mercoledì 28 gennaio 2009

Montessori statale

A Roma c'è una scuola montessori statale, casa dei bambini (materna) ed elementare. Abbiamo visitato la scuola elementare.
Abbiamo potuto fare osservazione dalle nove all'una. Poi conversazione di un'ora con una maestra. Poi mentre Loro erano a mensa la maestra ci ha spiegato come funziona la mensa e abbiamo fatto le foto alle stanze.
Alla fine mangiato un panino al supermarket vicino. Pioveva.
Innanzitutto non devi averepregiudizi, non serve a niente stare lì a dire: è una cosa piccola, per privilegiati, ne entrano 20 all'anno, sono tutti bianchi ecc.
Non è quello il punto. è un modo che esiste e che funziona come funziona e che dice qualcosa sulla scuola e l'educazione, il resto non importa.
Dalla prima alla quinta, cinque stanze, un corridoio, le stanze non sono separate, ci sono pareti scorrevoli che però sono tenute aperte, quindi una stanza si affaccia nell'altra, ciascuno/a è libero/a di alzarsi e andare dove vuole a fare quello che vuole.
Circa un centinaio di bambini e bambine, una maestra per classe tranne che nelle compresenze, secondo i moduli presenti in tutte le scuole statali elementari.
Ma nella scuola montessori non ci sono lezioni frontali. La maestra sta nell'aula (non essendo chiuse è meglio dire stanze) e segue ora uno ora l'altra, oppure gruppetti di circa tre. Chiama qualcuno e gli presenta un lavoro, un'attività, una spiegazione e poi lascia fare.
La prima cosa che ti colpisce arrivando è l'assenza di casino. Cento e passa bambin e non c'è bordello, tutti parlano e fanno e girano ma tengono un tono di voce controllato, nessuno urla. Nessuno urla e strepita.
Voglio dire: adesso sto leggendo Deligny, i piccoli alienati o caratteriali o criminali o devianti o vagabondi. non sono contro il casino, non è questo il punto.
Comunque non c'è quel malessere nè quell'ossessione del silenzio, regole condivise creano armonia. In effetti i bimbi che entrano provengono dalla Casa dei bambini a fianco quindi sono tirati su così, montessoriani.
Eppure il fatto che ovunque ci siano materiali spinge in quella direzione di operosità divertita concentrata armonica. Cassetti cassettini panche armadietti scaffali sportelli scatole scatoloni scatolette vaschette ripiani bilance colla pastelli giochi e materiali di ogni tipo libri e libri di ogni tipo
I banchi stanno uniti a tre o quattro, ciascuno si sceglie l'attività: ricopiare pezzi di libro, ricerca sui vulcani o sul felino, analisi gammaticale o frazioni, gioco con la casa delle bambole e scrivere il testo della commedia, preparare una conferenza per gli altri sulla sicilia o sul colibrì
in prima e seconda: la striscia della vita con le foto da piccol, la canzone dell'albero, prendere la patente da cameriere
Tre sono state in corridoio tutta la mattina, per due ore avranno giocato e per altre due hanno studiato la sicilia e preparato cartellone e organizzato conferenza; uno ha studiato tutta la mattina da solo le scimmie dall'enciclopedia, sapendo pure leggere poco, andava dalla maestra ogni tanto a domandare; un gruppo fa una ricerca sui vulcani; due si sono accaniti coi materiali per la matematica tutta la mattinata; una bravissima e una scarsissima hanno giocato con dei cartoncini con su i verbi coniugati per tre ore; un'altra non ha fatto nulla se non ricalcare la cartina della macedonia.
Il Metodo di sicuro eccelle per ciò che riguarda la matematica e la grammatica.
Non sono convinta che l'assenza di momenti di gruppo e collettivi sia in sè positiva.
Tutte le scuole dovrebbero avere dimensioni contenute, le masse irregimentate non sono belle e immiseriscono il senso di sè.
Poco spazio ai laboratori: molto sapere, cioè cultura intellettuale. In tal modo serenamente le/i montessorian dicono: c'è chi c'arriva e chi no, mai giudicare, ognuno arrivi a dove può, chi al minmo chi sempre avanti. Va bene ma intanto ci sono tanti linguaggi e tanto sapere, hanno di tutto ma tutto che ha che fare con ordine calcolo rappresentazione invenzione. Poca musica, sport e poca cucina, meccanica, ceramica e tutte cose che le nature diverse facendo e intanto ricevendo spiegazioni si fortificano e nutrono con cibo a loro adatto. sapere e lavoro, non troppo presto ma a un certo punto per forza.
Sempre ci sono dinamiche di potere controllo dirigenza, sempre anche mentre tendi all'antiautoritarismo e alla liberazione. Il gioco è stare all'erta e sgamarle fra dentro con noi, meglio di un videogame.
La mensa è spettacolare, questo intendevo parlando dei laboratori: ogn giorno 5 fanno i camerieri, mangiano prima e poi servono gli altri a tavola, spostano manipolano pentoloni piatti ecc. Prendere solo quello che vuoi mangiare. il secondo lo portano già sporzionato allora al centro tavola c'è un vassoio con posate apposite così prima di mangiare levi ciò che ti pare di più e lo metti al centro, da dove si servirà chi dovesse avere ancora appetito. certo che accade di tutto: chi svuota il piatto, chi si abboffa senza misura. Ma piano piano nella misura generale, secondo il solito strano principio che ogni metodo vorrebbe descrivere e indagare ma ancora non si è capito come, accade il solito miracolo della regolamentazione.
Tessuto organismo umano, cellule, tessuto di sangue di massa umanità come acqua, chissà dove è la chiave di questo ostinato miracolo. Del resto leggendo deligny e la storia dell'osservatorio di Lille (anni 46/47) si vede che il principio non è troppo diverso, all'inizio lascia distruggere, lascia spurgare e man mano ci si abitua alla libertà, al rispetto, crea le condizioni, sostienile secondo principio, abbi fiducia, e dona per un periodo poi vedi che la creatura si conforma....
Che altro? ah sì per diventare cameriere cosa a cui quelli di prima ambiscono fottutamente devi prendere la patente cioè presentare una domanda e studiare delle regole, rispondere a domande che ti fanno gli altri. La biblioteca in corridoio è autogestita, aperta due ore al giorno, ogni giorno un bibliotecario/a tra i più grandi perchè deve salire sulla scala e sapere scegliere l'enciclopedia giusta ecc.
Evidente: se il metodo e la pratica così intesa di antiautoritarismo nell'istruzione è valida e totalmente nell'infanzia, nell'adolescenza è diverso. Già quelli di V ti sembrano fuori misura, troppo piccoli i banchi, troppo straniante l'acquiescenza alle regole per i piccoli,per loro è come se fossero in letargo, a quell'età dobbiamo ancora inventare come fare, non si tratta più solo di apprendere di sbocciare di sapere, lì si tratta di diventare attivi membri della comunità e si sa che lotta di sangue e draghi sia, non sono più i bambini, stanno diventando come te, in breve ti saranno a fianco nel mondo e certo come sono stati da bambini così saranno sempre ma non basta, non basta perchè il filo tra quanto lasciar cambiare o quanto portare a fare, non è chiaro. lo scontro, la definizione di sè, la sfida. denaro potere sesso passione estasi e abiezione.
Alla maestra abbiamo chiesto e lei ha risposto:
livelli diversi quindi lavori diversi, solo 2 lezioni collettive a quadrimestre
vengono dall'asilo di finaco, 20 all'anno
regole: se la maestra ti chiama devi andare, se vede che uno/a non vuole fare matematica comunque lo segue e gli sta appresso fino a quando almeno il minimo sia ottenuto ma sempre assecondando e in dialogo
quando si spegne la luce tutti devono tacere
la Volontà, cioè mettersi a fare una cosa perchè bisogna farla succede alla medie, il bambino/a non ha volontà per dire: ora mi impongo di, ora devo fare, così dalle medie o V. Non come molla interiore, determinazione autodisciplinata. puoi indurlo e spaventarla. Chi non ha neanche il minimo di volontà che serve anche al bambino deve essere sostenuto, devi mettere tu maestra la tua volontà al servizio di lei/lui che non la ha. loro rispondono solo alle loro passioni, interessi profondi.
Bocciare solo 3 in dieci anni, per il resto mai giudicare, giudizi sulle pagelle buono a tutti/e, scheda molto lunga ed esplicativa per passaggio alle medie su attitudini ecc. Abituarli piano piano all'autovalutazione, cioè rendersi conto se sei lento, incapace, indietro oppure portato. Difficile fare progetti (musica cucina gite) e conciliare con il principio di autonomia nella scelta del bambino circa l'attività.
Va bene basta, le conclusioni in un altro momento.
ps
per dire che si toglie il giudizio, che si smette di misurare in maniera oppressiva la vita che cresce non basta dirlo nè crederci nè levare le pagelle. è più difficile, molto di più.
montessori

