venerdì 11 dicembre 2009

psiconana

«Interpretando il passato dell’università come un nuovo ambiente che permette a degli insegnanti di fomentare dei lettori solitari, competitivi e astratti, potevo mettere in luce il suo ambiguo presente: il pericolo della sua disintegrazione in Internet o la sua rinascita alla pratica della lettura ad alta voce» (I.Illich)

Questa mattina su radiothree la rassegna stampa leggeva l’articolo di ripubblica sugli studenti universitari che non sanno scrivere e non leggono nulla. Nella trasmissione seguente intervistavano la professoressa sullo stesso argomento: ahimè nessuno sa più leggere e parlare. Il giornalista le riferiva in diretta gli sms degli ascoltatori: la scuola è permissiva, la scuola non boccia più, a forza di promuover tutti a questo siamo arrivati. Un altro ancora: un bambino oggi ha detto “se facessi il bravo riceverei molti doni” e allora la prof. grida “ma questo bambino è bravissimo! Ed è vissuto in un ambiente bellissimo!” . Così spengo e scendo al bar per leggere sul giornale l’articolo intero. Dalla paginona centrale il barone linguistico TDM (testadiminkia ex ministro) conferma: “I guasti iniziano alla scuola dell’obbligo. Il buonismo degli insegnanti ha fatto grossi danni, oramai si tende a promuovere un po’ tutti e non si sbarra il passo a chi non è all’altezza”. Perché non sbarrano loro all’università, risponderebbe la psiconana che è in me. Perché il danno è fatto risponderebbero i nano baroni. Ma gli altri? quelli che potrebbero per posizione e autorevolezza andare domani dal direttore del quotidiano e dirgli “scusa ma basta, basta con queste porcate, facciamo qualcosa di buono, pubblichiamo riflessioni serie ma divulgative sul post umanesimo e sulla tecno moltitudine pseudo democratica , dai e spieghiamo cosa è accaduto al nostro modo di utilizzare la scrittura, la cultura moderna, la cittadinanza, dai facciamo sto sforzo. E visto che ci siamo, intervistiamo 40 presidi di scuola media che dopo una ricerca risultano (senza cong) tra i migliori (si può fare, ancora si può fare, ed è un meglio concreto, appalesantesi con la forza stessa di quel che rimane della cultura, pochi ma ci sono) li intervistiamo e ci spiegano cosa accade nella scuola dell’obbligo e chi sono questi insegnati che non bocciano e chi sono quelli che ogni anno vengono bocciati e chi sono i genitori di quelli che non sanno leggere e scrivere pur arrivando all’università, sociologicamente diciamo, a livello di seria divulgazione sociolinguistica eh? Senza congiuntivi”. Ma non sono più i tempi e non è più il paese, nel pieno disfacimento morale istituzionale e civile non può esserci un dibattito culturale fertile, una qualità di ricerca e speculazione elevate. L’articolo continua dicendo che la maggior parte delle matricole ha meno di cento libri a casa e che “Solo messico e portogallo stanno peggio di noi” e sto portogallo bisogna andare a vederlo perché la regina mendicante d’europa, la sorella meridionale tra noi e la grecia (i tre corni dalle stelle alle stalle) merita. In coda all’articolo si legge “Molti esami scritti all’università vengono condotti come i test per la patente, mettendo crocette su un questionario”. Chiunque abbia fatto l’esame e non l’abbia comprato sa bene che in Italia l’esame della patente non mira ad accertare l’effettiva conoscenza e padronanza delle norme e del codice di condotta su strada ma la capacità di dominare la sintassi logica delle proposizioni. O almeno era così dieci anni fa, adesso? Alla patente non lo so ma dalle parole dei nanobaorni si deduce che il pregiudizio elitario e classista dell’umanesimo defunto ancora impera in questa remota provincia dove i mali di ieri e oggi si sommano come la città sotterranea alla gomorra sotto la pioggia.
p.s. sui blog, nei commenti alle notizie, sulle pagine face book degli adolescenti è tutto un fiorire di odio bestiale contro le due maestre di pistoia. L’unico male che viene riconosciuto collettivamente è quello commesso da queste due donne che per avidità e miseria esistenziale si sono ridotte a strattonare i neonati. Il simulacro del figlio, l’icona dell’infante, del tuo infante, tu paghi per onorare proteggere e coltivare il tuo infante e le pagate osano maltrattarlo. Intendo dire che per tutti gli altri bambini, quelli delle navi migranti, quelli dei cinesi già in italia, per i bimbi rom nelle metropolitane o per quelli dei vicini rumorosi non esiste altrettanta foga. La moda, la strega, la bestialità ai tempi della comunicazione.

domenica 29 novembre 2009

invettiva

Alla tele la sera tardi, da dietro il tavolo sporco di fagioli e briciole, dentro alle tele vedo la responsabile del progetto della regione campania, è la replicante n 46798, se guardi bene si legge proprio di fianco allo scollo del vestito, stampato a fiori sul seno abbronzato e floscio, la scollatura che dice nonchalance e arroganza, arroganza e nonchalance, lo dice con la pettinatura, il rossetto, i colori marrone caldo, è una signora, parla italiano e napoletano a scelta, sa cucinare ma fa pure carriera e guai a chi alza la voce e non riconosce che abbiamo davanti una vera femmina, una grande donna napoletana che ha cresciuto i figli e fatto politica, sissignori politica nella scuola, ha cominciato da insegnante e adesso eccola qua, senza rossetto sui denti per una volta e alla televisione, sissignori alla televisione perché lei ha fatto un gran lavoro, ha fatto un bel lavoro, il loro progetto è importantissimo e sono orgogliosi perché adesso parte, anzi è già partito, cioè è pronto a partire, tutto pronto per partire. Mi sento gli angoli della bocca scendere, calare per una ripugnanza che non ho fatto niente per coltivare e che è feroce, contro quella che si poggia con bracciali e collane alla scrivania bianca nell’ufficio n 376508 è solo la replicante n 46798, non è che un’eco, una propaggine inutile e scadente della corruzione, dell’ingiustizia, del fallimento di tutti gli altri. Però adesso è lei che gonfia come un tacchino di compiacimento e menzogna parla al microfono, erutta al ripetitore criminali falsità, senza sapere cosa stia facendo ma totalmente colpevole dice: Terremo le scuole aperte ai territori dove non operano altre agenzie educative, dove mancano realtà oltre alla scuola, le terremo aperte per i giovani di questi quartieri che sono socialmente a disagio e che non hanno altri stimoli culturali, ma non solo per loro anche per i normodotati. Quando dice così, quando usa il gergo, quando il magnetofono retorico sfinterico automatico che le insuffla parola dal culo le deforma la bocca e la fa dire “normodotati”, per un secondo esita, meschina, un secondo solo senza sorriso prima di riprendere perché il circuito ha registrato un’incongruenza, il sensore per il politicallycorrect sottolinea che non si è detto “handicap” prima quindi non si può usare “normodotati”, vuol dire che i giovani delle classi popolari non sono normali, non sono normalmente dotati della stessa intelligenza, delle stesse facoltà, della stessa normalità degli altri. No non lo sono, no non lo sono infatti e io non sono king kong per prenderti e spiaccicarti, io che non ho coltivato questo odio ma mi sento di volare su di esso, di perdere umanità e misura perché vedo i ragazzi e le ragazze morire ai piedi di questi muri di retorica menzogna e potere, li vedo morire letteralmente al piano terra del suo palazzo, signora, e che muoiano nell’ombra nel deserto ai piedi del muro, di inedia materiale e culturale, può essere ma che su questa disgrazia, di questa disgrazia voi viviate e prosperiate, di progetti di intenzioni di film di racconti di recitazioni di interventi e di investimenti, di progetti che sono mattoni del muro questo è brutto, è troppo brutto per continuare ancora, ci deve essere un modo per dire che questo spreco miserabile e protervo che si fa a napoli è l’esatto corrispettivo del controllo razzista e disumano di milano, che in questo deserto di corruzione ignoranza ferocia e prepotenza i ragazzi e le ragazze muoiono ed è quindi vero che siamo alla fine del mondo, di quello che chiamavamo mondo e che i normodotati stanno finalmente morendo come quelli socialmente a disagio, anzi al momento dei morti viventi vedremo chi mangerà chi, gentile signora arpia succiasangue, se lei è il modello vogliamo che succeda il peggio, del resto lei lo sa, si vede dall’occhio di vetro cupo che lei lo sa che i normodotati nella scuola aperta, aperta dai professori e dalle professoresse più ignoranti e affamati, con registri truccati, con la stessa svogliata impreparazione e disprezzo che mettono la mattina in classe, con la stessa cattiva volontà coscienza e mestiere, i normodotati che hanno i corsi a pagamento e i computer a casa non ci andranno no, ci andranno i deprivati, i mostri destinati al tritacarne ma prima gli dovete spremere le ultime stille, dovete divorare tutta l’ultima poetica straziante luce dei loro giorni con un brutto corso di ginnastica, di educazione stradale, di musica, di puttanate ipocrite e inutili che finiranno di disperarli di disgustarli di impoverirli, prima che muoiano la loro giovinezza mentre il professor x ha intascato negli anni migliaia di euro per gestire la sala informatica e non farla mai usare da nessuno se no si vedeva quanto rubava e la professoressa y ha intascato migliaia di euro per organizzare il corso di ballo popolare fatto dalla sua amica a cui dopo due settimane andavano in tre e nessuno ha mai insegnato né imparato davvero a leggere a scrivere a fare a esprimere a sognare a chiedere a disegnare a partecipare ad abitare a socializzare a lavorare a correre a vincere a perdere a concentrarsi a sforzarsi a aiutarsi a controllarsi a cercare a portare a conservare a costruire a progettare a programmare a filmare a raccontare a viaggiare a muoversi ad amare a crescere a giocare siccome non lo sappiamo più fare siccome non lo fanno le scuole né i normodotati né i poveri né i mostri né i semplici adesso conviene forse che muoriamo.

giovedì 26 novembre 2009

arrivando a s

Fuori dalla chiesa di santa caterina
alle tre del pomeriggio i ragazzi stanno poggiati
su tubi di ferro a ridere e fumare
Sotto l’arco antico di pietra grigia e marmo bianco
C’è molta vita
Stanno seduti sui muretti
Nell’oasi tra la chiesa e il varco
Stranieri e donne d’ogni età
Uno cava dal borsello le stecche marroni
Le tiene tra il pollice e l‘indice sotto al naso del nero
Altri bevono o guardano
Il profumo dell’hashish è dappertutto
I ragazzini giocano le donne parlano i cinesi passano
Alcuni sono ubriachi e altri solo tristi
Certe ragazze hanno gli occhi affilati e crudeli
Le unghie e i tacchi delle stesso colore
Colombe e serpenti si inghiottono a vicenda
Il vecchio non vede più l’oggi è ultrabianco
Si stacca dai suoi abiti stessi e il tremore
Appende al braccio mite del ragazzo cingalese
Io mi ricordo che mille anni fa andammo da suo nonno
A palermo nelle notti di dicembre
Nella casa spogliata dai fantasmi
Solo il ragazzo indiano riaccendeva le luci
E ci mise davanti una carta unta col pollo e le patate
Mentre il mio compagno trovava l’ossessione del suo sangue e di una possibile fine
Mille anni fa mentre ora
Il marocchino del bar mi sorride e dice ragazza vieni
Io corro e ringhio
Loro stanno seduti sulle sedie di plastica attorno al chiosco
Gente come minuzzoli o torsi di mela e cavolo
Gente come mare come strame
Incrostate sul sedile attorno alla palma
Le donne dell’est aspettano furgoni e pacchi
Dagli inverni distanti dai focolari remoti e attorno napoli
Come la notte
Lascia cadere dai palazzi eterni pezzi di muro e balconi
Né alle stelle si può chiedere altro
La piazza è come il piatto di una giostra
Tempestato di vetri corone di tappi sputi cicche e guano
Gli ubriachi appollaiati sulle panchine in rottami
I ragazzini contro il muro o fra due bottiglie
Cacciano il pallone la rabbia il rumore
Resistono al vento insolente
Delle moto che li toccano li attraversano li svuotano ma
Io vedo oltre la strada l’ingresso grigio
Della scuola quando
Una vecchia come una regina
Con in testa un berretto da marinaio
Sdraiata sulla grata del gas
Coperta di stracci come pellicce da slitta
Al centro della raggiera di resti sozzi di uccelli e pasti
Ritta ora col busto contro il sole ingiusto dell’inverno
Mi arresta il tempo di sentire ogni cosa girare
Poi attraverso
Le ragazze mi guardano e già ridono
Solo io mi stupisco che la scuola alloggi
Nello stesso grigio palazzetto
Del cinema porno Casanova
andando a s


