Venerdì 4 settembre, sede centrale, corso di formazione sui Cittadini terzi (?) alle 10.30 e Collegio docenti del serale (dicesi Ctp) alle 12. All’ora prevista nell’aula del secondo piano dove si terrà il corso siamo in 4. Nessuna mi caga neanche di striscio. Una collega ha portato con sé il figlio, un bimbo di circa 5 anni con i capellini corti corti che starà tutta la mattina seduto senza fiatare, rapito da un piccolo oggetto metallico che si apre a libretto e che tiene fra le mani schiacciando i tasti, gli occhi fissi sullo schermo che non vedo, che nessuno vede mai a parte lui. Il corso, ora che arriveranno i formatori e i colleghi, che si sceglierà l’aula e si prenderà posto, comincerà alle 11e10.
Nel frattempo mi faccio un giro: al secondo piano, guardando in faccia il busto del barba, si gira a destra, si entra da una porta taglia fuoco e ci si trova faccia al muro. Si volta a destra e poi subito a sinistra, in un corridoio stretto senza finestre, occupato da due scaffali di metallo vuoti e sgangherati e da un carrello delle pulizie. Mezzo staccati dalla parete stanno un cartellone con foto di alunni alla vendemmia e cartellone a finestrelle sul calendario natalizio. In fondo si apre la porta della prima aula e da lì, svoltando a sinistra, ci si trova finalmente nel corridoio su cui si aprono le aule. Ci troviamo proprio sopra la segreteria. I muri sono coperti da lavoretti vecchi, alcuni osceni (ovale di cartapesta decorato a foglioline e polvere), altri dignitosi (collage sui dinosauri o schema dell’evoluzione) ma comunque vecchi. Come potrebbero essere del resto le condizioni delle pareti sottostanti? Basta guardare le aule per immaginarlo. Mi sembra di essere di nuovo in un sogno, o in un film sulla scuola dei fantasmi, come se il 5 giugno di un anno lontano lontano il mondo fosse finito e io risvegliata da decenni di coma mi trovassi a camminare tra le vestigia corrotte della quotidiana umanità. Sulle lavagne si legge: il giorno 5 giugno le lezioni sono sospese, riprenderanno il 10 giugno; le cattedre hanno appoggiati le penne e i libri sopra, coi cassetti mezzi aperti. In un’aula c’è uno zainetto ancora in piedi sul banco e dappertutto sta posato un dito di polvere. Tre mesi di assoluto abbandono e tra una settimana arrivano i bambini. Le pareti non vengono imbiancate da anni, sono piene di graffiti di macchie di residui di colla. I banchi a forza di essere strusciati sui muri hanno scavato delle scanalature nel cemento. In ogni aula ai muri stanno appesi i lavori degli anni passati e in tutte le prime sono incollate, una di seguito all’altra, le stesse schede alfabetiche fonematiche, quelle con a di ape, b di balena, il fondo bianco, il disegno stereotipo, squallido, dozzinale. In un’aula un bimbo aveva aggiunto a penna: sotto Balena – Maddalena; sotto Formica – Federica e sotto Istrice – Piero, per le somiglianze fra gli animali e i compagni, penso. In un’altra nell’angolo in fondo a destra c’è un graffito in blu e nero, a metà tra lo stemma dell’inter e la bandiera dei pirati e poi a penna rossa la scritta, Qui luigi e antonio – chi tocca muore. Queste sono le aule delle elementari.
E ci si potrebbe chiedere: che cosa vivono qui dentro bimbi e bimbe? Provo a mettere via i miei preconcetti pedagogici: l’ambiente è importante, uno spazio pulito, ordinato, da personalizzare e adattare è fondamentale. Penso al quartiere dove mi trovo, ai vicoli stretti di San Lorenzo da cui ho visto le bambine sbucare a cavallo di mini moto rosa o i bambini giocare a palla per strada, al benzinaio di fronte a Santa Sofia dove c’è stata la sparatoria l’anno scorso e mi dico: che c’entra. Dipende da come si fa e si può fare tutto. A secondigliano, incistata nella ragnatela di antiche stradine di tufo, dove i negozi di abiti da cerimonia espongono nelle vetrine minuscoli frac e vestitini da principessa, dove la sera il groviglio di moto automobili e gente è tale che il cervello troppo stimolato cerca di schizzarti fuori dalle orecchie, a prezzo di lotte pluriennali le ragazze di arco iris hanno aperto una ludoteca perfetta, che bisognerebbe scriverci un romanzo. Ma il punto non è questo. Mi affaccio nell’aula dove stiamo per cominciare il corso e guardo le maestre. Non le descrivo. Una frase mi tamburellava in testa: non gli metterei in mano un bimbo. Sono entrata e mi sono seduta anche io sulle seggioline sparpagliate nella stanza, mentre tutti i banchetti uniti formavano due grosse isole. Distratta dal pensiero: loro, i miei amici napoletani proletari maschi, il mito della mia lunga adolescenza, hanno fatto queste scuole, con questi insegnanti. E non ne sono usciti rovinati ma forse neanche migliorati, mi stavo rendendo conto. Anche osservando loro ho coltivato una romantica idea della scuola di quartiere che è, mi dicevo, scuola di vita: non puoi proteggerlo/a e andrà per la città così come è, come è il mondo; a casa il nutrimento e per il resto sperare che vada dritto e le venga la pelle dura. Oggi penso che anche loro, gli amici, potevano venire meglio, con minori o diversi angoli di ottusità e ferocia, più efficaci e limpidi nei loro desideri e contributi al mondo salvo. La strada è un mito, l’infanzia felice o almeno rispettata uno altrettanto forte.