regia

Ieri sera ho conosciuto un regista, è sempre bello per me conoscere un regista, è un’ingenuità che non posso lasciare, quindi venero chi si è fatto così: dalle mani esce la luce. Vabbè, è un regista franco belgo anglo toscano, che ha vissuto a parigi e che gira in giro ma vive di base nel Mugello. La cosa interessante è che da due anni fa laboratori nelle scuole della zona. Ogni lab una classe, un quadrimestre, un pomeriggio a settimana e poi nel periodo di riprese anche tutto il week end, con grande partecipazione delle famiglie. Scuola media, classi seconde di solito. Attività opzionale, appoggio della regione.
Gruppi di discussione, registrati con la telecamera che passa di mano in mano: trame e sceneggiatura frutto di laboratorio e creazione corale, con spunti di teatro e recitazione per far nascere la trama. Spaccato sull’immaginario: Tre ragazze selvagge dopo l’assassinio dei genitori vivono otto anni nella foresta, attendendo la vendetta quando infine si scopre, grazie all’incontro con l’Orfano sfigato, che l’assassino era lo stesso brav’uomo che le ha aiutate in tutti gli anni. Dramma della coscienza e soluzioni ironiche. Oppure il Ragazzo strano che si suicida, l’amico che va a parlare con i genitori per capire (tutti i personaggi recitati da loro), la ragazza fantasma che lo incontra ecc ecc. Roba pesa ma molto interessante, e poi il cinema attorno. E ancora: draghi che diventano bambini per potere amare, paesi dove tutti perdono la memoria, ecc. Ci siamo dunque trovati bene a parlare, il regista sa ascoltare e usa la parola avventura, vede bene il senso educativo cioè di apprendimento e crescita e scoperta e passione che offre questa esperienza.
Il primo anno l'hanno fatto invece col tema della memoria della resistenza, interviste ai testimoni e poi le storie scelte e narrate dai ragazz/e in prima persona e sui luoghi stessi, con invenzioni tema come l'eco o le marce sui monti.Riprese nella nebbia fra i castagni, concorso del paese, bello.
Ultimamente penso sempre più spesso a come utilizzare le tecnologie informatiche, sptt media, nella didattica, posto che separare didattica ed esperienza non voglio più. Loro che sono più giovani sanno e vogliono quegli strumenti, è un’attrazione legittima e necessaria da cui non si può prescindere. E poi scatta l’utopia, perché alla fine se un tempo ci voleva una stanza dove suonare la chitarra oggi si può volere una postazione dove fare la tv a circuito chiuso nel quartiere, piuttosto che la radio o altro ancora.
Abbiamo parlato anche di politica perché l’amico da cui cenavamo è stato in TV accanto a due politici squalo, solo la sera prima stava seduto davanti alle telecamere nazionali con accanto Bassolino. Ecco il discorso ha girato attorno a qualcosa che era così contingente e superficiale, cioè come sono questi uomini che fanno politica a quei livelli, come è un vero politico, che potere che volto che mente chi sono davvero costoro, questioni dicevo così contingenti da avvicinarsi all’essenza stessa della politica, come se da machiavelli alla democraziona milionario industriale di oggi ci sia una costante, espressa ormai da un’equazione che nessuno riesce al momento a sintetizzare ma tuttora implicata con quello: IL Principe.
Così ci siamo scaldati e gridato su come sia accaduto, su napoli ancora una volta cosa è e cosa ci vorrebbe. Poi abbiamo parlato di altre cose.
Aggiungo che la notte prima ho fatto tardi per leggere a casa di amici il libretto scritto da Alina Marazzi sulla realizzazione del suo film Un'ora sola ti vorrei. Interessantissimo perchè: come si compone l'opera quando ben fondata nella necessità espressiva. Le soluzioni corrette si necessitano strada facendo, tramite analogie e coincidenze, tutto finisce per concorrere. Le immagini per lei irrinunciabili, gli incontri fatti che sono quelli giusti, il lavoro indefesso anche quando il motivo completo ancora non è chiaro. Poi ti spiega pure come nasce un film, quanto lavoro e che tecnologia. Quanto è importante collaborare con altri/e.
L'ultimo capitolo è sulla fortuna del film: come per il libro di Gipi se l'opera riguarda in modo incandescente la necessità personale dell'autor, si crea un'adesione del pubblico, una scheggia si pianta nell'immaginario e trova le aderenze con la storia di ciascuno. si capisce?