(cliccare per vedere le foto del cammino)

martedì 10 novembre 2009

inut

Quando prendi la metropolitana, se è abbastanza presto, la persona con la pettorina gialla porge al fiume di gente le copie di city. Anche fuori dalle stazioni dei treni o dentro i bar puoi trovare cumuli del giornale gratuito, sui sedili dei vagoni ti aspetta una copia stropicciata marcata dalle dita infette dell’untorino. Comunque la cosa bella di city è che riporta notizie rare. Sono dei quadratini di due -tre centimetri negli angoli delle pagine e contengono interi romanzi, istantanee rivelatrici del nostro mondo. Leggine una come se fosse un francobollo psichedelico e guarda alcune inquadrature del film a cui appartiene (venerdì alla stazione di Greco Pirelli mentre la gente digitalizzata beveva caffè e sfuggiva oltre-dentro i vetri ho letto che):
- A mexico city tre medici e un’infermiera dicevano ai genitori che il bambino era morto durante il parto e poi vendevano il neonato a mille euro. Ora tu vedi lei l’infermiera che scalda per due o tre giorni la creaturina e poi la passa all’abbraccio dei disperati paganti e di là il volto dell’attore che imbastisce la menzogna, in piedi di fianco al letto nell’ospedale affollato, ai semplici della terra che un altro dolore si caricano sulle spalle prima di tornare a chissà che paese o casa della metropoli.
- 6000 contadini poveri dello Hubei, regione Cina centrale, vendono il sangue per diciotto euro. La fila ecco pensa che fila e quante sacche di sangue viaggiano poi sui camioncini di latta sull’orizzonte delle steppe lunari, verso la città
- Negli ultimi tre anni 50 caschi blu in missione di pace sono stati condannati per stupro. Non ci dicono chi, dove, da dove, ma questo film è abbastanza facile da farsi.
- A siracusa, nei dintorni di siracusa, una donna confessa di aver ucciso il suo vicino di casa ottantenne perché raccoglieva cicorie nella sua proprietà. Gli ha spaccato la testa con un sasso e poi gli ha scagliato contro i cani. Anche nel film Il vento fa il suo giro c’era una vecchia simile. Immagina i silenzi di mesi che diventano l’ossessione del recinto. Forse c’è un antefatto, forse un rancore che affonda le radici in un episodio di cinquant’anni prima, il torto di un giorno che ha scavato fino ad adesso oppure no, semplicemente il recinto e la povertà. Il cielo di che colore era? L’uomo che panni indossava e che coltello usava per svellere? E le grida, quali grida hanno incitato i cani a mordere il fantoccio?
- In provincia di avellino un uomo di 65 anni abusava sessualmente di nuora e nipotina di 5 anni finché la madre, 25 anni, si è decisa a denunciarlo. Questo genere di film è meglio non girarli.
- Una cosa tipo: lei si sveglia di notte, nella loro camera, nel loro letto. Scivola piano verso il bordo del materasso e poggia i piedi sul marmo gelido poi si alza ma chissà, il ginocchio che si piega all’improvviso, perde l’equilibrio, casca a corpo morto su un lato e come in un film di lynch il vecchio comodino col ripiano di marmo rosa conficca il suo spigolo, familiare umile spigolo, nel cerchio molle della tempia. Il rumore lo sveglia, la chiama, il cuore gli batte follemente dalla paura che lei si sia fatta male, che le sia accaduto qualcosa di male, tende il braccio convulso verso l’interrettore della luce, in un istante è in piedi dall’altra parte del letto, la vede a terra col laghetto cupo attorno alla testa e gli scoppia il cuore, un dolore stellare, incontenibile lo trafigge e le cade sopra, confusi nell’ultimo calore. (lei cade e muore, il marito ha infarto)
- In Florida baby sitter rapisce la piccola di sette mesi che le era affidata, la ritrovano dopo cinque giorni, la teneva in una scatola sotto il letto, arrestato anche il marito. In questo film devi vedere i due giovani scoppiati. Tipica ambientazione americana, case prefabbricate a un piano, moquette nel living e anonimo suburbio, loro due senza parole nella cucina, dietro gli occhi ottusi la telecamera cerca di sondare i motivi e le sensazioni del gesto. Volevano soldi? La sera quando lei tornava a casa parlava della ricchezza di quella casa dove lavora e odiavano? O nel silenzio incompreso e violento della storia d’amore lei ha sviluppato un doloroso desiderio di maternità che lui le ha fatto ringoiare e lei si è portata via le piccola, si è presentata a casa col fagottino e lui ha pensato al riscatto. O sono entrambi balordi e l’hanno presa e basta, parlando così dell’odio per i ricchi, del fatto che a lei la piccola piace, del fatto che vogliono partire, andare via e chissà perché si vogliono portare pure la neonata. Comunque la baby è lì, dentro la scatola di cartone con la copertina sul fondo e l’odore cartonato le riempie il naso e la stordisce, vede due fessure di luce incrociate e un silenzio ovattato, non le dispiace quella tana dove l’hanno messa e il movimento frusciante quando la sfilano da sotto il letto, lo struscio sui granelli di polvere del fondo della scatola e le alette di cartone che si aprono e il latte tiepido dell’abbraccio straniero, cosa le rimarrà?
- Gli Yanomami dell’Amazzonia vengono sterminati dal virus suino. Venezuela e Brasile hanno recintato la zona e mandato medici per curare. Il protagonista del film è il giovane medico brasiliano, il suo viaggio in elicottero e senza parole la sua relazione con loro, coi piccoli uomini nudi. Senza parole perché lui guarda e basta, capisce qualcosa ma riflette negli occhi l’altro. Una vera esperienza di alterità, non è cura, è conoscenza. Tanti anni fa ho visto un documentario sugli Yano e non lo scorderò mai. Due gruppi che abitano sulla stessa riva del fiume hanno accumulato motivi di rancore e debbono porre fine all’inutile lotta che li contrappone. Organizzano una festa. Mangeranno un grande pastone di banana e polvere delle ossa dell’ultimo onorato vecchio che è morto in una delle due tribù. Prima però il rito: gli uomini si mettono in fila indiana (ahahah), i due capofila si fronteggiano, chi dei due ritiene di essere stato offeso si sfoga contro l’altro che tiene le mani dietro la schiena e si becca senza reagire gli spintoni e gli schiaffoni. Finito loro tocca ai secondi, quello dei due che ha offeso mette le mani dietro la schiena e prende gli schiaffoni di chi deve liberarsi del rancore e così via. Dopo bevono e mangiano assieme, ridono. Alla fine si drogano con una droga potentissima che succhiano con la cannuccia da una specie di cocco. Dà come una botta alla testa, poi ti scende del muco dal naso e poi sei sballatissimo.

sabato 31 ottobre 2009

in ottobre

L'alfabetizzatore oggi: «vieni qui ti devo dire una cosa. Come ti pare quel ragazzo là, ma tu lo conosci?»
«L'ho conosciuto qui, perché?»
«Perché prima è passato e ho visto che guardava dalla porta socchiusa e c'erano la mia borsa e il cellulare appoggiati sul tavolo, poi ero qui sui banchi ad aggiustare le fotocopie e lui è entrato. Mi ha visto ed è rimasto stranito. “Che cerca?”, gli ho chiesto e lui ha detto “Il professore d'inglese” ma non è così, si capiva che non si aspettava fossi in classe. Insomma a roma queste cose non succedevano proprio».
«Immagino».
Questo individuo effeminato, puzzolente di dopobarba, affettato nei modi e vestito di abiti costosi non mi piace. Si presentò due settimane fa con la storia di non accettare stranieri senza permesso di soggiorno al corso d'italiano. Poi sembrava aver messo da parte la questione ed è stato assente. Adesso torna e mi vuole far guadare con sospetto il ragazzo Antonio alto e magro come un chiodo, con la barba da sedicenne, la fatica in faccia e il crocifisso d’oro, da tamarro, sul petto. È un sindacalista, parla sempre della dirigente, della municipalità e di chi conosce in provveditorato, dice che non possiamo usare lo stesso bagno degli alunni, che usare lo stesso bagno dei minorenni è fuorilegge. Una regola per ogni respiro conosce, edd è sempre pronto ad andare dal superiore. Sulla lavagna oggi che ha fatto la prima lezione d'italiano agli stranieri c'è scritto: tu sei bello - noi siamo italiani - i libri sono nuovi - io sono italiano - tu sei studente. Fa italiano per stranieri solo lui, si rifiuta di alfabetizzare gli adulti napoletani che vengono e non sanno leggere. Penso ai volti belli giovani o smarriti che ho visto alle iscrizioni, alla ragazza di non so che Asia arrivata una settimana fa e portata qui dal padre che mi diceva “è arrivata da una settimana” e lei il viso chiuso e triste come una oliva acerba, chissà se le va bene io-sono-italiano-tu-mangi-la-pizza.

Oggi sulle scale di ferro del ballatoio mi hanno dato la notizia. Io insistevo perché non fumassero: lasciate perdere fa male. E loro due guardando il pancino di valeria: a lei fa male di sicuro, fuma qua perché la madre e il fidanzato non glielo fanno fare. È incinta.
Non capisco se mi dicono la verità o meno. È incinta è incinta te lo giuro sulla capa di mio fratello.
E allora è vero. La guardo, è una bambina. Nonostante il suo viaggio da sola dall'ucraina attraverso austria e italia, di nascosto per raggiungere la madre qui, nonostante la sua durezza attenta e consapevole, è una bambina, ha il volto ancora piccolo la pelle bianca liscia e perfetta come una bambola, le mani piccine e tutto a parte il seno così infantile....
“Lo voglio” mi dice. “Io non me lo volevo levare, noi faremo tutto: i soldi la casa ci sono, il padre ci sta e io ci sono, lo voglio, non me lo levo”.
Sua madre all'inizio era contenta, mi dice, “tremava tutta accusì quando gliel'ho detto, non teneva ferma la mano”. Poi adesso è più preoccupata. Mariarca dice: mia madre mi farebbe il tauto già pronto (la cassa da morto, vuol dire).
Le dico che certo le donne sempre hanno abortito ma per ognuna dipende, bisogna pensare e sentire cosa si pensa di potere fare. È una cosa così profonda, delicata e personale che ognuna deve cercare cosa può fare.
Lei mi dice: io lo voglio. È difficile, le faccio io, e anche voi due, col tuo fidanzato dovrete essere bravi. “Ma io lo so come è” mi dice: “ho cresciuto mio fratello qui, e in ucraina due nipotine, io lo so tutto come si alza, cosa si deve fare, per tenergli il naso pulito, per il cibo e il cambio, certo questo è mio ed è faticoso, più faticoso”. Mariarca dice: “io ho ¬¬cresciuto mio fratello ma certo se vuoi andare a comprare un vestito non puoi, lui c'è sempre, non può più fare nulla come adesso”.
“Sì”, valeria ci pensa con sforzo, gli occhi un po’ d’acqua fredda, “non puoi più ma poi a tre anni c'è la scuola e io intanto avrò preso la terza media e posso cercare lavoro. Ma qui come farò a venire tra qualche mese?”
“Come farai, vieni e basta, perché ti chiudi in casa?” le dico sorridendo e mariarca: “mia cugina veniva al serale con la panza innanzi”.

Poi viene Antonio, il supposto ladro, il 16enne magro e incerto come un lupo di primo pelo. Mi dice che vuole la terza media per andare sulle navi come il fratello. Se la prendo...
“Certo che la prendi gli dico, perché no?”
“Eh perché anche a scuola mi dicevano la prendi e poi 4 volte mi hanno bocciato. Ma facevo chiasso eh, qui sto facendo bene”
“Certo, adesso hai 16 anni è un'altra capa, vero?”
“Oggi sono stanco ho faticato stamattina..
“Ah e che fai?”
“Le pizze fritte”
“Ma dai, le cuoci tu?”
“Nooo, eh! bisogna aspettare...”
“Sembra facile e invece o eh? Perché…” inizio a vaneggiare sulla supposta arte bianca della piazza fritta ma lui mi stoppa in fretta. “È facile però devi aspettare. Come al bar: prima stai cinque anni a portare caffè e guardare e poi te lo fanno fare, non è difficile fare caffè ma funziona così, ti sfruttano, è per sfruttare che succede così”.
Vuole andare sul mare sulle navi, per viaggiare e andare via da napoli e vedere come è il mondo negli altri posti.

Lui come i due quindicenni che sono arrivati negli ultimi giorni, ne fanno 16 a dicembre ma alla scuola del mattino non ce la facevano più a tenerli. Gli fa bene l'orario ridotto, l'ambiente con meno costrizioni, l'atmosfera adulta da autoresponsabilizzazione ma sono proprio due ragazzini nemmeno troppo duri di vita, solo scoppiano e nulla basterebbe se non ci mettessi la dolcezza, la seduttività di furbizia, comprensione e magnetico che gli dedico a ciascuno, personalizzata. La maggior parte degli adolescenti maschi sono meno complicati e più prevedibili delle coetanee? Per me sì. Uno di loro ha l’occhio destro leggermente strabico, non fissa l’attenzione per più di un minuto, quando si stanca l’occhio si storce un poco di più e caccia il cellulare dalla tasca. Sa leggere a malapena e praticamente non scrive: a me nun m’hanno mai inzegnato niente….

