martedì 15 settembre 2009

giovedì 3 settembre

Giovedì 3 settembre ho avuto imprevedibilmente una giornata libera. Alla fine del collegio docenti di mercoledì avevo appreso di dover partecipare obbligatoriamente a un corso di formazione sull’Integrazione di Cittadini di Paesi Terzi (?). Quando la Vicaria ha letto l’elenco dei precettati e ha pronunciato il mio nome, così sconosciuto alle sue labbra, così vago persino il mio volto per lei, ho pensato a un errore e alla fine della riunione ho trovato il coraggio di andarle vicino, attraverso la calca di colleghe che volevano firmare il foglio di presenza, per dirle: “Ma io devo ancora conoscere i colleghi, ho il collegio docenti del mio plesso venerdì…". Mi ha detto: del serale sei stata scelta tu, gli immigrati ci vanno e comunque venerdì interrompi il corso e vai a farti il collegio. Me ne sono andata rassegnata, rassegnata a perdere il tempo perché io so, chiunque sa, che in questi corsi non si impara nulla, che non sono fatti davvero, che servono a distribuire briciole di denaro pubblico ad associazioni che vivacchiano e impiegano esseri umani altrimenti destinati a fare cosa? Loro, “i cittadini terzi”, servono anche a questo: a dare lavoro a “cittadini primi” che per i giri del caso hanno fatto loro il mestiere del “disagiante”, colui che ha che fare col disagio non per alleviarlo ma per istituzionalizzarlo e cronicizzarlo. Che cattiveria. Intanto pensavo che le altre in questi giorni si riuniranno dalle 9 alle 12 per preparare qualcosa per l’inizio dell’anno (nella migliore delle ipotesi) e io invece dovrò stare chiusa in una stanza dalle 9 alle 13 a sentire stronzate, a fungere da pedina nel gioco impenetrabile che lega la scuola all’associazione X o Y tramite un protocollo d’intesa per cui X si prende i soldi dei Fondi europei e la scuola si prende bho e le docenti che ci vanno si prendono un attestato di partecipazione. Pfui
Comunque mi sbagliavo. Qualche ora dopo la fine del collegio docenti, mentre sotto il sole bruciante delle due ero salita al Vomero alla ricerca di un negozio che mi potesse vendere un ventilatore, visto che in tutte le botteghe del centro storico erano esauriti, proprio quando a due passi dalla funicolare l’avevo trovato e stavo cercando di agganciare lo sguardo sfuggente del garzone di bottega per solleticare la sua umanità e indurlo a darmi una scatola con dentro un attrezzo vero e non un pezzo di ferro che più tardi a casa si sarebbe rivelato difettoso, proprio allora mi chiamano da scuola. È Luigi, un tecnico forse, teoricamente un ATA direi, ma in realtà è un uomo sulla quarantina piuttosto in forma e senza capelli che ho conosciuto in segreteria, dove si aggira sempre molto indaffarato e che, mi pare di aver inteso, starà al serale con noi e si incaricherà di tutto ciò che ne riguarda la gestione segreteria. Sono figure queste in possesso di grandi poteri, coadiuvatori che nel gioco di ruolo bisogna cercare di avere a tutti i costi nel proprio mazzo di carte. Ragion per cui io a Luigi do già del tu, mi mostro cameratesca ma pronta a farmi guidare, tonta ma non troppo, graziosa, indifesa ma in realtà sgamata. Cerco di fare punti insomma. Luigi mi informa che il corso giovedì mattina non ci sarà, si comincia direttamente venerdì, non alle nove però, si entra alle dieci e mezza perché la sera prima disinfestano la scuola e devono passare 12 ore, va bene e ciao ciao. Bello schifo, penso, sulla polvere delle ristrutturazioni e degli anni ci cadrà l’antitopi e poi tutto volerà nei miei polmoni, ai miei pensavo, più che a quelli dei bimbi e bimbe.
Sudatissima, stravolta dal caldo ho comprato il ventilatore e poche ore, lacrime e bestemmie dopo, sono dovuta tornare al Vomero per farmelo cambiare sotto il ricatto della scena isterica e della maledizione lanciata sulle loro famiglie: mancavano le viti e non si montava bene la pala al guscio di rete.