sabato 24 gennaio 2009

blabla

ieri sera sono stata nell'unico centro sociale di una cittadina di provincia del nord italia. Ci saranno state una trentina di persone, la maggior parte ragazzi sui vent'anni, una manciata di gente più grande. Femmine poche, due e poi tre, assieme, in due capannelli. E due ragazzine, impacciate e troppo in tiro. I maschi appoggiati contro il palco. La stanza è un rettangolo, molto spoglio, nè murales di qualtà, nè adesivi o manifesti, niente di gusto o vivo. TRa poco suoneranno, genere punk melodiko rock mi hanno detto. Un lato corto del rettangolo è occupato dal palco. Aspettando l'inizio del concerto i ragazzi stanno lì appoggiati, fanno canne, bevono birra. Sento bestemmiare in continuazione, è un modo una moda un intercalare.
ieri hanno sgombrato il centro sociale Conchetta a Milano e dicono che il prossimo è il Pergola. Cinque anni di berlusconi, dieci anni.
La provincia o ovunque non importa. qualcuno dice adesso o mai più. intanto vedevo: ma che ci rimane in questa città? ma che fanno a sedici diciassette anni per le strade fredde, tra le vetrine e i bar, è tutto veramente ben organizzato. Nelle case attorno al tavolo le famiglie mangiano. non ci sono più campi dove perdersi di notte, o latrine oscure nelle strade per respirare all'ombra la propria fuga. altro che agro aversano, cammina di notte nelle vere terre di nessuno, quei mostri che vedi dalla tangenziale: grandi tubi azzurri salgono dalla terra e si aggrovigliano in una massa alta come una collina, avvolta da fumi sparati col neon. e poi strade e strade tra capannoni e distese di cemento deserto, neanche un cane alla catena. i fiumi sono morti, i gamberoni di acqua dolce accanto ai vasi greci.
finalmente suonavano, non sapevo che pensare quando è entrato giovanni il matto, qui è un posto dove possono entrare tutti. cosa ci vuole in una città? ripartiamo da zero adesso o mai più mettiamoci a sognare e a fare adesso sono così organizzati che solo umile dada può umile DADA ha già fatto, mettere in giro figure gesti frasi modi e modelli popolare il mezzo cioè l'aria o l'acqua della bolla in cui siamo tut immersi, questo conviene. pretendere che in città ci sia ciò che ci deve essere.

Nuda

La prima volta che mi sono sentita Nuda. Avevo le mani a conchetta, piene di terra, la schiena un po’ curva e il passo affrettato da fagiana in fuga. Lui passò con la sorella fuori dal cancello. Un cancello blu, non troppo alto. Le cose che guardiamo da bambini rimangono per sempre. Quel blu è il blu vernice per sempre. Come la ruggine, per me è quella, bolle scoppiate e grattate con le unghie, scura e odorosa se bagnata.
Si chiamava Cesare e non era del cortile. Venne per un periodo da noi a giocare, perché e da dove non si sa. Si chiamava Cesare e aveva orecchie a sventola e lentiggini. Era più di carne che tutti gli altri. Il viso non lo ricordo ma in fondo alla lingua, contro il palato, sento la sensazione che mi faceva: era di carne, più degli altri. Il primo corteggiatore fisico che abbia avuto. Non esisteva nulla di simile nella mia vita, allora.
Ricordo il piacere che provai una volta a scuola, durante una gita. Mi accorsi che al momento di risalire sul pulman avevo i compagni attorno: simone, fabrizio, andrea, marco. Mi stavano attorno perché inventavo le storie, e facevo ridere. Pendevano dalle mie invenzioni e forse gli parevo graziosa. Quella fu la prima vanità, ma era pura davvero, fu una lusinga ma non diversa da un solletico. Toccavo il cielo con un dito.
Cesare era diverso, comparve nel cortile, nel regno dei giochi e lui premeva contro la bambina, con un’avidità mai assaggiata prima, apriva, col suo essere di pelle, un campo inedito di forze. Lei sentiva e naturalmente rifuggiva.
Poi un giorno passò con la sorella fuori dal cancello. Noi da pochi giorni avevamo un nuovo gioco. In un angolo isolato del cortile, un metro quadrato piuttosto imboscato, bisognava scavare, togliere le radici e l’erba, ridurlo a terra smossa e poi piantare i bulbi e i semini dei sacchetti, comprati al GS di fianco. Non nacque nulla, mi ricordo, non c’era luce e mettevamo troppa acqua ma per giorni fu una passione.
Lei aveva le mani a conchetta, piene di terra nera e stava correndo verso l’orto. – Franca!. Dietro il cancello stava Cesare di carne con la sorella, una qualcuno più alta e mai vista prima, quattro occhi avidi che la sorprendono e con voce fatta di carne e brama lei viene chiamata. Fu un istante. Si sentì nuda. Realmente nuda, per la prima volta nel mondo, pubblicamente, si poneva la questione-nuda. Fu un istante credo: davanti il cancello, i due emissari dell’altro mondo, alle spalle i portici del cortile e la vetrata della scala G, lei come un insetto preso nel vetrino: nuda. Sentì le labbra tendersi sui denti, per un sorriso, e poi corse via.
Adesso, dopo decenni, posso pensare: l’Eden, il giardino perduto, sempre inaccessibile me sempre in terra, il solito limitare, in un flash al magnesio, preludio.