Alcuni giorni dopo si è iscritta anche pina e così lei, mariarca e valeria sono diventate le tre moschettiere. Pina sa leggere e scrivere e pensare molto bene. “Perché non hai finito la scuola al mattino?”
Pina ride, ha i denti sotto tutti spezzati, ha 16 anni e le smagliature sul seno, non è bella ma è bella, per i suoi occhi marroni e per il sorriso, perché è una di quelle nature con le radici al fondo della terra e le spalle larghe anche per quelli che le stanno accanto
“Perché non ci andavo mai, a me la mattina andare a scuola non piaceva, con tutti i servizi da fare a casa, a me mammina esce la mattina e torna la sera, ho i fratelli piccoli, devo cucinare per tutti, questa cosa di uscire di casa alle otto con tutto da fare non mi piaceva proprio”.
Pina scrive bene e conosce un sacco di parole, è come una spugna, sente una parola, un ragionamento una volta e lo divora con immaginazione. Mariarca invece, la cucciola, bassa e pienotta, col naso a patata bucato dal brillantino e i capelli lisci striati di meches biondi, grezza e dura che sotto sotto c’è un mare di dolcezza, lei scrive e legge a malapena. Sono molto amiche. Mariarca ha gli occhi azzurri come il fratello, che si è presentato solo due giorni per mezzora ed è del tutto analfabeta. Si assomigliano, hanno qualcosa da cane selvatico e i morsi della fame e della miseria in viso.
Pina dice che vuole viaggiare ma non per turismo o per aiutare chi sta peggio (visto che anche qui si sta male), vorrebbe viaggiare per conoscere davvero la gente, per andare a casa e cucinare con la gente scambiandosi racconti sui costumi e le abitudini.
Pina dice che si vede che non potevo stare bene al nord e se le chiedo perché mi dice perché si vede che sai vivere come qua e qua come è, ma non urlare le dico perché lei parla sempre ad alta voce, veramente alta
mi dice: «io non potrei vivere come fanno loro, loro del nord, che la vita è tutta lì ti svegli vai a scuola esci studi e vai a letto per ricominciare e al nord se una ragazza a 16 anni fa un bambino la prendono per matta e pensano a svegliarsi presto e fare sempre le stesse cose lavoro casa senza mai ridere e parlare e pensare che una ragazza vuole avere un bambino e la casa sua e un marito per fare all'amore.
Ma lo dice perché valeria è incinta penso e perché il suo orizzonte d'espressione e felicità è consapevolmente, coscientemente questo. E c’è quell’orgoglio che ho scoperto arrivando a napoli, di cui si parla nel gattopardo, c’è l’orgoglio di ogni giovane ma anche quelle del sud, perché noi napoletani siamo i migliori.
quando le dico che ha i pregiudizi si scoccia e mi dice no, sono così e si arrampica sugli specchi pur di mantenere il punto che loro non sono come noi, sono diversi e non mi piacciono e a noi ci schifano ma non sanno campare. Alla fine ammette che anche al nord c'è gente di tutti i tipi ma non come a napoli, no come a napoli no.
se il mondo cambiasse e divenisse più giusto, Napoi diventerebbe la capitale del mondo, penso alla fine ed è un pensiero da presepe.

domenica 25 ottobre 2009

sogni/segni

Poi è venuto il freddo e ha piovuto e le formiche se ne sono andate, dopo tanta guerra. Sono andate prima via dal pavimento e dal lavandino poi via dai sogni. Una mattina sul tappeto a casa di mia madre ho visto una formica dove non c’era. Poi se di giorno avevo fatta la spesa, di notte loro tornavano nella dispensa, oppure sul muro di una casa conosciuta dove non ero mai stata / con gli amici di una vita che non ho mai conosciuto / a interrompere parole mie che non ho pronunciate.
Nel romanzo di Mercé Rodoreda La piazza del diamante lei scaccia i colombi agitando le uova del covatoio e mesi dopo sogna i suoi figli scossi dalle mani che scendono dal soffitto. Ciò che più si avvicina al concetto di una scrittura femminile. Romanzo d’amore per voce di donna.
Tanti tanti anni fa mia nonna mi raccontava storie remote dove lei era giovane e mia madre una neonata, le immaginavo in una casa dove in realtà hanno abitato in seguito e ancora non era quella che ho conosciuto io. Una casa gialla, bassa, con una striscia di ghiaia tra il muro e il cancello, separata dalla strada da una ringhierina a losanghe di cemento, che si vede bene attraverso, come a rieti ce ne sono tante. Lei raccontava e io guardavo attraverso la losanga di cemento, alta come una bambina, dentro la finestra aperta al pianterreno , nella camera da letto in penombra c’era questa giovane donna con i capelli castani ricci e gonfi sulle spalle, leggeri e trasparenti quando la massa sfuma nell’aria. Sta seduta sul bordo del letto, in silenzio, tiene una neonata poggiate sulle gambe, unite sotto la gonna grigia. A testa china guarda la bambina e poi si guarda il seno, ha la camicetta sbottonata, la vedo di profilo, non scorgo il seno ma so che se lo guarda preoccupata perché una mammella sta diventando nera, le sta venendo un’infezione o qualcosa di doloroso al seno . E mi venne nero e mi faceva male e andai in ospedale e tuo nonno pensava che sarei morta. Poi guarii. Poi non vedo più niente e non mi ricordo come andò esattamente né posso più saperlo, capire meglio come avvenne che per fame e per altro dopo la guerra quando nacque la bambina a mia nonna s’infettò un seno e si fece nero. So però e lo saprò ancora a lungo, ho appena cominciato a saperlo quanto e come questa storia ha significato molto per me. Non solo per come il mio seno parla e fa ed è unico il mio modo di amare, non solo per le storie profonde della nostra mitologia familiare che si connettono a questa e che non vanno raccontate direttamente ma che certamente nutrono la rete di sensi e segni con cui interpreto e riscrivo la realtà, scegliendo certe metafore per la guerra e l'amore che certi effetti hanno su certi uditori.
Anche il culo vuole la sua parte, l’ho saputo una sera che mio marito mi doveva fare un’intramuscolo sulla chiappa e il terrore mi faceva tirare il gluteo che si faceva di sasso finché respirare forte mi ha fatto girare la testa e riposandomi sul divano gli ho raccontato la storia e solo dopo siamo riusciti a fare la puntura. MI vogliono fare qualcosa, paura. La storia era che in camera di mia madre da ragazza c’era un lampadario che aveva un cappello largo di vetro verde e dentro un ovale di vetro opaco e sottile bucato in fondo e sotto a quel lampadario pensavo che stette un giorno sdraiata sul letto a bocconi mentre qualcuno di cui vedo solo le mani, mani di donna, prepara la puntura. Le fecero l’iniezione ma qualcosa andò storto e una punta d’ago rimase nella carne e con le settimane fece infezione, si scavò una nicchia grande come un pugno dice mia madre e stringe il suo pugno che è piccolo e ne conosco bene l’odore e la grana di quella pelle mi dovettero scavare via tanto così di pus e metterci dentro una garza di medicazione arrotolata che andava cambiata e un dolore così non l’ho mai provato ma mi stava per arrivare all’osso l’infezione se si aspettava un altro po’. Grazie a questa storia ho sempre saputo che sotto al muscolo sul culo c’è un osso e non escludo che questa consapevolezza mi abbia permesso di sentire meglio le chiappe aiutandomi a crescerle sode

mercoledì 30 settembre 2009

Le formiche hanno un unico cervello che si mette in comunicazione col mio

Le formiche sono venute nella mia piccola casa e pensavano
di poter fare come volessero.
Andare nella dispensa sul tavolo nel lavandino sulla scrivania lungo i muri e per mezzo la stanza
Le formiche pensano in maniera furba e arrogante
Esse invadono il mio piccolo spazio e io selvaggiamente
Rancorosamente
Con ripugnanza e senza alternative
Le perseguito.
Il tubo dell’aspirapolvere come una pistola dal risucchio fortissimo
interrompe le file spazza via i grumi brulicanti risale la via che hanno fatto sul muro
A sera
mi dico
si conteranno e rimarranno stupefatte di quante mancheranno
Ma intanto più ne cattura l’aria più ne ritornano e Sciocche
io penso
Come insistono lì dove c’è l’annientamento
Il corpicino si aggrappa resiste si appallottola e poi non c’è più
Intanto il loro cervello,
un unico forte cervello che quando tutte le antenne si sono toccate e trasfuse
compie il ragionamento
decide che bisogna essere meno arroganti che conviene tenersi
lungo il muro nascondersi
quando io mi avvicino e farmi paura
Mi affaccio sulla fila e loro si agitano e sotto ai bordi si nascondono
Ma non rinunciano a scoprire un posto nuovo dove ficcarsi ogni giorno
Sento il loro pensiero
Che non coglie me evento distruttivo o scomposto particolare irrelato
Ma onnicompresa intera gigante creatura nemica
e inizia la lotta mentale
mentre uso la pistola ad aria mi sento
Formiche sulle gambe e sulle braccia
mi spaventano con l’impressione di formiche sulle gambe e sulle braccia
Che salgono e si arrampicano e camminano
Poi la notte si ritirano col buio
sentono la notte e strette nel nido tutte quante
tutto raccolto e potente il formica cervello mi mette in guerra
nel sogno popola le mie case il mio letto di piccole bolle gialle
grappoli di bolle gialle attaccati alle finestre ai materassi e
quando si rompono
da quelle sgorgano i fiumi delle formiche
nei recessi della tana dove a notte tengono
il consiglio di guerra le formiche
formulano i sogni e io aspetto che con l’autunno
lascino il campo o mi chiedo
che preghiera mi possa illuminare

sabato 19 settembre 2009

7-11 settembre

La seconda settimana in sede la faccio breve. Lunedì 7 avevo ancora il corso sui cittadini terzi. “Un conto è la carta, un altro i nostri accordi” ha detto la coordinatrice dell’associazione X. E infatti arrivando alle novemmezza, iniziando alle dieci e andandosene a mezzogiorno di cinque ore cartacee ne escono due reali, compresa la pausa caffè. Intendiamoci: per me lo scandalo è dappertutto. Questo della scuola napoletana è solo un osservatorio, un micro-mondo da cui guardare lo stato attuale della nostra convivenza civile.

Lunedì 7 una ragazza che non ha mai fatto sport, senza trucco e fiacca ha proiettato sul muro delle slide inutili, commentandole con voce monocorde, sempre più rotta da sospiri e tremiti nervosi man mano le colleghe a gruppetti prendevano a chiacchierare fitto o a entrare e uscire di continuo (hahahaha). Ho saputo che a Napoli ci stanno meno minori migranti che in tutto il resto d’italia, perché ci si sta male ed è terra di passaggio. E che san Lorenzo è in compenso il quartiere dove ce ne stanno di più, cinesi in primo luogo e poi in proporzione decrescente cingalesi, europei dell’est, indo-pakistani, africani, latino americani.

Martedì 8 mi trovo con i Magnifici 4. MRV è di cattivo umore, per il mal di collo dice. Ci studia e sbuffa. Stiamo un paio d’ore in un’aula del secondo piano dove non parliamo di nulla. Il giorno prima mentre ero al corso loro hanno fotocopiato le indicazioni ministeriali per la programmazione; oggi alle mie domande ricevo spiegazioni fumose, frasi che nei prossimi giorni diventeranno ritornelli. “La gente si iscrive ma poi li perdiamo, smettono di venire”. “Se si è fortunati c’è il gruppo bello ovvero adulti motivati. Se si è sfortunati, come capita sempre più spesso, ci sono molti ragazzini e ragazzine di 16-17 anni, cacciati dalle medie la mattina e con quelli è difficile, non si tengono e fanno fuggire anche gli adulti”. “Non dovremmo servire a questo, loro se li levano da davanti e li mandano al serale”.
Mi fanno vedere le prove d’ingresso che hanno usato l’anno scorso e si dice subito che vanno bene. Si stabilisce solo che cercherò un brano nuovo per la comprensione del testo, dato che quello vecchio non andava bene (“è noioso, non lo capiscono o non si mettono a rispondere alle domande”). I testi di ingresso fatti come sono fatti sono solo delle schede idiote, create un giorno da qualche volenterosa e poi replicate all'infinito. Servono per fare atti di protocollo, per dare l'illusione dello standard sceintifico. si suppone che un insegnate dopo le interpreti per dedurre i bisogni formativi dell'individuo ma in realtà sono utili per riempire la fase delicata dell'approccio con qualcosa di differente da un'autentica strategia di reciproca conoscenza.

Mi offro di preparare un questionario “simpatico” per sondare passioni abitudini inclinazioni ma è un’ida che trovano troppo originale “Ma no vedrai, meglio non confonderli, poi si capirà dopo”. Mi ripetono: “Vedrai che siamo noi che dobbiamo adattarci a loro, non il contrario. Eh poi capirai…”. MVR mi studia, Magamagò è un mostro.

Mercoledì 5 ho di nuovo il corso “Arrivi Differenti” (è fatto col Fondo Europeo per l’Integrazione di Cittadini di Paesi Terzi, ma il suo nome è questo, bello no?). Arrivo indifferente alle novemmezza e la coordinatrice mi dice: “non c’è il corso oggi, la formatrice non ha potuto venire, firma qui”. Firmo il registro di entrata e uscita, come se ci fosse stata lezione. Bello no?
Raggiungo i Magnifici quattro (la collega d’inglese sta sempre appoggiata e attende) che nella stessa aula di ieri stanno dicendo le stesse cose di ieri. Parlano del prete che pretende che gli stranieri che manda lui abbiano la licenza media ma MRV glielo ha detto: “non parlano italiano, come si fa?” e quando lui ha risposto: “facciamo un corso intensivo di italiano, ve li mando tra un mese”, lei ha risposto: “ma vengo anche io allora, se potete insegnare l’italiano in un mese io mi imparo tutte le lingue, inglese francese e altro ancora”. Inglese, felice di fare polemica anticlericale: “Eh certo è il metodo carismatico che hanno loro, basta imporre le mani”. “Ah allora la pensiamo uguale” e così MRV e Inglese solidarizzano sulla loro sinistrità e mangiapretità. Tecnica precisa che lei è cattolica credente ma questo prete ha proprio sbagliato, non si fa così. Maga magò dice: “No così non si fa eh”. La stessa conversazione verrà replicata più e più volte in più e più giorni. Cerco di chiedere come facessero con l’orario, l’organizzazione degli spazi e delle lezioni e non riesco a farmi dire nulla.