La psicologa dell’associazione X è una ragazza che non ha mai fatto sport, dal volto simpatico e senza trucco. Si siede sulla cattedra, ci guarda e spiega che lei deve parlarci de “Gli aspetti psicologici e l’identità” ma essendo una psicologa, per l’appunto, desidera che parliamo innanzitutto noi: un giro di presentazione e racconto su esperienze con gli stranieri. Da parte sua ci informa che da circa sei mesi si occupa di supporto materiale e psicologico a migranti in difficoltà , che fanno vita di strada: cure mediche, coperte ecc. Ascolto le storie che raccontano le colleghe. Ricorrono cinesini bravissimi in matematica oppure totalmente chiusi in sé, molto seguiti oppure lasciati a scuola anche con la febbre da genitori che danno numeri di telefono finti. Qualcuna dice: i cinesi sono loschi, si curano in ospedali loro e hanno anche professori privati loro. Si dice chiusi, che sono “chiusi”, corregge la psicologa. Poi si parla degli srilankesi e quando una collega li chiama cingalesi la maestra prepotente, una che parla sempre a voce altissima e sopra gli altri, le urla contro: “No, ho detto srilankesi!!!!”. Loro sono di solito buoni ed educati ma tante volte molto poveri. Poi ci sono gli ucraini, tanti ucraini. Una di loro, dicono, ha scagliato il figlioletto nella classe della materna alle otto meno dieci tutte le mattine, anche se quello per tre mesi ha vomitato ogni giorno. Le storie che sento sono sempre così: o sono tanto più educati e volenterosi degli italiani o sono tanto più trascurati e barbari. I pakistani e i cinesi comunque sono bravi in matematica.
La storia che mi ha colpito più di tutte però riguarda una bimba di origine africana. Le sue due maestre raccontano: C. non accettava il colore della sua pelle, non ammetteva di essere nera. Non si disegnava mai scura, non voleva dire di venire dall’Africa, non sapeva nemmeno il nome del suo paese d’origine. Abbiamo lavorato su questa cosa, perché non deve essere così, la bambina deve accettarsi anzi trovare l’orgoglio di chi è. Il fatto è che una famiglia bianca si l’è affiliata,sia lei che la madre; hanno preso in casa la bambina come fosse una figlia ma anche la madre nera va sempre da loro e la aiutano, che è una disgraziata. A un certo punto c’è stato infatti un problema con i servizi sociali che volevano prendersi la bambina, e non riconoscevano l’affiliamento naturale, cioè informale, che già esisteva con la famiglia bianca e solo alla fine li hanno riconosciuti e ce l’hanno lasciata. Comunque a marzo per la festa del papà l’abbiamo incoraggiata a fare il disegno con i due papà, quello bianco e quello nero con lei piccolina in mezzo. C. era contenta, si vedeva che adesso era contenta, sollevata da questo riconoscimento, stava trovando l’orgoglio. Il giorno dopo invece è tornata a scuola piangendo, tutta triste e ci ha fatto vedere il disegno. Le avevano cancellato con due segnacci il papà nero, piangeva la poverina, è stato un dispiacere per lei, glielo hanno cancellato, ci ha detto alla fine, se no papà Geppino si dispiace. Geppino è il papà bianco e non voleva capite, per gelosia chissà. Così abbiamo chiamato la mamma , la mamma bianca, per dirle che così no signora non si deve fare….