mercoledì 21 gennaio 2009

La

Stamattina sono passata a scuola. Dovevo ritirare certe carte. Appena entrata Tina, la bidella con gli occhiali fumé, ha gettato un grido: Francaaaaa, ma sai chi ho visto ieri, non immagini. Indovina.
No dai Tina non lo so, chi hai visto? E magari speravo che mi dicesse di lei.
Infatti: Laura, l’ho incontrata all’Auchan, con un altro fratellino in braccio, quella la mamma oramai li sforna. E sai che mi ha chiesto? La sola cosa che mi ha domandato, subito, è stata: E Franca XXX?
Ma in un certo senso me lo sentivo dall’alba, perché nonostante il diluvio l’aria era calda ed ero felice di tornare là. Cinque anni non sono molti, cinque anni come insegnante e senti di appartenere a una fettina di terra.
Ogni inizio è sereno, dice Benjamin che dice Goethe. Chissà in tedesco come è quel sereno, non è pace o terso o quieto, è una nudità precedente l’azione o la contemplazione, è un’apertura appena aperta e ancora non distingue aperta né chiusa. Ogni inizio è sereno perché si dà senza ancora nemmeno saperlo.
Non potrebbe essere che io non abiti la sua immaginazione come lei la mia. Ogni volta che vedo una bionda, io credo che possa essere lei, ogni volta che vedo una bionda la penso e cerco. Anche se non può essere, assecondo l’emozione, gioco a rincontrarla.
È inutile, me lo diceva, io sono fatta così, quando è finita è finita, non torno più a cercare. A tredici anni. Inutili le promesse, i numeri di telefono. Sono fatta così, quando è passato è passato. Laura.
È tornata una volta sola, l’anno dopo, accompagnata da un’amichetta adorante della nuova scuola. Era tutta in viola e violetto, dagli stivali al giubbotto agli occhialoni da sole. E mi ha mentito come sempre, sapendo benissimo che sapevamo di farlo. Va tutto bene, sì sì, bella la nuova scuola. Mi trovo bene certo. Tutto a posto. Adesso vado.
Tina dice che è magra, che ha i capelli più corti,che l’ha vista più spenta, un po’ indebolita, dice proprio così. Ha chiesto se fanno i corsi di informatica il pomeriggio a scuola. Questo mi ha colpito molto. Laura a tredici anni non ci avrebbe mai pensato. Laura a sedici anni io non so come è. So solo che nessuna nebbia dopo anni mi nasconde i suoi occhi chiari, i duelli di sguardi con cui ci siamo affrontate. Pane per i suoi denti, l’una all’altra.
Non andrò mai a quella scuola di merda, intendendo il professionale accanto. Ma nemmeno al Liceo. Mi fanno schifo le zozzone che piacciono a te.
Il suo orrore per le ragazzine borghesi e alternative a cui credeva che la volessi avvicinare o che sospettava io potessi essere stata. Con i jeans, la kefia, o i dredlok o piercing o che ne so. Zozzone.
Mi dovete lascire in pace, minacciava a tutti. E dopo: io lo so che fine faccio. Sempre così, spietata contro sua stessa voglia, contro il mondo volgare e contro sè, volgare. Contro di me, che le volevo indicare una strada e contro la madre che la voleva diversa da se stessa. Diversa da sè che ha avuto a Laura a 16 anni e poi se ne rammarica, mentre la figlia indomabile la guarda in silenzio coi suoi occhi chiari e calcola la contraddizione di essere l'errore da cui doversi porre al riparo.
Mai visto un orgoglio così inevitabile e spietato. E poi tutto il resto, a cascata.

lunedì 19 gennaio 2009

metodo naturale

Il metodo naturale. Apprendere non è spontaneo ma è naturale. La curiosità, l’imitazione, il desiderio sono alla base di questo processo. Messo a punto da Paul Le Bohec, amico e seguace di Freinet. Scomparso, leggo ora, la notte del 12 gennaio.
Il bambino, la bambina troveranno ogni mattina i loro testi, ricopiati con cura dalla maestra, appesi ai muri dell’aula. Si inizia così: un disegno libero e un libero racconto, scritto dalla maestra sul retro del foglio. A casa la maestra ricopia il testo di ciascuno/a con un particolare colore e associato a una forma unica. Così è riconoscibile. Frasi semplici e brevi, ma proprie. Giorno dopo giorno, tornando a vedere il proprio testo così con cura trattato ed esposto, il desiderio di ripeterlo, abbellirlo, comprenderlo, fanno in modo che piano piano si impari a leggere e scrivere. Riconoscere i caratteri, le lettere, le parole. Riprodurli. Naturalmente accade. Un miracolo ogni volta, ogni volta lo stupore che accada. Così dice la maestra che da trenta anni lo utilizza. Trenta anni: 5 cicli compiuti e uno iniziato, cinque volte dalla prima alla quinta elementare. Nella stessa scuola, a bagnoli. Una fortuna all’inizio: anni 70, un gruppetto che fa parte dell’MCE e invita Le Bohec a fare un seminario. Colleghe con cui lavorare. E poi altri fortunati incontri: Rio Abierto, Paolo Guidoni, un fisico universitario che si appassiona alla didattica. Ed ecco anche il metodo naturale applicato alla matematica. Si inizia con la Libera creazione matematica e si prosegue con gli esperimenti, le case costruite coi mattoni di creta fabbricati assieme, esperimenti sulle grandezze, le forme.
Altri metodi: il cartellone delle presenze, il Giornale murale. Ascolto attivo, rispetto integrale, sperimentazione, attenzione al movimento e cura degli ambienti. Da anni la scuola di Bagnoli ha scelto di rifiutare il testo obbligatorio e hanno le biblioteche di classe. Più il progetto Leggere per…con laboratori settimanali di lettura. Molto spazio all’attività fisica. Da due anni laboratori di scienze con universitari interessati alla didattica. Un anno vennero i ragazzi e le ragazze di un liceo, a sperimentarsi come insegnanti. Cooperazione. A tutti i livelli.
Tre giorni sul vesuvio, ospitati nella casa di una signora Paola, artista del movimento patafisico, lo stanzone coi tavoli e il camino, pieno di opere patafisiche in cui però appare sempre lei, camuffata da indiana. Vista sulla città. Un cuoco e un naturalista, giovane, gentile, stordito come tutti quelli che vengono da Aversa. Un solo bagno per circa 25 persone, due camere molto umide e fredde, a qualcuno tocca dormire per terra. Sabato mattina gita sul Vesuvio, fino al fiume di pietra cioè la colata del 44, una frana di pietre nere e porose,ricoperte da licheni argentati, la macchia di ginestre, un sentiero nel bosco per arrivare. Solita lezione andare sempre dove si vuole anche con Antonio, che sta sulla sedia a rotelle. Ciò che può o non può un disabile è un’incancrenita abitudine di pensiero.
Vita di gruppo, apprendimento di gruppo, quasi una classe si direbbe. Intenso, interessante. Venerdì pomeriggio cerchio di presentazione, ciascuno/a illustra un problema o un episodio legato alla didattica o all’educazione che viene naturalmente e urgentemente a mente. Col rito del bastone della parola. Imparato sia sui temi attuali della didattica, scuola educazione che sulla gestione dei gruppi.
Personalmente, come sempre, hantée dalla questione delle scuole medie. O come mi abituo a definirla: il neonato sociale. Non è più infanzia, vedi che è finita. Facoltà intellettuali e fisiche mutate, interessi, è un’altra fase della vita: quale è il mio posto nel mondo, perché il mondo è così. Ma non è più lo stupore o l’aliena infanzia, sono pronti e pronte a entrare fra di noi… fra di noi? Nel mondo, qualunque cosa sia. Cosa bisogna farne, secondo quali principi. Non giustizia e libertà. Ma il corpo non smette di essere importante, la socialità ha un peso e una forma inedita, il gioco sì ancora molto volentieri ma anche la verità cruda e sanguinante delle relazioni. Il sesso. Il lavoro. La forma della vita sociale. E il proprio posto. Cosa di meglio che chiudere questa massa incandescente nel carcere? O senza retorica: si vuole davvero che il sapere sia condiviso e che ciascuno trovi secondo i propri mezzi la sua strada? Chi sa come insegnare a questi mutanti ora disarmanti ora crudeli, scossi da una ricerca interiore che ha l’egoismo infantile e la domanda collettiva? Non basta la scatola delle vacanze o il luoghi del cuore per fare la geografia, non basta la creazione libera o la ginnastica. Già sarebbe qualcosa. Sicuramente una riforma della classe docente ma anche del senso e della forma del grado d’istruzione più mistificante e spietato.
Ci siamo dati un tema su cui a lavorare a distanza, noi casuale gruppo coagulato attorno a questa idea anarchica di scuola formatori: la strada o lo spazio, la spada lo strazio. Il tutto in senso lato, anche patafisica se vuoi. Ahaha.