Giovedì 6 ci troviamo alle novemmezza nella stessa aula. L’orario dell’anno passato è scritto a penna su un foglio protocollo a righe spiegazzato. Non si capisce nulla di niente. Una prima ora è dalle tre e mezza alle quattro e mezza. Poi ci sono due lezioni d un’ora e mezza. Sembrerebbe che ci fossero due sezioni ma poi in ogni quadrato i nomi delle materie sono messi a caso. I Magnifici intanto parlano: “eh gli iscritti ci saranno vedrai il problema è tenerli”. “No l’aula informatica non la usavamo”. “Non sappiamo se c’è la televisione, forse. Ce n’era una nella sala in fondo, l’avete vista ieri?”. “Da settimana prossima allora andiamo là in sede e vediamo come organizzare eh”. Io guardo e riguardo quella cosa che chiamano orario e inizio a capire che sono di fronte a qualcosa di totalmente inedito.

Dai conteggi risulta che qualcuno faceva tredici ore, qualcun altro diciassette e qualcuno 19 ma le tre colleghe mi dicono di lasciare perdere, che quello era orientativo. A scampia succedevano altre cose, mi ricordo. Per esempio un anno l’orario provvisorio è rimasto in vigore fino a novembre e c’era gente che faceva meno ore delle sue. C’erano persone che avevano sempre le prime ore e altre sempre le ultime. Anche a me è sempre andata bene,pure perché ero la protetta del collega che faceva l’orario... Una volta racconterò della festa che fecero quando Floria andò in pensione, un vertice della mia esperienza con la scuola pubblica del ghetto.

Mentre noi nulla facevamo in un’aula altre docenti nulla facevano nelle altre a parte qualche maestra che aveva iniziato a dare una pulita con le bidelle, a spostare un poco i banchi, giusto così, per dare una sistemata all’aula visto che tra tre giorni avrebbero accolto bimbe e bimbi. Venerdì invece non c’era nessuno, solo noi del corso Arrivi Diff. Quando arrivo, in ritardo, vedo un uomo triste spiegare alle colleghe che le ucraine lavorano come badanti e pulizia e a casa gli uomini, privati del ruolo di capofamiglia, bevono e si deprimono. Decido di fuggire, firmo e me la svigno. Non metterò piede per un pezzo nella sede centrale e così ne approfitto per un ultima visita al museo dell’incongruo. Nel corpo di collegamento trovo le aule delle materne, appena ristrutturate che sanno ancora di vernice e senza arredi. Un po’ dappertutto scopro anfratti dimenticati, attraverso tramezzi sfondati accedo a zone off limits, con ascensori ancora imballati, mai usati e già da buttare, cessi inutilizzati che perdono acqua, cataste di roba dimenticata. In un’aula ancora in ristrutturazione ci sta un vecchio pianoforte. [cliccare su foto per vedere]
Album senza titolo

venerdì 18 settembre 2009

venerdì 4settembre

Venerdì 4 settembre, sede centrale, corso di formazione sui Cittadini terzi (?) alle 10.30 e Collegio docenti del serale (dicesi Ctp) alle 12. All’ora prevista nell’aula del secondo piano dove si terrà il corso siamo in 4. Nessuna mi caga neanche di striscio. Una collega ha portato con sé il figlio, un bimbo di circa 5 anni con i capellini corti corti che starà tutta la mattina seduto senza fiatare, rapito da un piccolo oggetto metallico che si apre a libretto e che tiene fra le mani schiacciando i tasti, gli occhi fissi sullo schermo che non vedo, che nessuno vede mai a parte lui. Il corso, ora che arriveranno i formatori e i colleghi, che si sceglierà l’aula e si prenderà posto, comincerà alle 11e10.
Nel frattempo mi faccio un giro: al secondo piano, guardando in faccia il busto del barba, si gira a destra, si entra da una porta taglia fuoco e ci si trova faccia al muro. Si volta a destra e poi subito a sinistra, in un corridoio stretto senza finestre, occupato da due scaffali di metallo vuoti e sgangherati e da un carrello delle pulizie. Mezzo staccati dalla parete stanno un cartellone con foto di alunni alla vendemmia e cartellone a finestrelle sul calendario natalizio. In fondo si apre la porta della prima aula e da lì, svoltando a sinistra, ci si trova finalmente nel corridoio su cui si aprono le aule. Ci troviamo proprio sopra la segreteria. I muri sono coperti da lavoretti vecchi, alcuni osceni (ovale di cartapesta decorato a foglioline e polvere), altri dignitosi (collage sui dinosauri o schema dell’evoluzione) ma comunque vecchi. Come potrebbero essere del resto le condizioni delle pareti sottostanti? Basta guardare le aule per immaginarlo. Mi sembra di essere di nuovo in un sogno, o in un film sulla scuola dei fantasmi, come se il 5 giugno di un anno lontano lontano il mondo fosse finito e io risvegliata da decenni di coma mi trovassi a camminare tra le vestigia corrotte della quotidiana umanità. Sulle lavagne si legge: il giorno 5 giugno le lezioni sono sospese, riprenderanno il 10 giugno; le cattedre hanno appoggiati le penne e i libri sopra, coi cassetti mezzi aperti. In un’aula c’è uno zainetto ancora in piedi sul banco e dappertutto sta posato un dito di polvere. Tre mesi di assoluto abbandono e tra una settimana arrivano i bambini. Le pareti non vengono imbiancate da anni, sono piene di graffiti di macchie di residui di colla. I banchi a forza di essere strusciati sui muri hanno scavato delle scanalature nel cemento. In ogni aula ai muri stanno appesi i lavori degli anni passati e in tutte le prime sono incollate, una di seguito all’altra, le stesse schede alfabetiche fonematiche, quelle con a di ape, b di balena, il fondo bianco, il disegno stereotipo, squallido, dozzinale. In un’aula un bimbo aveva aggiunto a penna: sotto Balena – Maddalena; sotto Formica – Federica e sotto Istrice – Piero, per le somiglianze fra gli animali e i compagni, penso. In un’altra nell’angolo in fondo a destra c’è un graffito in blu e nero, a metà tra lo stemma dell’inter e la bandiera dei pirati e poi a penna rossa la scritta, Qui luigi e antonio – chi tocca muore. Queste sono le aule delle elementari.
E ci si potrebbe chiedere: che cosa vivono qui dentro bimbi e bimbe? Provo a mettere via i miei preconcetti pedagogici: l’ambiente è importante, uno spazio pulito, ordinato, da personalizzare e adattare è fondamentale. Penso al quartiere dove mi trovo, ai vicoli stretti di San Lorenzo da cui ho visto le bambine sbucare a cavallo di mini moto rosa o i bambini giocare a palla per strada, al benzinaio di fronte a Santa Sofia dove c’è stata la sparatoria l’anno scorso e mi dico: che c’entra. Dipende da come si fa e si può fare tutto. A secondigliano, incistata nella ragnatela di antiche stradine di tufo, dove i negozi di abiti da cerimonia espongono nelle vetrine minuscoli frac e vestitini da principessa, dove la sera il groviglio di moto automobili e gente è tale che il cervello troppo stimolato cerca di schizzarti fuori dalle orecchie, a prezzo di lotte pluriennali le ragazze di arco iris hanno aperto una ludoteca perfetta, che bisognerebbe scriverci un romanzo. Ma il punto non è questo. Mi affaccio nell’aula dove stiamo per cominciare il corso e guardo le maestre. Non le descrivo. Una frase mi tamburellava in testa: non gli metterei in mano un bimbo. Sono entrata e mi sono seduta anche io sulle seggioline sparpagliate nella stanza, mentre tutti i banchetti uniti formavano due grosse isole. Distratta dal pensiero: loro, i miei amici napoletani proletari maschi, il mito della mia lunga adolescenza, hanno fatto queste scuole, con questi insegnanti. E non ne sono usciti rovinati ma forse neanche migliorati, mi stavo rendendo conto. Anche osservando loro ho coltivato una romantica idea della scuola di quartiere che è, mi dicevo, scuola di vita: non puoi proteggerlo/a e andrà per la città così come è, come è il mondo; a casa il nutrimento e per il resto sperare che vada dritto e le venga la pelle dura. Oggi penso che anche loro, gli amici, potevano venire meglio, con minori o diversi angoli di ottusità e ferocia, più efficaci e limpidi nei loro desideri e contributi al mondo salvo. La strada è un mito, l’infanzia felice o almeno rispettata uno altrettanto forte.

La psicologa dell’associazione X è una ragazza che non ha mai fatto sport, dal volto simpatico e senza trucco. Si siede sulla cattedra, ci guarda e spiega che lei deve parlarci de “Gli aspetti psicologici e l’identità” ma essendo una psicologa, per l’appunto, desidera che parliamo innanzitutto noi: un giro di presentazione e racconto su esperienze con gli stranieri. Da parte sua ci informa che da circa sei mesi si occupa di supporto materiale e psicologico a migranti in difficoltà , che fanno vita di strada: cure mediche, coperte ecc. Ascolto le storie che raccontano le colleghe. Ricorrono cinesini bravissimi in matematica oppure totalmente chiusi in sé, molto seguiti oppure lasciati a scuola anche con la febbre da genitori che danno numeri di telefono finti. Qualcuna dice: i cinesi sono loschi, si curano in ospedali loro e hanno anche professori privati loro. Si dice chiusi, che sono “chiusi”, corregge la psicologa. Poi si parla degli srilankesi e quando una collega li chiama cingalesi la maestra prepotente, una che parla sempre a voce altissima e sopra gli altri, le urla contro: “No, ho detto srilankesi!!!!”. Loro sono di solito buoni ed educati ma tante volte molto poveri. Poi ci sono gli ucraini, tanti ucraini. Una di loro, dicono, ha scagliato il figlioletto nella classe della materna alle otto meno dieci tutte le mattine, anche se quello per tre mesi ha vomitato ogni giorno. Le storie che sento sono sempre così: o sono tanto più educati e volenterosi degli italiani o sono tanto più trascurati e barbari. I pakistani e i cinesi comunque sono bravi in matematica.
La storia che mi ha colpito più di tutte però riguarda una bimba di origine africana. Le sue due maestre raccontano: C. non accettava il colore della sua pelle, non ammetteva di essere nera. Non si disegnava mai scura, non voleva dire di venire dall’Africa, non sapeva nemmeno il nome del suo paese d’origine. Abbiamo lavorato su questa cosa, perché non deve essere così, la bambina deve accettarsi anzi trovare l’orgoglio di chi è. Il fatto è che una famiglia bianca si l’è affiliata,sia lei che la madre; hanno preso in casa la bambina come fosse una figlia ma anche la madre nera va sempre da loro e la aiutano, che è una disgraziata. A un certo punto c’è stato infatti un problema con i servizi sociali che volevano prendersi la bambina, e non riconoscevano l’affiliamento naturale, cioè informale, che già esisteva con la famiglia bianca e solo alla fine li hanno riconosciuti e ce l’hanno lasciata. Comunque a marzo per la festa del papà l’abbiamo incoraggiata a fare il disegno con i due papà, quello bianco e quello nero con lei piccolina in mezzo. C. era contenta, si vedeva che adesso era contenta, sollevata da questo riconoscimento, stava trovando l’orgoglio. Il giorno dopo invece è tornata a scuola piangendo, tutta triste e ci ha fatto vedere il disegno. Le avevano cancellato con due segnacci il papà nero, piangeva la poverina, è stato un dispiacere per lei, glielo hanno cancellato, ci ha detto alla fine, se no papà Geppino si dispiace. Geppino è il papà bianco e non voleva capite, per gelosia chissà. Così abbiamo chiamato la mamma , la mamma bianca, per dirle che così no signora non si deve fare….

