridendo. sono giovani, coi capelli lunghi castani e mossi, ride di sto bello scherzo. anche a piazza carità una sera ho evitato per un pelo uno schiaffone e dopo la schivata vedo sta chiattona bionda che ride, stretta a un'altra panzona. Le ragazzine erano meglio. Penso mò lo segno e poi però mi dico ma perchè basta co ste regazzine.

Non è inutile questa fissa sulle ragazzine.
Tra quella frase: è una persona che potrebbe anche avere un figlio. E certe cose che mi diceva manu.
L'idea della donna, della condizione della donna che si appalesa in questa frase e la condizione della donna che si appalesa a una donna sola che frequenta regolarmente un bar. Un soldato al braccio di ogni bella signora.

la donna come vaso forno materia

lessi una volta uno scritto di toni negri per nottetempo dove diceva che nella seconda metà del 900 l'italia aveva avuto una corrente filosofica di rilievo europeo cioè il pensiero della differenza, il femminismo anni 70. Allora pensavo che era vero. Adesso vedo che quella frase di berlusconi ancora aspetta vendetta, quella frase è di una gravità inaudita e avrebbe dovuto riempire le pagine dei quotidiani e delle riviste di una vibrante e articolata protesta intellettuale, quella frase sottende un'idea di umanità abominevole. La cosa peggiore è che non è di berlusconi, lui la pesca dal profondo del paese, dal senso comune per cui la donna davvero qui è ancora il grembo o la merda.
che rabbia

martedì 3 febbraio 2009

niente video solo disegni

ieri sera visto Valzer con Bashir. Ci sarebbe troppo da scrivere; non ora. Il film rimane per giorni, tocca, come può ma non male, questioni fondamentali. Senza separarle da quelle storiche puntuali. Come può. Non solo memoria, colpa, senso. Quella guerra, quello stato. Ma non dico altro, ho bisogno di nominarlo perchè mi ha lasciato una profondissima sensazione equorea. Per interpretarla dovrei rivederlo, e non è una prospettiva gradevole.
Stamattina appena svegliata dai sogni ho realizzato che la chiave è lì, nel mare. Il protagonista e i due ex commilitoni di cui, tentando di ricostruire il ricordo, raccoglie gli aneddoti, raccontano tutti immagini in cui l'ambiente equoreo è determinante. Uno nuota di notte, a largo, così a lungo da riunirsi dopo tutta una notte alla deriva alla sua stessa compagnia. Un altro sogna di essere portato via sull'acqua da una gigantesca donna meravigliosa. Il regista si vede immerso nel mare davanti a Beirut su cui nevicano i razzi. In tutti i tre casi carneficina e colpa come sfondo. Nel film, dallo psicologo, viene data una spiegazione del mare, del suo rapporto con le modificazioni della memoria. Ha a che fare con la paura dice, e poi con l'identificazione. L'impossibile identificazione con la vittima. Ma....

Sempre lui il padre madre divoratore culla, il mare dove tutto è identico e uno si differenzia. ma questo è ciarpame primo novecentesco. la questione qui, domani, è tutt'altra.
(sul film vedasi articolo morreale, sito Lo straniero)