serena

Questa notte ho sognato serena. Non ricordo altro del sogno se non lei, so bene che parlavamo e che accadeva anche qualcosa, ma è perduto. Rimane il suo viso liscio, lo sguardo affettuoso e trattenuto. E l’emozione ovviamente. Il solito sentimento di affetto e di inesplicabile. So che la mia trepidazione è sempre stata accolta, tiepidamente accolta, in senso positivo: la giusta temperatura per un incontro che deve basarsi più sull’intuizione che sul dialogo. Serena l’ho incontrata quando lei aveva dodici anni, in seconda media. Abbiamo passato due anni assieme, anni selvaggi a ripensarci adesso. Selvaggi per il quartiere, per me, per lei, per la scuola che ha fatto da cornice e da tema alla nostra quotidianità. Nel corso dei due anni ho visto il suo sguardo e il suo carattere mutarsi, farmi da specchio e da controprova sul senso di quello che ci capitava. Di tutte, più di Laura, che è diventata mito, più di Rosa che è diventata struggimento, serena, nomen omen, è la chiave, quieta, della memoria. Una strega, una vaiassa si dice in napoletano. Vuol dire donna del popolino, plebea, aggressiva e furente, schiacciata in una vita di feroci appartenenze e codici. Lei non aveva disastri o incomprensioni alle spalle, lei non aveva incertezze. Non le ha avute il primo anno nell’essere refrattaria e aggressiva e non le ha avute il secondo stabilendo che ero un’amica e una bella persona e che in fondo valeva la pena di imparare ciò che sostenevo convenisse sapere. Non ce lo siamo mai dette ma si mise a fare i compiti, a imparare a scrivere, a studiare la storia. Forse il mio successo scolastico più grande.
Serena sul tetto del liceo Elsa Morante, primo anno di Arrevuoto, intervistata con la telecamera di antonio davanti. Un giubbottino rosa, un venticello, i peschi fioriti sullo sfondo come una scena apposita, non la poesia casuale che in effetti era. Ma che devo dire? E poi frasi brevi: vorrei fare l’attrice, ma era una frase da bimba e lo sapeva. Non andrei mai via dal mio quartiere, lo amo. Sì è brutto, ci sta la gente di merda, la droga, la monnezza. E tante cose brutte. Ma mi piace la gente lo stesso e mi piace scendere e vedere le amiche e anche il caos. Solo qui io posso vivere. E viaggiare: viaggiare mi piace con la famiglia, noi andremo in spagna questa estate. E del nord italia che pensi: nulla. I miei cugini di milano marittima non parlano napoletano e non mi capiscono. E del teatro: mi piace. Serena.

venerdì 16 gennaio 2009

un retropensiero, una cappa di piommo, un tono mesto, un brivido, una vergogna, un implicito, una rabbia, un affanno, una vertigine, un abbaiare, un torcere
come se da questo cupissimo sgomento si aspettasse il compiersi di una conseguenza ancora più funesta, non solo per loro che stanno là e crepano a migliaia come se non si fosse mai promesso di fare altrimenti, ma come se essendo questo, allora la palestina verrà e ci strapperà la carne di dosso. facciamo di no, vi prego facciamo di no, dimostriamo che non tutti non tutto è così, che sordi ciechi proni inghiottiamo la morte, no noi no gridiamo qualcosa vi prego, oh ohiohi
in congo 5 milioni di morti negli ultimi sei anni. guerriglie d cui non si sa nulla, in thailandia o a mindanao. ogni giorno il guatemala e il salvador. l'africa soprattutto. morte morte morte

Spettacoli

sarei voluta tornare a casa subito. invece c'era un'altra che era andata come me da sola, alle sei e mezza, spinta da un raptus, a vedere Stella. E siamo rimaste a parlare, bevendo, a lungo. Poi mi hanno telefonato in molti e molte.
Non devo bere, perchè ho lo stomaco a pezzi.
Il primo spettacolo l'ho visto lunedì 12, e poi ho bevuto, così tanto che ho passato martedì a vomitare nulla e febbre.
Era il Mercante di Venezia, regia di Massimiliano Civica. Di certo mi è piaciuto ma forse anche qualcosa di più, mi ha stordito come aria di alta montagna, rarefazione bruciante. Sarà pure difficile o intellettale come operazione ma a me ha scottato. Sarà perchè conosco bene il testo, perchè già avevo frequentato i dubbi volti, velati sotto l'acqua dello stagno, di amicizia e ambiguità, ma a me il testo tagliato con cura, ritradotto e ridetto con nudità che intima intimità e ascolto mi ha galvanizzato. Quattro attori, maschere, tre sedie, questo è tutto, pura parola teatrale che proprio in quanto teatro può azzerare la scenografia, il gesto, la recitazione e distillata in carne, vibra di forza ultra..ultra...spettacolare. E poi nel Mercante, ascolta, il Mercante! dico, c'è tutto: dell'ebreo, dell'omosessuale, della donna e dell'uomo, del denaro e dell'amore, dove ti volgi il dubbio e il confondersi dell'altro ora dietro al giusto ora dietro al dubbio. bello.