Una bidella mi viene a chiamare, collegio docenti in presidenza, sono le 11.45. Seduti sulle grosse seggiole dell’ufficio ci siamo noi, i docenti del Ctp. Cinque in tutto. Temporaneamente sei a dire la verità perché la collega d’inglese coi capelli bianchi corti è “appoggiata”, al momento. L’hanno nominata in assegnazione provvisoria su un posto che spetta a un altro per trasferimento, una bega madornale dell’ufficio competente che in questi giorni però è preso d’assalto da precari e ricorsi e non può risolvere l’impaccio. Tenetela appoggiata hanno detto.
Dunque: IO sono io, la franca. Poi c’è Tecnica, una trentottenne con i capelli molto folti, che non si trucca e si veste sempre con pantaloni e camicia, molto disponibile e cheta, voce sottile, modi concilianti. Scoprirò che è sposata, che si definisce architetto, che cita spesso suo padre. Inglese è un quarantenne con capelli rossi e occhiali che già conosco, sia perché l’ho incontrato a roma qualche anno fa al concorso per insegnare all’estero sia perché ha lavorato per anni con opera nomadi di napoli: porta con sé Il manifesto e Le monde diplomatique, non ci capiamo per neinte in realtà e mi annoia ma è qualcosa con cui sulla pratica ci si può intendere un minimo. La sua presenza in fondo mi rassicura ma purtroppo è a tempo: a marzo partirà per l’Argentina. Italiano, come me, è la boss della faccenda. Chiamiamola MRV. Non arriva ai quarantacinque anni credo, è bassina ma tonica, capelli corvini corti sul collo e montati in un’onda aerodinamica sulla fronte, occhi neri mobili e naso affilato, nerbo decisione sveglia. Da due anni fa la coordinatrice ed è indubitabilmente il capo della baracca. Matematica è la versione brutta e anziana di maga magò. Ha il volto di un pizzicagnolo robusto, porta radi capelli tinti male fermati dal cerchietto, ha gli porcini furbi e vigliacchi. Questi siamo.
Non so cosa ci ha detto la preside quel giorno. Ho capito che vuole che ci siano iscritti e che non li facciano fuggire. Ho capito che se le chiedo se ci sono lettore dvd, sala informatica e altro mi dice di sì ma non vuol dire sia vero (MRV mi rassicura ma con uno sguardo che vuol dire: c’è tempo, poi ti dico, stai tranquilla che dopo ti spiego). Ho capito che vuole le carte in ordine e che prendiamo accordi chiari con le associazioni che li portano alla licenza se no poi deve litigare coi preti (di nuovo questa storia!). Poi dice altre cose, credo, ma io nel frattempo su una pagina del quaderno scrivo l’elenco degli oggetti che riesco a identificare nell’ufficio, individuandoli sul fondo marrone in cui tutto sembra impastato, eccetto i soliti sette otto vasi di piante. Eccolo, da destra in senso anti orario: due quadri a soggetto floreale, fondo beige, cornice giallina zozza e sotto una mensola pendente che regge due scatole di cartone, due bonghetti africani, una candela natalizia. A terra tre scatoloni di materiale elettronico e un mazzo di fiori finti impolverati. Una libreria a vetrinetta con appoggiati soprammobili e libri in maniera disordinata. Sui due scaffali più in alto, scoperti, troneggiano i volumi dell’Enciclopedia italiana. Nella parete dietro la scrivania, attaccati al muro o sopra una mensolina stanno: un vaso verde; un’altra candela natalizia; un quadro con i putti; tre angiolini di gesso; tre cordoncini di cornetti scaccia sfortuna; una foto; un calendario; un crocifisso; due foto antiche della scuola; alcuni ritagli di giornale. Sull’altro lato della scrivania: una macchina fotocopiatrice e un mobiletto porta computer con lo stesso sopra. Tende di pizzo da salotto privato e piante sia dentro che fuori il balcone. Un grosso armadio marrone e basso con sopra: un pulcinella di terracotta; una ripugnante cornucopia a fontana di un materiale grigio indecifrabile; un vaso di terracotta con una spiga secca dentro. Un secondo armadietto marrone con sopra un busto del barba; un uovo pasquale azzurro di fattura infantile. Sopra sta appeso il ritratto del barba, pensoso e seduto. Una mensola regge le coppe vinte dagli alunni e infine c’è la seconda scrivania, quella della vicaria, meno ingombra di carte, più ordinata, con poggiato sopra un altro uovo pasquale, rosa però e posto su un centrino scarlatto.
La Preside sorride, MVR sorride, tutti assentiamo e io sento che la verità è tutta da scoprire.
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