Una bidella mi viene a chiamare, collegio docenti in presidenza, sono le 11.45. Seduti sulle grosse seggiole dell’ufficio ci siamo noi, i docenti del Ctp. Cinque in tutto. Temporaneamente sei a dire la verità perché la collega d’inglese coi capelli bianchi corti è “appoggiata”, al momento. L’hanno nominata in assegnazione provvisoria su un posto che spetta a un altro per trasferimento, una bega madornale dell’ufficio competente che in questi giorni però è preso d’assalto da precari e ricorsi e non può risolvere l’impaccio. Tenetela appoggiata hanno detto.
Dunque: IO sono io, la franca. Poi c’è Tecnica, una trentottenne con i capelli molto folti, che non si trucca e si veste sempre con pantaloni e camicia, molto disponibile e cheta, voce sottile, modi concilianti. Scoprirò che è sposata, che si definisce architetto, che cita spesso suo padre. Inglese è un quarantenne con capelli rossi e occhiali che già conosco, sia perché l’ho incontrato a roma qualche anno fa al concorso per insegnare all’estero sia perché ha lavorato per anni con opera nomadi di napoli: porta con sé Il manifesto e Le monde diplomatique, non ci capiamo per neinte in realtà e mi annoia ma è qualcosa con cui sulla pratica ci si può intendere un minimo. La sua presenza in fondo mi rassicura ma purtroppo è a tempo: a marzo partirà per l’Argentina. Italiano, come me, è la boss della faccenda. Chiamiamola MRV. Non arriva ai quarantacinque anni credo, è bassina ma tonica, capelli corvini corti sul collo e montati in un’onda aerodinamica sulla fronte, occhi neri mobili e naso affilato, nerbo decisione sveglia. Da due anni fa la coordinatrice ed è indubitabilmente il capo della baracca. Matematica è la versione brutta e anziana di maga magò. Ha il volto di un pizzicagnolo robusto, porta radi capelli tinti male fermati dal cerchietto, ha gli porcini furbi e vigliacchi. Questi siamo.
Non so cosa ci ha detto la preside quel giorno. Ho capito che vuole che ci siano iscritti e che non li facciano fuggire. Ho capito che se le chiedo se ci sono lettore dvd, sala informatica e altro mi dice di sì ma non vuol dire sia vero (MRV mi rassicura ma con uno sguardo che vuol dire: c’è tempo, poi ti dico, stai tranquilla che dopo ti spiego). Ho capito che vuole le carte in ordine e che prendiamo accordi chiari con le associazioni che li portano alla licenza se no poi deve litigare coi preti (di nuovo questa storia!). Poi dice altre cose, credo, ma io nel frattempo su una pagina del quaderno scrivo l’elenco degli oggetti che riesco a identificare nell’ufficio, individuandoli sul fondo marrone in cui tutto sembra impastato, eccetto i soliti sette otto vasi di piante. Eccolo, da destra in senso anti orario: due quadri a soggetto floreale, fondo beige, cornice giallina zozza e sotto una mensola pendente che regge due scatole di cartone, due bonghetti africani, una candela natalizia. A terra tre scatoloni di materiale elettronico e un mazzo di fiori finti impolverati. Una libreria a vetrinetta con appoggiati soprammobili e libri in maniera disordinata. Sui due scaffali più in alto, scoperti, troneggiano i volumi dell’Enciclopedia italiana. Nella parete dietro la scrivania, attaccati al muro o sopra una mensolina stanno: un vaso verde; un’altra candela natalizia; un quadro con i putti; tre angiolini di gesso; tre cordoncini di cornetti scaccia sfortuna; una foto; un calendario; un crocifisso; due foto antiche della scuola; alcuni ritagli di giornale. Sull’altro lato della scrivania: una macchina fotocopiatrice e un mobiletto porta computer con lo stesso sopra. Tende di pizzo da salotto privato e piante sia dentro che fuori il balcone. Un grosso armadio marrone e basso con sopra: un pulcinella di terracotta; una ripugnante cornucopia a fontana di un materiale grigio indecifrabile; un vaso di terracotta con una spiga secca dentro. Un secondo armadietto marrone con sopra un busto del barba; un uovo pasquale azzurro di fattura infantile. Sopra sta appeso il ritratto del barba, pensoso e seduto. Una mensola regge le coppe vinte dagli alunni e infine c’è la seconda scrivania, quella della vicaria, meno ingombra di carte, più ordinata, con poggiato sopra un altro uovo pasquale, rosa però e posto su un centrino scarlatto.

La Preside sorride, MVR sorride, tutti assentiamo e io sento che la verità è tutta da scoprire.

martedì 15 settembre 2009

giovedì 3 settembre

Giovedì 3 settembre ho avuto imprevedibilmente una giornata libera. Alla fine del collegio docenti di mercoledì avevo appreso di dover partecipare obbligatoriamente a un corso di formazione sull’Integrazione di Cittadini di Paesi Terzi (?). Quando la Vicaria ha letto l’elenco dei precettati e ha pronunciato il mio nome, così sconosciuto alle sue labbra, così vago persino il mio volto per lei, ho pensato a un errore e alla fine della riunione ho trovato il coraggio di andarle vicino, attraverso la calca di colleghe che volevano firmare il foglio di presenza, per dirle: “Ma io devo ancora conoscere i colleghi, ho il collegio docenti del mio plesso venerdì…". Mi ha detto: del serale sei stata scelta tu, gli immigrati ci vanno e comunque venerdì interrompi il corso e vai a farti il collegio. Me ne sono andata rassegnata, rassegnata a perdere il tempo perché io so, chiunque sa, che in questi corsi non si impara nulla, che non sono fatti davvero, che servono a distribuire briciole di denaro pubblico ad associazioni che vivacchiano e impiegano esseri umani altrimenti destinati a fare cosa? Loro, “i cittadini terzi”, servono anche a questo: a dare lavoro a “cittadini primi” che per i giri del caso hanno fatto loro il mestiere del “disagiante”, colui che ha che fare col disagio non per alleviarlo ma per istituzionalizzarlo e cronicizzarlo. Che cattiveria. Intanto pensavo che le altre in questi giorni si riuniranno dalle 9 alle 12 per preparare qualcosa per l’inizio dell’anno (nella migliore delle ipotesi) e io invece dovrò stare chiusa in una stanza dalle 9 alle 13 a sentire stronzate, a fungere da pedina nel gioco impenetrabile che lega la scuola all’associazione X o Y tramite un protocollo d’intesa per cui X si prende i soldi dei Fondi europei e la scuola si prende bho e le docenti che ci vanno si prendono un attestato di partecipazione. Pfui
Comunque mi sbagliavo. Qualche ora dopo la fine del collegio docenti, mentre sotto il sole bruciante delle due ero salita al Vomero alla ricerca di un negozio che mi potesse vendere un ventilatore, visto che in tutte le botteghe del centro storico erano esauriti, proprio quando a due passi dalla funicolare l’avevo trovato e stavo cercando di agganciare lo sguardo sfuggente del garzone di bottega per solleticare la sua umanità e indurlo a darmi una scatola con dentro un attrezzo vero e non un pezzo di ferro che più tardi a casa si sarebbe rivelato difettoso, proprio allora mi chiamano da scuola. È Luigi, un tecnico forse, teoricamente un ATA direi, ma in realtà è un uomo sulla quarantina piuttosto in forma e senza capelli che ho conosciuto in segreteria, dove si aggira sempre molto indaffarato e che, mi pare di aver inteso, starà al serale con noi e si incaricherà di tutto ciò che ne riguarda la gestione segreteria. Sono figure queste in possesso di grandi poteri, coadiuvatori che nel gioco di ruolo bisogna cercare di avere a tutti i costi nel proprio mazzo di carte. Ragion per cui io a Luigi do già del tu, mi mostro cameratesca ma pronta a farmi guidare, tonta ma non troppo, graziosa, indifesa ma in realtà sgamata. Cerco di fare punti insomma. Luigi mi informa che il corso giovedì mattina non ci sarà, si comincia direttamente venerdì, non alle nove però, si entra alle dieci e mezza perché la sera prima disinfestano la scuola e devono passare 12 ore, va bene e ciao ciao. Bello schifo, penso, sulla polvere delle ristrutturazioni e degli anni ci cadrà l’antitopi e poi tutto volerà nei miei polmoni, ai miei pensavo, più che a quelli dei bimbi e bimbe.
Sudatissima, stravolta dal caldo ho comprato il ventilatore e poche ore, lacrime e bestemmie dopo, sono dovuta tornare al Vomero per farmelo cambiare sotto il ricatto della scena isterica e della maledizione lanciata sulle loro famiglie: mancavano le viti e non si montava bene la pala al guscio di rete.
Giovedì mattina quindi, col ventilatore sparato addosso e facendomi docce di continuo, ho pulito la casa e sistemato i quaderni e i libri. Vivo in un monolocale di 30mq, una stanza in cui faccio tutto, sonno cucina studio vita. La cosa bella è che è un nido all’ultimo piano di un palazzo antico e dalle sue due finestre-feritoia vedo Napoli intera, dal vesuvio a castel sant’elmo, la cupola di Pietà dei turchini davanti, il golfo chiuso e la sagoma di capri laggiù. Dopo sei anni ancora sopravvivo negli interstizi della città. Nulla è a nome mio, né lo pseudo contratto d’affitto né le utenze. Non ho la macchina e neppure il medico della mutua. In questi giorni parlano delle gabbie salariali e nessuno spiega per bene che qui la vita costa meno ma non è vita come si intende su, che per avere accesso alla normalità devi sottobanco pagare oppure lasciarti consumare e lottare con un dispendio tale di energie che ci mancherebbe di non poter nemmeno comprarsi un maglione o una pizza ogni tanto, pagandola meno che nel centro di Como.
Pulisco e da sotto salgono nubi di rumori, motorini, grida, sirene. In cosa si sta trasformando l’amore, in cosa il bisogno che avevo di essere immersa nel bagno galvanizzante di caos e crudeltà e verità di questo bordello urbano unico al mondo? Allegoria pittoresca ed estrema dello stato generale, città sorella dei Sud del mondo, napoli come Nuova delhi o nuova york, mi sta corrodendo infine. Mi sento sull’orlo dell’addio, ho il presentimento che questo anno che comincia ora tutto nuovo sia la conclusione. Non so chi sono gli alunni che incontrerò e mentre me lo chiedo penso ai ragazzini e alle ragazzine di Scampia, non vedo l’ora di tornare su a incontrarle, di andare al centro territoriale dei miei compagni/e. È stata l’avventura a cui devo tutto ma dalla scuola gialla me ne dovevo andare sia perché con la preside R, sopraggiunta dopo 5 anni, c’è incompatibilità assoluta, sia perché dovevo vedere e conoscere altro. Quello che ho imparato e vissuto lassù è tutto, quello che è capitato a me e agli altri (adulti e ragazzini) da dopo la faida ad oggi, passando per il teatro, gomorra, il centro sociale, la moda e la miseria è stata una grande esperienza. Per caso o per necessità, chissà, non è diventato il mio orizzonte integrale di vita. Non ci sono andata a vivere, non ho legato definitivamente il mio destino a quei luoghi e persone pur portandole impresse. Rimango deracineé. Forse questa distanza, lavorare giù in centro e salire in periferia per passione, mi aiuterà a rielaborare e capire cosa abbiamo fatto in questi anni. Intanto mi avventuro in un’altra parte della città: non potevo mica andarmene quando si spengono i riflettori e ci sarà la prova vera, tra qualche mese cadrà la Regione del Bass. e tanti progetti, gruppi e strutture anche buoni che sono cresciuti sotto questa amministrazione subiranno uno scossone, tante cose cambieranno o forse niente a parte il peggioramento, e non solo per il cambio contingente di amministrazione. Non potevo andarmene senza un altro affondo nella carne simbolica e delirante della Città Unica ma allo stesso tempo sento, proprio quando il legame con la mia vita di Scampia e di questi anni grida, sento che è la vigilia di un addio.
Mentre pulisco il bagno cerco di non respirare i miasmi chimici che probabilmente mi difettano il DNA e mi accorgo che trovarmi in una grossa gabbia di cemento mi crea una sofferenza più consapevole e meno imbelvita degli anni precedenti. Per tutti tornare dopo le vacanze è uno choc. I turisti trovano che il centro storico di Napoli rassomigli a un paese e in effetti è vero, un grande e bel paese dove la gente, tanta e inverosimilmente ammassata, si conosce e riconosce per strada. Solo che se poi salgono al belvedere della certosa capiscono bene che il paese è il cuore di una conurbazione fittissima di tre milioni di abitanti, con la più alta densità abitativa d’Europa e si spaventano e non sanno che se andassero a Fuorigrotta, Soccavo, il Vomero o Pianura per esempio scoprirebbero altri paesi, sempre aggregazioni storiche e proliferate incluse nel mare di cemento. Sistemo i quaderni e libri sui tavoli sotto la finestra e penso che mi sta accadendo quello che osservavo da giovane accadere agli scrittori napoletani: si guardano corrodere dal cancro, attaccati alla vita senza illusione, a bocca storta, con fame di dolcezza e di passione, senza pietà ma indulgenti, disgustati e innamorati di sé e dell’umano, senza reagire ma ricavandone sprazzi acuminati di lucidità si guardano mangiare dal cancro. Basta però con la cattiva letteratura devo recuperare due settimane in un post e arrivare ad oggi.

sabato 12 settembre 2009

inizio scuola

Martedì 1 settembre sono andata prendere servizio nella nuova scuola. La sede centrale è un antico palazzo che in origine fu un convento, affacciato sulla via che scende da Foria a Porta Capuana. Il suo grosso portone è sempre spalancato e ai balconi del primo piano ci sono dei vasi di piante.

Una fila di acacie stenterelle sta tra la carreggiata principale e quella di accesso alle case, con le macchine parcheggiate e qualche bottega sozza napoletana, un gommista, una rivendita di olive. Anche davanti alla scuola stanno parcheggiate le automobili. È un Istituto comprensivo e questo vuol dire che raggruppa vari ordini di scuole. Nel palazzo hanno sede la segreteria, la presidenza,la scuola materna e le elementari. Disseminate in altri “plessi” si trovano la scuola media, la scuola serale e una sezione ospedaliera. Più, verrò a sapere, un ulteriore distaccamento di scuola materna.