Giovedì mattina quindi, col ventilatore sparato addosso e facendomi docce di continuo, ho pulito la casa e sistemato i quaderni e i libri. Vivo in un monolocale di 30mq, una stanza in cui faccio tutto, sonno cucina studio vita. La cosa bella è che è un nido all’ultimo piano di un palazzo antico e dalle sue due finestre-feritoia vedo Napoli intera, dal vesuvio a castel sant’elmo, la cupola di Pietà dei turchini davanti, il golfo chiuso e la sagoma di capri laggiù. Dopo sei anni ancora sopravvivo negli interstizi della città. Nulla è a nome mio, né lo pseudo contratto d’affitto né le utenze. Non ho la macchina e neppure il medico della mutua. In questi giorni parlano delle gabbie salariali e nessuno spiega per bene che qui la vita costa meno ma non è vita come si intende su, che per avere accesso alla normalità devi sottobanco pagare oppure lasciarti consumare e lottare con un dispendio tale di energie che ci mancherebbe di non poter nemmeno comprarsi un maglione o una pizza ogni tanto, pagandola meno che nel centro di Como.
Pulisco e da sotto salgono nubi di rumori, motorini, grida, sirene. In cosa si sta trasformando l’amore, in cosa il bisogno che avevo di essere immersa nel bagno galvanizzante di caos e crudeltà e verità di questo bordello urbano unico al mondo? Allegoria pittoresca ed estrema dello stato generale, città sorella dei Sud del mondo, napoli come Nuova delhi o nuova york, mi sta corrodendo infine. Mi sento sull’orlo dell’addio, ho il presentimento che questo anno che comincia ora tutto nuovo sia la conclusione. Non so chi sono gli alunni che incontrerò e mentre me lo chiedo penso ai ragazzini e alle ragazzine di Scampia, non vedo l’ora di tornare su a incontrarle, di andare al centro territoriale dei miei compagni/e. È stata l’avventura a cui devo tutto ma dalla scuola gialla me ne dovevo andare sia perché con la preside R, sopraggiunta dopo 5 anni, c’è incompatibilità assoluta, sia perché dovevo vedere e conoscere altro. Quello che ho imparato e vissuto lassù è tutto, quello che è capitato a me e agli altri (adulti e ragazzini) da dopo la faida ad oggi, passando per il teatro, gomorra, il centro sociale, la moda e la miseria è stata una grande esperienza. Per caso o per necessità, chissà, non è diventato il mio orizzonte integrale di vita. Non ci sono andata a vivere, non ho legato definitivamente il mio destino a quei luoghi e persone pur portandole impresse. Rimango deracineé. Forse questa distanza, lavorare giù in centro e salire in periferia per passione, mi aiuterà a rielaborare e capire cosa abbiamo fatto in questi anni. Intanto mi avventuro in un’altra parte della città: non potevo mica andarmene quando si spengono i riflettori e ci sarà la prova vera, tra qualche mese cadrà la Regione del Bass. e tanti progetti, gruppi e strutture anche buoni che sono cresciuti sotto questa amministrazione subiranno uno scossone, tante cose cambieranno o forse niente a parte il peggioramento, e non solo per il cambio contingente di amministrazione. Non potevo andarmene senza un altro affondo nella carne simbolica e delirante della Città Unica ma allo stesso tempo sento, proprio quando il legame con la mia vita di Scampia e di questi anni grida, sento che è la vigilia di un addio.
Mentre pulisco il bagno cerco di non respirare i miasmi chimici che probabilmente mi difettano il DNA e mi accorgo che trovarmi in una grossa gabbia di cemento mi crea una sofferenza più consapevole e meno imbelvita degli anni precedenti. Per tutti tornare dopo le vacanze è uno choc. I turisti trovano che il centro storico di Napoli rassomigli a un paese e in effetti è vero, un grande e bel paese dove la gente, tanta e inverosimilmente ammassata, si conosce e riconosce per strada. Solo che se poi salgono al belvedere della certosa capiscono bene che il paese è il cuore di una conurbazione fittissima di tre milioni di abitanti, con la più alta densità abitativa d’Europa e si spaventano e non sanno che se andassero a Fuorigrotta, Soccavo, il Vomero o Pianura per esempio scoprirebbero altri paesi, sempre aggregazioni storiche e proliferate incluse nel mare di cemento. Sistemo i quaderni e libri sui tavoli sotto la finestra e penso che mi sta accadendo quello che osservavo da giovane accadere agli scrittori napoletani: si guardano corrodere dal cancro, attaccati alla vita senza illusione, a bocca storta, con fame di dolcezza e di passione, senza pietà ma indulgenti, disgustati e innamorati di sé e dell’umano, senza reagire ma ricavandone sprazzi acuminati di lucidità si guardano mangiare dal cancro. Basta però con la cattiva letteratura devo recuperare due settimane in un post e arrivare ad oggi.

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