Stella, per stella ci vorrebbe una canna adesso perchè si rientra nel reame della Fille, che è sensibile qui, eh. Parigi anni 70, stella finisce per calcoli alfabetici in una scuola di un altro arrondissment e di un altro ambiente sociale. I suoi, giovani e scoppiati, hanno un bistrot frequentato da ubriaconi, marginali e avventurieri. Lei ha undici anni. E in un anno di scuola Stella conosce Galdys, l'unica amica bene della classe che non è snob, e vive e capisce che è un'occasione da non perdere. ma detto così non è niente. Sono i silenzi, sono i volti i gesti le situazioni i corpi vestiti condotti parlati ascoltati in tutto il film a donargli una rara bellezza toccante. ed è tale il pudore, anche ingenuo, anche superficiale, con cui la storia segue Stella, che ti permette di andare a ripescare la tua infanzia. anzi no l'infanzia, molto peggio: la zona umbratile dolorosa alborescente in cui ci si distacca e per la prima volta si dice, io ero io sono.
Mi identificavo ora con lei ora con gladys, rivivevo maristella, la casa piccola sovraccarica di oggetti, la sorella handicappata reclusa e noi che ascoltavamo a 11 anni per la prima volta Tenco, e il suo babbo era un muratore ubriacone e i miei chi lo sa, si divorziavano e siamo state amiche solo sei mesi prima che il naufragio del loro matrimonio mi mandasse altrove, ma mi ricordo di maristella, del padre ubriaco che puzzava di vino quando venne a prenderla a casa mia e noi due eravamo chiuse in bagno terrorizzate: c'è qualcuno c'è il ladro, e lui barcollando controllava e io pensavo: ma questi grandi ecco come sono, tutti tutti
e poi pensavo, specchiando nel viso di stella, che tace e guarda e tace perchè la regista sa bene che quel silenzio, come già in paranoid park, lo riempie la vita in sè crescente, meglio e oltre della finzione, si completa il silenzio anche solo nel lasciare la situazione proposta.
Pensavo alla paura, al male al bene rimasti da allora, al sesso e al mondo adulto come ti vengono incontro appena non sei più infante, e a tante altre cose che adesso vado a letto. Un mese fa il corso di formazione sui Giochi, che fu bellissimo. Domani parto vado sul Vesuvio, altri tre giorni di formazione: Il metodo naturale di apprendimento per la lettura e la scrittura, più passeggiata e didattica sul vulcano, ecc. Avventura.
PS Stella: non posso non dire che nel film il padre di gladys è Miguel Benasayag! Il suo l'Epoca delle passioni tristi è un libro fondamentale per ogni docente o operatore sociale, lo invitammo a napoli con l'arn un paio di anni fa e a roma per lo straniero e c'è lui in un cammeo bellissmo, fa il babbo psichiatra argentino, quale è, che ha scritto L'io e l'altro nella coscienza dell'adolescente, che deliziosa presa per il culo. E c'è anche Guillaume Depardieu, non più in terra, che è un volto struggente e profondo e ognuna/o mentre viaggia verso stella e l'alba, getta un occhio sulla fine.
Le frasi toccanti, io non so nulla di quello che serve davvero, so tutto del biliardo, del calcio dello spettacolo so tutto e di come nascono i bambini e si scopa ma non so nulla di quello che serve. O l'amica del paese della nonna, la dolce genevieve e loro due ragazzine che passano una settimana di primavera a girovagare per campi discariche e pedalate sono belllissime davvero, davvero, giuro

domenica 11 gennaio 2009

11

Continuano le celebrazioni di De Andrè. Mi ricordo del resto la notizia, ero a Ginevra e mi telefonarono, è morto. E non mi pareva vero. Non sono mai andata a sentirlo. Per qualcosa di indefinibile lo associo a tratti al mio Professore. Un teppista aristocratico anche il vecchio G.



Piuttosto: oggi al campo rom, alla Scola Giungla proiettavano il breve filmino del laboratorio di rotoscopia che han fatto a novembre coi bimbi. Per capire cosa è andare su you tube e fare rotoscopic oppure vedere gli splendidi Pista o Coda di Gianluigi Toccafondo. Comunque fai il filmato o le foto, poi pitturi sulle stesse o disegni sopra i fotogrammi più importanti, poi monti e proietti veloce. Chiaro che per fare un’animazione scorrevole devi pittare non so che centinaia di fotogrammi per un solo minuto di animazione. Hanno fatto Scanner darkly così. Questa era semplice ma era alla baracca fatta nel campo e c’erano tanti bimbi.




Da tanto non andavo al Campo e ho trovato le vie in condizioni veramente pessime, un pugno nello stomaco. Dai mesi dell’emergenza rifiuti non si era mai ridotto così. Un grosso maiale grufolava tra le montagne di trito lungo la strada, una carognetta di maialino più avanti stava gettata nello scolo. Brutto. E un colpo anche la notizia che appena arrivata mi ha dato Samantha. Per un anno in classe e per tre anni a teatro sono stata con V., una ragazzina rom del campo. Una bimba, poi è cresciuta, l’ho vista crescere ma non così tanto. Non così tanto credevo facesse sul serio a parlare sempre di amore e ragazzi, a volermi raccontare di inciuci e cotte al posto che di altre cose. E poi la sua mamma e il suo babbo, con gli altri e le altre figlie già grandi e lontane, a questa la tenevano come un fiore. Presa, accompagnata, curata sempre andata a scuola. Per farla breve a 13 anni ha fatto la fuitina, con Gianni, che conosco bene, bello non c’è che dire un 18nne malandrino e bello, non alto ma coi muscoli scolpiti, appassionato di danza. Un mascalzone, o chissà. Perché tu vedi che è molto difficile fingere cosa li ha rapiti, i due adolescenti, che risate che pensieri che parole si rivolgevano andando per la strada da soli, all’avventura di un’altra città e dei giorni assieme. Seduti sui seggiolini del metrò, quanto cretini o a tratti profondi o semplicemente stupefacenti. Dove hanno dormito, come si guardavano negli occhi, di che pasta ingenua, o crudele o sciocca erano i pensieri prima di dormire. E poi la prospettiva di tornare e dirlo e vivere qualcos’altro, ancora qualcos’altro. Con quale chiarezza o sgomento già s’immaginavano le conseguenze del viaggio? Ma insomma la bambina è fuggita, l’infanzia di V. è finita, forse era già finita, le stava accanto come un costume lasciato a terra. Magari mentre voleva e poteva già altro, noi il mondo non gli abbiamo dato altro. Oppure oppure che ne sai tu dell’orizzonte quotidiano, la casa di legno fredda, la baracca rosa e la vita zingara. E ora V è sposata e non va a scuola, la mamma sviene e il padre piange.
Un fotografo oggi dovrebbe secondo me andare in giro e scattare per gli adolescenti e le adolescenti che si incontrano in strada. Ieri sera il gruppetto a via forno vecchio. Le bimbe coi tacchi alti, i giubbottini di pelo sintetico e il trucco. I capelli lucidi tirati. Decise sui tacchi, i sorrisi…chi gli dice come fare, come trattare con quei ragazzetti davanti. I brufoli i modi goffi e esagerati le cinture i jeans e le felpe e i berretti con le scritte a strass. Che si dicono trepidando, che cosa sia. Bha basta, ho visto un altro speciale su de andrè.