Quando si varca il portone ci si trova sotto il portico di una grande corte rettangolare che sul fondo rimane chiusa da un doppio colonnato su cui poggia un corpo più basso dell’edificio, a collegamento tra i due lati lunghi. Oltre quest’ultimo si vede uno spicchio di verde, una specie di piccolo giardino rialzato, a sua volta chiuso dagli altissimi muri di tufo delle altre abitazioni. La corte sembra quindi chiusa dalle colonne quando invece dall’altra parte si apre un’ulteriore striscia di cortile, un specie di rettangolo cieco ingombro di calcinacci, pezzi di automobili e resti arrugginiti di porte da calcio.
A sinistra dell’ingresso si aprono le finestre dell’appartamento terraneo dove vivono il custode e la sua famiglia. In questa stagione le finestre sono spalancate e dal buio, a voler maleducatamente gettare l’occhio all’interno, emergono pezzi di cucina e il tavolino di una macchina da cucire. Colpisce il fatto che ovunque, lungo il perimetro e ad ogni angolo della corte, ci siano vasi di piante di varie dimensioni, dalle palme alle stelle di natale. Sotto un primo arco del colonnato in fondo si colloca un monumentino d’epoca fascista che porta scolpiti i nomi dei maestri che caddero nella prima guerra, con un contrito scolaretto di bronzo che sbalza torcendosi le mani dalla stele, praticamente soffocato dai fiori e dalle foglie. Sotto l’arco seguente sta invece una specie di vasca, colma di terra, che sostiene un frontale di pietra a cui è attaccato un quadro della madonna e varie figurine di padre pio, il tutto sempre semi ricoperto dalla verzura. Nella vasca ci sono anche calcinacci, vasi rotti e groppi di radici secche. Oltre ai vasi di piante, cumuli di detriti e macchine degli operai sono l’arredo principale del cortile. In un angolo nascosto tra le due parti della corte stanno tirati dei fili con dei panni stesi e quattro sedie, diverse e rotte, li osservano in circolo.

Il custode è un ometto svelto e dallo sguardo acuto, con i capelli da direttore dì orchestra dei fumetti. Mi guarda a lungo in silenzio prima di decidersi farmi cenno col capo verso la scalinata, che si apre nell’ombra del porticato sinistro, accanto alla sua stessa casa. La scalinata è larga, di marmo “scolastico, e al primo piano si accede per una cancellata di ferro. Appena la varchi ti trovi davanti una specie di casa delle bambole di legno e due finestre così alte e luminose che la statua di bronzo scurito collocata fra le due non si nota nemmeno. Raffigura un soldato con l’elmetto, infelicemente rivolto a qualche campo di battaglia. A sinistra si apre un corridoio tutto polveroso per i lavori in corso, che percorre evidentemente il lato sinistro dell’edificio e quindi prosegue nel corpo di collegamento. A destra un altro pezzo di corridoio, sempre con le finestre che affacciano sulla corte d’ingresso, è stato trasformato in qualcosa di simile al salottino di un’anziana signora. C’è un divanetto verde e sdrucito con accanto un tavolino di vimini e vetro pieno di riviste; una cattedra che sarebbe il tavolo del bidello; un appendiabiti da aula; un paio di armadi sgangherati e piante ovunque. La porta ad ante in fondo, chiusa, porta in segreteria e presidenza. Le fanno ala a destra un espositore di legno a cavalletto che sotto un telo di plastica mezzo rialzato (per proteggerle da cosa?) mostra riviste didattiche ancora imballate; a sinistra la sagoma di ferro pesantissimo di una macchina da ripresa che risalirà almeno agli anni cinquanta. Nulla sembra avere una funzione attuale ma soltanto una storia dimenticata, come se ci si trovasse in un museo di cui nessuno ricordi il criterio. In una nicchia incongrua, quasi attaccata al soffitto, un piccolo satiro di marmo lurido si dispera con le mani tra le corna. Sullo stesso muro, sempre molto in alto, stanno appesi degli artefatti incomprensibili: si tratta di due grandi pannelli sul cui fondo rosso stanno incollati quelli che sembrerebbero pezzetti di ferro arrugginito di varie forme, ricoperti dalla lanugine lercia di polvere antichissima.

Questa prima mattina alla porta della dirigenza fa la guardia un anziano bidello che in realtà è un novizio anche lui, avendo perduto dopo vent’anni, per via dei tagli, la sua scuola di appartenenza. Gli chiedo dove è il bagno perché non ho comprato acqua e ho sete ma lui non lo sa, “Cercate un po’ di là” mi dice e torna a guardare mesto a terra. Poi nei giorni seguenti non l’ho più visto…

Quando, dopo aver atteso circa mezz’ora nel caldo sfiancante, entro per la porta “della dirigenza” mi trovo in un labirinto di stanze che si aprono una nell’altra, ciascuna contenente dalle due alle quattro scrivanie ingombre di carte, carte, carte ovunque e dal quel mare emergono macchine fotocopiatrici, telefoni e faldoni. Segretarie più o meno cicce, più o meno sorridenti mi ignorano finché la magra allampanata di cui sono pertinenza mi guarda stranita, mi dice: “Mettiti qua e ti do il foglio…anzi no, aspetta di parlare con la preside”, e mi rimandano fuori. Poco dopo la dirigente in persona si affaccia e ci dice di seguirla nello studio. Siamo io, una collega coi capelli bianchi corti e la dentiera, e una ragazza bassa con i denti in fuori e i capelli corti neri. Vengo a sapere che la giovane è supplente annuale di inglese alle elementari e che la vecchia è la mia collega d’inglese al serale. La preside guarda soprattutto me, che sono ipnotizzata dai suoi occhi larghi e tristi, e ci dice quanto sia grande la scuola, quanto grande il suo lavoro, ci dice che al serale vanno dai 17 agli 80anni e che è molto importante lavorare bene, e far venire la gente regolarmente, se no senza iscrizioni e licenze medie a fine anno il serale chiude e noi che fine facciamo? Si raccomanda in particolare di stare addosso alle associazioni che ci contatteranno dicendo che gli studenti li preparano loro e poi ce li portano a giugno per l’esame, non bisogna lasciarglielo fare, spiega la preside, se no nessuno li vede mai e poi portano candidati che nemmeno sanno leggere e scrivere e pretendono che gli si dia la licenza, visto che hanno firmato il patto formativo. Io sorrido come se condividessi e capissi tutto ma sento che lei sente che di educazione degli adulti e mondo dei CTP non so niente. Poi la preside continua a parlare, la seguo poco ma capisco che riceverò un librone con su le indicazioni ministeriali circa livelli di competenze per gli adulti, e su quelle dovrò basare la programmazione. Carte, penso, le carte in ordine e il resto come capita. Infine ci congeda, andate a firmare le carte e ci vediamo domani al Collegio docenti plenario, novemmezza-dieci. La collega delle elementari rimane dentro e noi due andiamo dalla segretaria svampa a compilare moduli e modelli con il codice fiscale, la tessera sanitaria, le dichiarazioni in parola di essere chi siamo, venendo da dove veniamo. Dopo un po’ la preside si riaffaccia, ci ripete del collegio e si ritira nell’ufficio: è bassa, ha i denti un po’ accavallati sporchi di rossetto in punta, i capelli fanno tre boccoli di biondo tinto, è cicciotta ma nel complesso sembra un incrocio tra una bambolina e un cane san bernardo. Perché questa cattiveria? E io che sembro, che ci faccio qui?

Uscendo capisco finalmente che le stanze delle segretarie sono solo tre più uno strano passaggino con cesso e caffettiera. Dall’ultima stanza una porta seconda sbuca su un ennesimo corridoio che riconduce al primo. Sembra difficile ma realizzo che hanno semplicemente diviso in due parti il corridoio che sta esattamente sopra l’ingresso del palazzo, lasciando nella parte che affaccia sulla strada segreterie e presidenza e nella parte che affaccia sulla corte…nulla. O per meglio dire, tavoli buttati, bagni nuovi ma appena funzionanti, armadi polverosi chiusi con catenacci. Se si guada fuori dalla finestra si vede il terrazzo che sta sul corpo di collegamento e dietro il pezzetto di verde. A sinistra si torna quindi nel salottino, a destra, dietro una porta chiusa si dovrebbe accedere al lato destro del palazzo, che pare, scrutando nelle finestre, vuoto su entrambi i piani. Solo nei giorni seguenti riuscirò a passare di nascosto oltre i mezzi corridoi murati, facendo il giro di tutto il primo piano e di un pezzo del secondo, scoprendo lo stato surreale di abbandono e trascuratezza dell’ex convento-scuola, nel quale, mi dicono, fervono da un numero imprecisato di anni lavori che stanno sempre per non mai finire. E tra due settimane entreranno i bimbi.

Mercoledì 2 settembre a Napoli l’umidità dell’aria e la temperatura fanno in modo che tutti abbiano come la febbre. Una spossatezza da delirio si legge negli occhi, nei gesti di qualunque persona incontri per via. In alcuni negozi, dietro alcune finestre, quelli che hanno l’ambiente condizionato dal climatizzatore sembrano contemplare senza soddisfazione la catastrofe da cui riescono a salvarsi con la reclusione.

Sotto questo cielo varco il portone del palazzo alle nove e mezza di mattina e, salita la prima rampa dello scalone, entro nel corridoio-salottino antistante la presidenza. Non conosco nessuno e me ne sto impalata in un angolo assistendo al formarsi dei gruppetti. Gridolini di saluto e baci baci ovunque. Faccio fatica a mettere a fuoco i particolari: dopo cinque anni nella scuola di S. mi ero abituata, vedevo individui e non caratteristiche, qui percepisco solo donne in media ultraquarantenni, mi colpisce un tratto e poi lo scordo subito. Molte si sventolano col ventaglio, le giovani spiccano come mosche bianche, saranno tre o quattro, due scosciate e una bon ton. Qualche uomo ci sarà pure ma a parte un tipo con i capelli rossi ispidissimi e un naso butterato da quadro rinascimentale non ne scorgo altri. Mi rivolge la parola una collega affetta da una qualche menomazione che le piega le gambe indentro, le storce le braccia e le rende gli occhi, nascosti da spesse lenti, quasi semichiusi. Ha le proporzioni di una nana ed è molto gentile. “Ah sei del serale?... ti troverai bene vedrai”. Altre tre o quattro mi si accostano, domandano a che plesso appartengo e appena dico serale mi tolgono occhi e sorriso di dosso allontanandosi. Cerco un barlume di affinità tra tutta questa gente ma a parte la maestra giovane ed elegante non mi sembra ci sia nessuno. Ne ho conosciute di ragazze così, begli ovali, capelli folti e lisci di castano chiaro, una bellezza levigata da privilegi antichi. Queste rampolle partenopee dell’alta borghesia o del ceto intellettuale arrivato parlano un italiano meridionale cantilenante ma lessicalmente ricco e poi lo inframezzano di dialetto, ma sempre col compiacimento di una principessa bilingue. Come prendersi tutti i meriti e nessuna fatica. Tuttavia tra di loro ci sono anche donne che, pur nel recinto dell’appartenenza feroce al proprio gruppo, hanno guizzi interessanti e così mi avvicino per parlarle ma quella mi guarda come se non capisse nulla di quello che dico e si volta, avendo cura di non incrociare mai più il mio sguardo.

È un turbinare di vestiti fatti di veli fiorati sovrapposti, che scoprono seni maturi ma ben sostenuti, le bigiotterie, i colori accesi e innaturali dei capelli mi abbagliano, non distinguo nessuna conversazione tranne la parola “vacanze”. Quando il caldo e il frastuono sono adeguatamente insopportabili la porta si apre e compaiono la preside e la vicaria, una collega ancora giovane ma piuttosto ben in carne, con i capelli neri fittamente ondulati che le cadono sulle spalle come in una pittura egizia e uno sguardo curiale tra il sofferente e l’indagatore. Lei è la famosa Vicaria, senza il cui immane insostituibile lavoro la precaria follia di questo carrozzone gigante franerebbe. Si capisce subito.

Di certo, mentre la folla si apre per lasciarle passare e poi seguirle a ruota su per la seconda rampa dello scalone, non posso immaginare il colpo di scena che mi attende. Ci troviamo in un palazzo immenso, sebbene mezzo chiuso e murato, ma a sentire le voci non c’è alternativa alla “saletta di sopra” per la nostra riunione, cui partecipa come scoprirò solo una parte di tutti coloro ai quali toccherebbe. Entrando sul secondo piano ci si trova di faccia al busto scrostato e ingiallito di un gigante tristissimo, con la barba lunghissima. Da alcune vecchie foto appese negli anfratti scoprirò che una volta era collocato giù nel cortile e dava il benvenuto nella scuola a lui medesimo titolata. Anche nell’ufficio della preside c’è una vecchia crosta di due metri per uno che lo raffigura, sempre barbutissimo. Subito alla sinistra del busto una porta tagliafuoco rossa mi immette nella “saletta di sopra” detta anche “saletta degli angeli” e là dentro, per lo stupore, scordo caldo e preoccupazione: si tratta di un ambiente che solo nei film di Lynch, nelle case che abitiamo nei sogni o negli elenchi studiati di oggetti incongrui potrebbe avere un correlativo. Dalle tre finestre sul lato destro entra una luce abbacinante che si arresta però a pochi centimetri dai vetri, lasciando tutto immerso in una penombra onirica. Il soffitto è a cupola, con piccole vele agli angoli e nicchie triangolari su ogni lato, affrescato e stuccato di un oro ormai cupo con brutte immagini barocche di angeli e nuvoloni, scrostate e cadenti di umidità in più punti. Che fosse una cappella o altro tanto tempo fa non si può sapere. Evidentemente divenne in seguito il gabinetto di scienze della scuola: appesi al muro di sinistra stanno dei pesanti scaffali di legno scuro, con volute tarlate a decorazione e vi si appoggiano modelli grotteschi del corpo umano. Un azzurro bulbo oculare di ferro, grosso come un pallone; una mandibola di gigante scorticata; un bustino che mostra gli intestini; due sagome di fiori ingrandite e oscenamente sezionate; attrezzi vari di misurazione. A destra invece, vicino alle finestre stanno delle vetrinette polverose che contengono modellini ingialliti di bestie (pesci, leoni, cammelli) e ampolle e attrezzi della chimica più teste in gesso di pessima fattura e varie dimensioni. Ma ciò che leva luce e dà al tutto il tocco della follia è il teatrino dalle quinte rosse che ingombra metà della stanza, un vero e proprio teatrino da fiera vittoriana su cui prendono posto senza esitare la preside e la vicaria mentre noi, corpo docente, ci pigiamo sulle tre file di sedie che allineate ai piedi del palchetto finiscono di ingombrare la stanza. Chi non trova posto si infila tra la quinta del teatro e le finestre, pigiandosi contro le vetrinette e rimanendo escluso dallo spettacolo. In seguito scoprirò che dietro al teatrino stanno accumulati altri tabelloni sul corpo umano, più cesti, bandiere e proiettori scassati. C’è anche il passaggio in un’ulteriore sgabuzzino, pieno di mobili distrutti e altri reperti della scuola che fu. L’ultima delle tre finestre sul lato destro è in realtà una porta-finestra dalla quale si accede sul tetto-terrazzo del corpo di collegamento dell’edificio e si può vedere bene lo stato, penoso, della fetta di irraggiungibile giardino che deliziava forse un tempo i frati o le monache.