back home

A napoli da ieri mattina, dopo viaggio notturno in cuccetta C6 tariffa amica. Aspettando il treno per un’ora a Rogoredo, al gelo, con Giò amico punk di pavia, fumato e ricordato i viaggi, i viaggi in treno di quando ero giovane. Una volta un parrucchiere, bello e macho come un attore, di Bari, che mi diceva di aver fatto per la sua Harley Davidson un sedile in pelle originale di pitone bianco con pomello da sella americana che tutti guardano esterrefatti. Ma pur venendo da un altro pianeta era amichevole e sincero, sebbene pompato: divento un leader, ti giuro anche non volendo, io nel paese non posso stare, mi compro la moto la prendono tutti, scelgo un bar ci vanno tutti. Eppure non era arrogante o grottesco e me ne stupivo. Mi sono sposato, diceva, perché vedi ci sono tanti gay nell’ambiente e io ho bisogno che sia chiara la mia posizione, così ci siamo sposati e porto l’anello ben visibile. Ho fatto colorazioni e tagli per Coppola il Grande Parrucchiere in un palazzetto con le tribune piene, le telecamere e luci attorno come a san remo, tu tagli i capelli in orgasmo creativo e la folla ti vede sul maxi schermo. E così via. Io andavo non so a che sud, lui scendeva a bari, dormimmo a una certa ora, ognuno sul suo sedile. La mattina dopo prendemmo il caffè assieme dal carrellino e quando lo stavo salutando davanti alla porta, poco prima di entrare in stazione, ci baciammo e toccandolo avvertii un sesso enorme, una dimensione difficile da ricondurre a una proporzione reale, toccai bene e poi staccando le labbra lo fissai negli occhi e lui candidamente mi disse: vedi dovevo farti capire che cosa ho. E mi lasciò con affetto e buoni auguri. Ce ne sono altre di storie così. A napoli ritrovi piaza garibaldi, bagnata di pioggi di grida di stracci e mi sento a casa.

giovedì 8 gennaio 2009

baudelarismi di bassa lega

Ieri notte speciale su De Andrè su Rai due. Questo è facile dimenticare: marchiata dallo stigma di classe, l’arte eppure è arte, per quello amavi la letteratura, un arazzo infinito di trame analogico linguistiche che fanno mondo assieme al resto.
Leggendo il libro su Baudelaire:
Umiliazione: musa potentissima, verme dall’humus fertilissimo. Nei ricordi personali brividi di voluttà associati ai momenti più bassi.
Lavoro: essere pura volontà sempre in movimento. Per chi vuole essere un autore, questo doloroso scopo sempre dinanzi agli occhi, sprofondare nel lavoro come nella preghiera, fino ad eiminare tutto il resto. Per me solo sogno, per gli artisti necessità.

berlino 3



Come è come non è, abbiamo fatto il capodanno là. Ballato al cassiopeia fino alle 7 di mattina. Per la cena ci siamo aggregati a max e carola e lì abbiamo conosciuto questi due tedeschi troppo simpatici. Strano tanta familiarità e risate così potenti con chi non ti rivedrai più, salvo sorprese, strano un cazzo una volta ero giovane vuol dire solo che non sono del tutto arrugginita, quando ancora sembrava che le strade fossero aperte e chissà che mi aspettava, quando ho vissuto a parigi o stata a niuiokk era la normalità, l’incontro l’affinità la serata eccezionale i personaggi con cui scambiarsi momenti intensi, ricercatori artisti scienziati e pazzi. Poi cosa è accaduto. Comunque piangevamo dal ridere perché il loro inglese era splendido e i sensi dell’umorismo armonici, delfini stupratori hitler e unclholism vs alcholism più mille altre cazzate. Non posso raccontare berlino oramai è andata dirò solo tre cose: 1] in giro vedi soprattutto giovani bianchi. Pochi neri pochi vecchi (stanno in altri quartieri ci hanno detto). Non c’è polizia in giro. La gente va in bici anche a meno dieci. Molti più asiatici che altri. Una botta di turisti. Generale clima filo israeliano. 2]parlato a lungo della scuola con una italo tedesca che voleva diventare prof là, ha fatto tre anni di scuola per insegnanti e poi all’ultimo ha rinunciato perché non voleva entrare in un sistema pazzesco e davvero kafkiano, ha detto. Ho letto prima di partire Markus Orths, Sala professori, Voland e in effetti lì descrive un regime pazzesco per i docenti, sottoposti all’autorità illimitata del preside e a una burocrazia asfissiante. Letto su internet varie pagine sul loro sistema e così pare. Scelgono come vorrebbero introdurre da noi già a 10 anni quale è il tuo destino e possibilità, senza rimorsi per il determinismo sociale sotteso. Sono molto diffuse le Grundshule (elementari) di stampo libertario, Waldorf, ispirazione montessoriana. La ragazza che le ha viste era molto diffidente: i figli di famiglie borghesi colte imparano lo stesso, gli altri non imparano nulla e poi crescono senza regole con una testa strana. Mai fidarsi bisognerebbe vedere coi propri occhi. 3] stati bene in generale, scoperti due amici splendidi con cui fatte due seratine di vino e canne a parlare del mondo in lungo e in largo, belli! Il museo ebraico è un’architettura pazzesca, l’esposizione in sé è pesante e perturbante ma l’archietttura molto di più. La torre dell’olocausto e il giardino dell’esilio, l’edificio stesso labirinto a zig zag di salite faticose e ripidissime discese incerte, solo quello vale. Sarà che ci sono andata in preda alla Maligna e che ho perso C là dentro ma quando l’ho ribeccato all’uscita io ero pazza e l’ho insultato a lungo dandogli del pezzo di merda e dell’idiota e dello stupido idiota pezzo di merda e che la mia vita con lui non aveva senso solo lasciarlo per non finire impastata nella sua idiozia. Poi si supera anche questo e io non so nulla però respiro male ecco dovrei imparare a respirare meglio forse con la bioenergetica o che cosa. Comunque a berlino la vita per i giovani costa poco non ci vuole la macchina ci stanno mille teatri e case d’arte occupata e se vuoi vivere tranqui ma realizzato c’è spazio ma è molto importante imparare il tedesco, ja?