Questo collegio docenti, che raccoglie maestre d’asilo e di scuola, professoresse di giorno e di sera, è rumoroso come quello che avevamo in periferia. Appena meno sfacciati il disinteresse e il chiasso: nessuno legge platealmente il giornale o urla nel telefono sulla soglia o si alza e sparisce per la durata intera. La periferia spoglia e cruda a cui ero abituata rendeva forse le ingiustizie ei mali più netti, più essenziali. Qui è il centro antico di Napoli, qui è san lorenzo e tutto è avvolto da una maniera che è la stessa di fondo ma più accurata, più sapiente. Comunque il brusio è stordente e continuo, ciascuna ascolta solo il pezzetto che la può interessare e fa troppo troppo caldo. Io, personalmente, vivo un’esperienza allucinatoria. Mi distacco infatti dalla contemplazione degli arredi e, dopo aver capito che la discussione sul decreto del ministero circa i certificati medici di riammissione passati i cinque giorni di assenza non mi riguarda, inizio a osservare le mie vicine. A destra una donna di circa quarant’anni ha un occhio gonfio e semichiuso, mentre sul mento le spunta una fitta barbetta, per il resto ha un caschetto ben curato e un vestito economico ma grazioso. Due sedie più in là scorgo un naso a punta evidentemente rifatto, come se fosse proprio di plastica e avessero dovuto rimediare a un guaio ben più serio che la bizza estetica. A sinistra siede una donna grassissima, avvolta in un abito rosa, con una lanugine di capelli arancioni raccolta in cima alla testa a punta. C’è anche un’altra obesa, col volto perfettamente normale ma il corpo elefantiaco. Poi vedo la nana che mi aveva parlato prima e il naso bitorzoluto. Se guardo a terra subito vedo una scarpa con la zeppa di venti centimetri e poi scorgo due apparecchi acustici, quattro occhiali spessi, un paio di volti grotteschi e gommosi come maschere di carnevale. Mi rendo conto che la fantasia ha la febbre, che le suggestioni del libro che sto leggendo prima di addormentarmi non svaniscono la mattina ma covano nei recessi dell’io segreto, dalle quinte a scomparsa del teatrino interiore fanno capolino i Freaks, tutta la mitologia spaventosa e magnetica sull’identità e l’altro mi fa scottare la fronte, una mattina in cui io tra loro, io freak quanto i freaks siedo al cospetto dell’illusione di star facendo qualcosa, di star scegliendo qualcosa, di essere altro che una serva dello spettacolo, esempio della generale insolvenza a qualunque valore civile.

Prendo a sventolarmi col quaderno, prendo a sfottermi e a compiacermi, perché una volta di più le Concidenze mi brillano davanti agli occhi, mi alleviano di magia l’esistenza. Potrò raccontarlo, penso, che proprio mentre leggevo il saggio di Leslie Fiedler sui prodigi da baraccone mi capita questa visione. La preside parla adesso di un’altra circolare che disciplina la somministrazione di medicinali a bambini che ne abbiano bisogno nel corso dell’orario scolastico, penso che si discute stancamente e per finta di questo facendo finta che sia importante, che sia qualcosa, per evitare di pensare a ciò che urge davvero, per continuare a far andare tutto a scatafascio. Alzo gli occhi per vedere con che faccia ci si mette e solo allora, dopo due giorni, mi rendo conto che il suo arto destro è un braccino storpio, gravemente deformato.
[foto prese con macchenetta. cliccare sopra e poi fare slideshow]

inizio scuola

mercoledì 29 luglio 2009

petranza

pietrificante, pietrificato, petre, petra, petreus, pietrato, impietratatrito, tritampietro, pietranza, pietransia, vedi cosa è passato in quasi due mesi, si è rotta la macchina fotografica, tu e tu e tu che non avevate mai fotografato adesso vi dispiace per ogni giorno che non passa dal display, ieri sera un amico mi diceva che non immagini le terre dove sorgono i capannoni, ti sbagli gli rispondevo, guidano fino là i miei pensieri ogni notte prima di lasciarmi addormentare, dove non c'è albero cane prato abitare, poi se il cancello scorre bene se il tuo viso è normonormal nello schrmo varchi la soglia e dentro dentro dentro c'è anche il bar il divanetto climatizzzato il marmo fuori e dentro il cesso il dirigente calza scarpe di cuoio di buona fattura, come ieri- ieri no, lasciamo che mostri abominevoli ripetano che gli anni60 allora sì che si sapeva vivere e c'era la classe la buona società oggi è la massa la volgarità oggi reality reality reality e così tutte le notti i miei pensieri salgono sull'auto e guidano nei parcheggi vuoti nelle strade vuote sorvegliate lassù dall'occhio arancione del lampione e non si aprono porte per mondi di sopra di sotto di dentro, non pillole nè film nè storie, mettono il freno a mano e scendono leccano l'asfalto si tagliano i polsi controi tubi e lamiere lasciati arrugginire negli spazi fuori dai capannoni. questo è il mondo questo è di questo è fatto e le immagini le storie le allucinazioni stanno qua nè sopra nè sotto nè dentro, questo è una pietra incalcolabile oggi su cui si edificherà altro, per l'altro polvere un granello ma per noi tutto.
alla vigilia de che? DICI QUESTO ALLA VIGILIA DE CHE? convertita alla cura del sè.
ebbi: roma napoli maratea napoli firenze-villore livorno napoli

venerdì 12 giugno 2009

piscina 2

Piano piano, impercettibilmente ma inesorabilmente li sto perdendo. Adesso anche al centro, non è più solo la stempiatura, anche sulla punta, al centro. Cadono, sono più radi, me li devo tagliare. Sarà contenta, non ci sperava nemmeno più. La banana la banana…

Il sole di giugno picchia forte a questa ora del pomeriggio. Passa un secondo elicottero, la bambina si leva in continuazione il cappellino, gli operai ti dicono un orario e poi non arrivano mai. Ellin tieni il cappello in testa, vieni vieni qui che lo metto ecco stai qui all’ombra dell’ombrellone e bevi un poco d’acqua, brava amore mio, gioca con la baggageTerrykid

Al Liceo lo chiamavano cow-boy. E la banana era il suo marchio di riconoscimento, “il simbolo della mia individualità”. Come gli stivali a punta e il cinturone con la fibbia. Prima molto prima della moda del Charro, delle pacchianate paninare. I capelli biondo-castano- rossicci, appena mossi, arricciati sulla fronte nella banana rockabilly. Secco ma alto e nervoso, occhi azzurri e naso aquilino dritto, occhiali ray ban a goccia, verdi. Un figo. Lo chiamavano l’americano oppure the boss e alla fine in america c’è andato davvero, come si sentiva fin da ragazzo. Un figo.

La cucina è un disastro, devo sistemare prima che torna se no si ricomincia. Potremmo essere felici porcam… ma io mi dico potremmo essere felici, siamo riusciti a tornare in texas, come voleva lei, come voleva lei, abbiamo la base a un quarto d’ora di macchina e vola, cazzo, finalmente vola, è istruttrice-capo roba che tre anni fa non ce lo saremmo mai sognato. Tutto quello che voleva l’ha ottenuto e adesso scassa ancora…devo sistemare la cucina,devo farlo ora, rientriamo mi bevo la cup of coffee e do il succo a Ellin..che sole...

Al Liceo giugno era il mese più bello, su in mansarda, sdraiati a torso nudo sulla moquette azzurra, le musicassette di clapton, il Boss… quando arriva questa aria azzurra e ancora fresca, persino qui dall’altra parte del mondo è dolce uguale, è dolce sto mese, la primavera. Da sempre mi ricordo il quadrato azzurro della finestra sul tetto, e noi sotto con la musica… Chissà elena come cazzo sta…. Stamattina prima di uscire mi ha troppo fatto incazzare, quel modo di sbattere le chiavi sulla cucina. Abbiamo fatto due matrimoni di merda, no no che cazzo dico a elena è andata peggio, noi possiamo recuperare, siamo stati felici, e poi c’è Ellin… Devo telefonarle, è mia sorella è un mese che non la sento incredibile. Si sta troppo bene qui fuori.

Poi alle cinque porto la macchina all’officina, John mi cambia il pezzo, per venerdì è pronta, andiamo dai Ronson, devo ricordarmi di ordinare la carne, la carne la carne, come ha detto, Voglio vedere se riuscirai a rovinarmi anche questo fine settimana,odore di carne, fresco: pezzo di carne rossa fredda dal banco frigo, Sta male, il lavoro la sta trasformando in una di quelle poliziotte grasse e acide dei telefilm, altro che Top Gun, la Mc Gillis ha fatto outing è gay, piuttosto è tipo hazard diventa come lo sceriffo di Hazard che sonno che sonno mi viene, il generale Lee…


Sogna, scivola, cade così passando dalla cosa più reale, vicina prossima, da quella rotellina dentro al cambio automatico, il grasso nero dentro la scatola appare agli occhi della mente. Dal beccuccio rotto dell’innaffiatore automatico che deve riparare alla piega di fianco alla bocca della moglie che lo guarda con rancore, cade nel deliquio del sonno, la sua macchina è la macchina del telefilm, la moglie è vestita con la salopette jeans di quando erano giovani, sta dicendo qualcosa ma in realtà non siamo in texas oggi sono giovane, sogna, il caldo diventa quello del muretto fuori scuola, la superficie granulosa del muretto è quella della sdraio contro cui preme la mano rimasta sotto alla testa, si arrabbia e vuole dare un pugno a qualcuno, gli prudono le mani grida qualcosa

Mentre dormi continua a esistere tutto.

Si alza di scatto a sedere, senza fiato, gli manca l’aria perché gli si è spaccato il respiro in gola, quanto tempo ci vuole per aprire gli occhi e non vedere nulla, un secondo annegato nel rosso che la pelle delle palpebre attraversate dal sole ha impressionato sull’uovo dell’occhio. Mentre dormi continua a esistere tutto e tu lo senti perchè è accaduto è accaduto è accaduto. La fretta che ha di tornare a galla chi ha finito il fiato, un istante lunghissimo e poi sei a galla ma al posto dell’aria si installa vuoto, il cavo immane del cielo inaccoglibile lo inghiotte dall’interno. Ogni arto ha un blocco di cemento legato alle estremità, ogni velocità è ridicola dopo questa esplosione di vuoto che l’ha lacerato dall’interno, mi muovo impastato nel cemento in un tempo in cui sono già morto tre passi dalla sdraio al bordo della vasca tre balzi in cui il cuore è una pelle tesa di asino che rimbalza contro le pareti del cervello le palle gelate della ragione che cerca disperatamente di ritornare a prima ipotesi ipotesi ipotesi la bambina è dove deve essere la bambina è seduta sul telo verde di fianco la bambina è nella casetta dei nani la bambina è non è dove deve essere

Un uomo perduto per sempre, finito, condannato, prossimo all’escruciazione e già sdoppiato : non sta succedendo a te non sei tu che alzi il tuo corpo vivo caldo dalla sdraio al bordo della piscina, prima che con urlo tu sia già lì dentro urlando alzandola con le tue braccia inutili pietose mostruose

lunedì 1 giugno 2009

quando c'è una volontà, c'è sempre un cammino

Dopo molti mesi ho ritrovato il fogliettino quadrato su cui avevo appuntato il titolo di un libro che pensavo potesse valere. Mi venivano in mente cose tipo La scuola in trincea, Il campo di battaglia della scuola ecc., ma senza autore o casa editrice, non portavano a nulla.
Poi la Coincidenza: F. mi scrive da Bologna e parliamo della sua ricerca, antropologica o etnografica o quello che è, sui ragazzi di seconda generazione. Un’etichetta che non ci convince e che comprende un fascio di situazioni molto varie la cui unica costante è data dal fatto che si tratta di giovani maschi la cui famiglia non è italiana e che però sono cresciuti in Italia. Come intellettuale F. è animata da una forte istanza etica e la sua ricerca, che ha valenza politica, è condotta con un’impostazione partecipativa che la porta a condividere senza risparmio la sua vita con le persone delle quali intende scrivere, traducendo per così dire le loro parole nel linguaggio scientifico accademico e allo stesso tempo riscattando questo “tradimento” con un’opera di educazione che coltivi il loro proprio diritto e mezzo di parola. Cosa vuol dire? Che li segue nella loro frustrante esperienza scolastica, che li accompagna nella loro quotidianità di strada (fatta anche di vicende di micro criminalità) e nella loro ricerca di autodeterminazione, sostenendoli coi mezzi che ha a disposizione in quanto adulta e studiosa, sviluppando in parallelo alla propria ricerca accademica una ricerca condivisa con loro che coltivi i loro immaginari e la loro cultura. La maggior parte dei ragazzi di cui mi parla F. sono marocchini o magherebini e un importante aspetto del loro vissuto riguarda lo scontro con l’istituzione scolastica cioè con le scuole professionali dove sono avviati dopo le medie e dove sperimentano amaramente lo scacco culturale in cui li relega la loro condizione sociale ossia la società italiana.
Mentre sto tre ore al telefono con F. cammino in tondo, mi alzo, mi siedo, fumo, prendo appunti e passo il dito sulle costole dei libri. Pizzico un angolino di carta e viene fuori l’appunto: Noëlle De Smet, In classe come al fronte, Quodlibet Studio. Mi sale la fregola rabdomantica e scopro che nella libreria di una città vicina ce l’hanno. Noëlle ha insegnato sempre nelle scuole professionali di Bruxelles e nel 2005 è andata in pensione. Le sue compagne e compagni della CGé (ex-confederazione generale degli insegnanti trasformatasi con la crescita in ChanGements pour l’ègalité, movimento di ricerca socio pedagogica belga) hanno raccolto per festeggiarla circa 25 dei testi che è andata scrivendo nei decenni sulla sua attività didattica e pedagogica, in un libretto rosso (nell’edizione franco-belga) titolato Au front des classes-In classe come al fronte, Un nuovo sentiero nell’impossibile dell’insegnare. L’edizione italiana è stata voluta dal liceo scientifico paritario Fermi di Milano in occasione del proprio cinquantenario e l’ha pubblicata, si diceva, la Quodlibet. I testi raccolti vanno dal 1984 al 2005 e messi uno a seguito dell’altro tracciano il percorso di apprendimento e di studio di un’insegnate infaticabile e illuminata, ispirata dai metodi di Freinet e della Pedagogie Institutionelle di F. Oury e quindi anche dalla teoria psicoanalitica di Lacan. Ma non si tratta di un libro di teoria, non ci sono descrizioni di metodo o di analisi filosofica. È un libro sulla scuola come se ne vorrebbero leggere molti, un libro dove le parole delle ragazze e dei ragazzi sono raccolte e offerte con grande umiltà e attenzione e dove con grande modestia si narrano le sperimentazioni didattiche delle classi con cui Noëlle ha vissuto. Sempre ci si chiede: ma come fare, ma cosa accade davvero nelle scuole, ma cosa pensare della cultura in mezzo a queste trasformazioni violente, ma come si può stare meglio là dentro? Gli aneddoti, i ritratti, gli episodi sono coinvolgenti per la freschezza e l’autenticità della rappresentazione, ci si immagina tutto: i conflitti le ambientazioni i protagonisti e intanto si condivide la ricerca, si imparano dei metodi che non sono mai replicabili perché ogni insegnante ogni alunna e ogni classe sono uniche ma l’ispirazione e la ricerca sono condivisibili. Un libro che fa pensare sulla scuola e che serve a tutti: insegnanti , pedagogisti, intellettuali, vivi. Se viene voglia si andrà a studiare la Pedagogia istituzionale e il metodo uno a molti d’impostazione lacaniana ma il libro è istruttivo in sé. Una miniera di riflessioni, storie, indicazioni operative, sollecitazioni culturali, etiche, politiche.
Che c’entra con F. e i suoi ragazzi? La banlieue di Bruxelles dove De Smet ha lavorato è meta di fortissima immigrazione da decenni. Le sue alunne sono marocchine, italiane, angolane ecc., tutte naturalmente candidate alla scuola professionale e all’echec scolastico e nelle aule sputano, strappano, gridano, insultano. Sono femmine (sarà un professionale del tipo segretaria d’azienda o roba così) ma le loro storie e vissuti e condizioni rimandano a quelle degli amici giovani di F. Stesse problematiche, stesse procedure di stigmatizzazione ed esclusione sociale, stessi vissuti ricchi, complessi e negati.
Le invenzioni e le sperimentazioni che De Smet mette in atto con le ragazze nella scuola e che perfeziona grazie alla formazione e cooperazione continue all’interno di un Movimento di educazione attiva composito e internazionale (si intuisce sullo sfondo) le permettono di non prescindere mai dalla questione di collocazione delle ragazze nel loro qui e ora, nel fatto di essere in belgio e belghe ma di esserlo variamente e multiplamente. Anche intercultura è una parola che non vale più la pena di usare, De Smet si occupa di un’altra cosa, del condividere e creare sapere con soggetti all’interno della scuola necessariamente imposti come deboli: «devo portare avanti un lavoro di liberazione con dei giovani che sono oppressi almeno quattro volte. Come figli di operai, come figli di immigrati, come allievi, come allievi di professionale (quando è nota la gerarchizzazione degli orientamenti) e, per una parte, come ragazze. Quando metto in moto i Conseils d’élèves, dei dispositivi che permettano agli oppressi di prendere la parola, quando organizzo la lezione di francese a partire dagli interessi dei miei allievi, quando cerco di attrezzarli nel migliore dei modi, io faccio qualcosa che non è solo pedagogia. Faccio politica, nel senso forte del termine, quello che contiene l’idea di un progetto di società visto nella sua globalità ecc ecc». Questo ultimo pezzo è del '94. De Smet non adopera in realtà quasi mai, solo in questo periodo, la parola oppressi e ben poche volte si lascia andare a sintesi come quella sopra. Di solito si leggono d’un fiato narrazioni di vicende scolastiche dove la teoria si deduce dalla forza veritiera della sperimentazione narrata. La prof di francese è interessata a trasmettere il sapere (leggere scrivere parlare) ma soprattutto a creare e condividere sapere autentico con l’obiettivo di dare forza e mezzi alla loro parola: «De toute façon, en toile de fond des analyses épistémologiques, pédagogiques, sociologiques, psychologiques, culturelles, économiques, politiques, pour moi, instruire les jeunes et les adultes de milieux dits populaires, c’est être la plus présente possible à leurs préoccupations, manifestations et combats, la plus ouverte possible à leurs savoirs dominés, clandestins et méconnus, afin de les hisser avec eux au rang de connaissance, de dignité et de reconnaissance».
La ricerca di F. nel suo farsi si orienta necessariamente nella stessa direzione: a partire dalla musica rap, dalle mitologie di strada, dai loro saperi dominati, clandestini e misconosciuti sviluppa la relazione costruttiva con i suoi ragazzi e mi dice che l’immaginario è di nuovo il nostro campo di battaglia. I film la musica le immagini e le parole da mettere in comune, aiutarli a divenire (e noi con loro) produttori e trasformatori piuttosto che consumatori passivi, usare i mezzi del benessere tecnologico e ingiusto come il web e l’elettronica.
Nei racconti-articoli di Noëlle i colleghi e i dirigenti trovano poco spazio, non sono rappresentati ma loro voce e la loro presenza traspare dalle preoccupazioni e dalle pressioni che riceve lei. Non indulge a macchiette e ritratti ma pur essendo principalmente interessata alle ragazze non manca di trattare col pudore e l’intelligenza dovuti anche i docenti, che sono a loro volta condizionati, pieni di paura e sottoposti all’autorità del preside e della struttura. La lettura del libro per i/le prof è liberatoria anche per questo implicito invito a osare e organizzarsi, sostenendosi alla convinzione che se si istituiscono altri campi o ambiti di azione all’interno della forma attuale si troveranno anche dei modi di resistenza. Credo che dovremmo credere che riuscire a mettere in piedi pratiche non autoritarie ma strutturate anche dentro le istituzioni possa essere un buon grimaldello, dobbiamo credere che le nostre persuasioni abbiano dalla loro, per quanto minoritarie, una luce di verità che le protegge.
Lei racconta la situazione: era così, capitò quello, pensai di fare così, sapevo questo immaginavo quell’altro inventai ciò e assieme vedemmo che. Un sentiero personale in un impossibile (frase di freud sulle professioni impossibili: governare, educare, psicoanalizzare a cui Lacan aggiunge far desiderare) che alla lettura appassiona più di tanti libri sulla scuola in cui in realtà il primum è la scrittura e gli adulti il tema. E intanto ti vengono idee e spunti, intanto è raccontato come fare sebbene sia impossibile fare uguale. Sfoglio il libro e riconosco: un giornale di classe a partire dalle filles rappresentate sui giornaletti; un anno di lezione a partire dalla questione: possiamo attaccare o no i nostri poster, fino a un comitato dei muri che diventa super creativo; il tema del cancellare dopo che le tirano tre boccette di bianchetto e porta ad altre forme di scrittura; la cultura hip hop con rapper invitato e gruppo della classe che suona; il concetto di povertà e una ricerca sul tema; danza e Lambada; un concorso del comune sulle parole a cui decidono di partecipare e mette in luce tutto il sentimento di inferiorità verso le altre scuole e la cultura "vera"; ricerca di un altro modo di fare ricevimento genitori; i Conseils e le loro varie riuscite; la formulazione di sequenze di lavoro sulle frasi esortative e come farle riuscire nella classe; i giornali murali; i cartelloni su propongo, critico, mi congratulo e le riflessioni quando qualcuno si congratula con bin laden; inchieste nel quartiere; organigramma della scuola e rivendicazioni “sindacali” sui cessi;ecc. ecc.
Il contesto che rappresenta «In classe come al fronte» è metropolitano. Leggo che all’inizio della polemica che dopo molti anni separò Oury e Freinet ci furono delle distinzioni necessarie tra il lavoro educativo in ambito urbano piuttosto che rurale. Credo che il concetto di città e cittadinanza debbano rivestire un ruolo centrale nella nostra pedagogia attuale e che non si definirà un’altra città senza un nuovo rapporto con la non città, con ciò che non è forse più rurale ma che rimane la fonte del cibo e della natura, non importa quanto lontana. Il vero benessere è in ogni luogo dove gruppi di persone si auto organizzano e condividono saperi e pratiche per rispondere ai propri bisogni. Ovunque c’è una comunità montana che cerca di non perdere tutte le conoscenze sul proprio territorio devastato, dove si portano i bambini nei boschi, in ogni periferia dove i mobili e i giochi vengono fatti con i materiali di scarto e dove il gioco guadagna la strada all'infanzia, mettere in contatto e scambiare, far viaggiare immagini sogni possibilità corpi. La città verso campi e monti e viceversa perché non si salverà una senza gli altri e poi volgere ciò che è diventata la nostra peste (turismo di massa, socialità virtuale, illusione di successo con forme pseudoartistiche) in imprevedibile salute.


«Atti, parole, minacce per fare obbedire si ripetono automaticamente come una consuetudine radicata. Le motivazioni profonde non vengono dette tra insegnanti o tra insegnanti e allievi. Del resto sono riconosciute e coscienti?» (p.77) «Nella storia di questa classe, si trattava proprio di una parola. Una parola che ha tentato di dirsi al di là del grido, ma è sembrato che non contasse per coloro che avrebbero dovuto riceverla. È la parola collettiva che ha disturbato? Come insegnanti che fare per svelare ciò che fa la parola e che conta per quelli che la esprimono e la rivolgono, qualunque sia al limite la forma usata? E persino prima di ciò, che fare perché la parola di un allievo sia realmente riconosciuta e possa esistere? La questione resta aperta su importanti aspetti…» «ho cercato di dare il gusto dell’imparare, quello della costruzione degli apprendimenti, che sono stati elaborati attraverso i miei metodi, ideati sul posto in modo artigianale, ma anche attraverso dei desideri che si risvegliavano e dei quali non avrei mai potuto misurare precisamente né il perché, né il perché allora, né perché quelli. […] Ho fatto sì che socializzassero o le ho istruite? Io non ho una risposta definitiva [segue invece un tentativo di risposta]» (p.96) «Il loro paese è innanzitutto il loro luogo di vita attuale, nella città in cui sono nati. Collocarsi qui in modo diverso che non in quello delle colpe, delle umiliazioni, dei calci. Qui e nella storia di questo qui. E da questo punto, investigare i che cosa, i perché, i chi e i come, i da dove e i verso dove. Una convinzione in ogni caso vibra su queste corde tese: quando si è in basso, si può imparare anche lottando assieme per cambiare la realtà. Senza questa possibilità di battersi almeno un po’ si resta nella vergogna e nell’annientamento, anche se si riesce in latino e in greco…A condizione di giungere inoltre, passando attraverso lacrime amare o la rivolta, a poter analizzare, nominare, costruire dei concetti». «Tenere questa posizione per esempio con i bambini dei quartieri popolari, le cui parole, i no, le esplosioni, i desideri sono considerati spesso come se fossero a sproposito, tappati, domati, significa darsi un sapere a partire dal quale ogni insegnante può inventare, secondo il suo stile, a patire da ogni soggetto…»