berlino 2

Quando cammini per la metropoli, oramai si sa, l’occhio diventa avido e ubriaco, sotto l’impulso elettrico dello shock moderno vuole ingoiare immagini a rotta di collo. Massimamente viva sono quando esploro la grande città. Guarda: sulla banchina di fronte aspetta il treno un ragazzo piuttosto basso, ma esile e di carnagione singolarmente luminosa, non è bianco ma neppure scuro parrebbe, visto dall’altro lato, di un colore d’ambra accesa. Porta la custodia di una chitarra a tracolla e in cima alla testa raccolta di fretta e con grazia, una cipolla di lunghi capelli. Un ciuffo esile sfugge e si sposta al vento dei tunnel. Mentre il mio treno mi rapisce e l’occhio si strappa da lui oltre il finestrino, spunta la storia di un giovane uomo sik, questo fanno le metropoli. Il padre tassista chissà e l’appartamento nelle grandi periferie di Berlino, che ho vedute una notte all’alba ubriaca sul tassì, sarebbe potuta essere mosca, una scampia gigantesca. Ma berlino vuol dire, se lui ha appreso la lingua così bene e ha potuto studiare, la capacità di vivere in centro con poco e trovare angoli isole di azione con altri ragazzi. Suona in un gruppo, la musica e la vita di squatter, questo gli ha concesso la girandola vorticosa del tempo, ma vedi, seppure si abitua al silenzio al rancore alla disapprovazione, non può chiudere certo con tutto, questa è la famiglia. Allora lui non si taglia i capelli, non porta il pugnale al fianco, o il turbante che lo esilierebbe dalla via che ti dice la chitarra deve essere la sua. Ma con un vezzo che eccita le donne non si taglia i capelli e li raccoglie così in cima al capo di modo che quei tre quattro appuntamenti all’anno in cui rientra in famiglia, ci mette il fazzoletto e li annoda con gesti che neanche lui sa come si siano scolpiti nei nervi delle dita, assieme all’odore di camicia pulita e spezie del padre, e può sedere come l’uomo che è fra i suoi, coi capelli mai tagliati sotto al turbante.
Tutto ciò ci vuole di essere hanik kureishi e di vivere davvero là, oppure la tenacia di ricercare e scrivere, mica basta sto flash. il massimo che arrivo a fare è non stancarsi mai di guardare la cartina e arrivare in 4 gg a impadronirsi dello scheletro della città, assi di mobilità e caratteristiche dei quartieri. Mi piace.

martedì 6 gennaio 2009

Berlino 1 (dopo 5 giorni rientro)



Che luce bianca e viva fa la neve sui tetti. La vera pacchia è stare a letto a leggere Baudelaire che cammina per le gallerie di quadri e ricordarsi di Berlino. Non però l’inesplicabile deprimente del Pergamon bensì il parquet caldo della Gemalde Galerie. Berlino mi ricordo il buio quando arrivava ed era nero, di colpo la città sembra animarsi il doppio. Escono tardi i berlinesi, la mattina chissà, lavorano o si godono le case luminose, come questa oggi. Sapore di wustel al freddo gelido e birra ancor più fredda.

Una notte era l’una e a un incrocio di Kreuzberg mi sono guardata attorno: gruppetti attendono al semaforo, chi col cane chi con la bici, la metrò poco distante butta fuori un fiotto di gente, i ristoranti e i baretti sono tutti pieni e aperti. C’è venuto da ridere. Che ora è?





E il freddo era secco, asciutto, pronto a spingerti sempre un poco innanzi, non a farti fuggire. Mi ricordo che dopo il mercato delle pulci a Treptower volevamo prendere la U bahn ma poi quel gruppetto di ragazzini che attraversata la strada si avviava in un sentiero tra gli alberi, lungo il canale, mi ha attirato. Il fango è ghiacciato, l’acqua scorre silenziosa e livida, le baracche degli orti primaverili sono in letargo. Poi sbuchi nel parco. All’inizio solo un enorme scivolo, basso ma largo almeno sette metri, appoggiato sulla scarpata, lo usano grandi e piccoli. Lo superi e si apre il parco. Rettangolone verde ghiacciato, ai lati si affacciano le case, dentro passeggiano i più vari, cioè quelli coi cani, le famiglie, gli sballoni e altre razze. Due donne e un uomo più un passeggino doppio alimentano il fuoco in un bidone. Ci metti tre sec. a capire che ad ogni ingresso nel parco che vedi làggiù, i ragazzi neri spacciano. E i tipi con skatebord, rasta o distinti s’appartano e comprano. Ma cazzo noi è dalla mattina che non vogliamo comprare, sta vacanza nessun richiamo di drugo, sul serio. Già al primo mercatino, quello dietro casa, subito alle 9 del mattino il tipo barese ci fa: non si campa vendendo sta roba (madonne e cristi anni 50, svegliette plastica anni 60, lampada svedese anni 80): Volete fumare, ciò tutto ecc ecc. Fumato con lui che ti fa la solita storia: ah ma qui oramai non è più lo stesso, berlino era fu passò, quando io arrivai prima che cadesse il muro allora sì e poi gli anni 90 a washauerstasse ecc ecc. Perché facciamo tutti così? Persino pavia che è una mummia era meglio quando ci stavo io da giovane, per non parlare di napoli che solo fino al 96 ha avuto senso e non diciamo nulla di milano che davvero e e e insomma noi non si voleva comprare droga di nessun tipo a sta vacanza. Poi camminiamo per Gorlitzer park, a un crepuscolo cristallino stupendo, sull’erba ghiacciata e un grande edificio basso e lungo nel parco ricoperto di graffiti fichissismi e ti godi il parco di città quando alla fine il nero ti becca sul sentiero interno ed è troppo simpatico e troppo sicuro che tu la sua erba te la compri. E non importa che gli dici ma che 50, solo 10 e chiede dove, gli dici napoli, scattano le battute sulla mafia e su dove e cosa è la corruzione che berlino chissà non è poi tanto diversa e lui riscaldato dai simpaticoni per 10peuri ci molla un cartoccetto pieno e gonfio di quella che presto avremmo battezzato Maligna.

Così alle 5 del pomeriggio siamo entrati alla gemalde galerie belli sballati da sto cannone di maligna confezionato nel parco a meno dieci, semi smaltito in una fichissima libreria a kreutzberg e rinforzato da due bicchieri del loro stucchevole gluhewein cioè vin brulè senza garofano. Amore ride e non sono le ali, non è la gamba alzata a scavalcare lo strumento né le pieghe perfette di carne e carne perfetta per sempre che sul fianco ti innamorano è il sorriso dell’amore che potresti inseguire fino agli oltre anni, di te del gioco ell’arte della sua innocenza e della perdizione assoluta ma chi è che può arrivare a dipingere…Caravaggio. E poi c’era Cranach, luca caro con amore ancora punto dalle vespe e la madre gli dice: fa male lo vedi pensa le tue di frecce, i cento proverbi di Bruegel, ecco quello bisognerà rivederlo e rivederlo, e i rtratti e tutti i nordici fiamminghi italiani antichi… Non devi essere colto né sapere niente, comincia quando vuoi vai nei musei e guarda poi tutto verrà.

Ultima cosa: ieri notte vista finalmente Arca Russa di Sukorov, un’ora e passa di film unico piano sequenza di macchina digitale in spalla seguendo il marchese francese dell’ottocento vagare oggi nelle sale attraversate di fatasmi dell’ermitage mentre la vita d’allora emerge fantasmi, bellizz.