giovedì 30 aprile 2009

agneseravenna

Nel romanzo di Renata Viganò L’Agnese va a morire i nomi dei luoghi sono indicati con la sola lettera iniziale, seguita da punti sospensivi. Avevo il libro sullo scaffale da anni, l’ho preso in mano tante volte ma solo una settimana fa ho preso a leggerlo. È una bella edizione Einaudi per la scuola media,anno 1976, con introduzione di Sebastiano vassalli e note esplicative ispirate nel loro tono risentito e radicale alla temperie culturale dominante negli anni 70. Nelle vie e nelle città accadevano trentacinque anni fa cose oggi impensabili e nella cultura ufficiale c’erano probabilmente una retorica e uno stile mainstream ma radicali oggi altrettanto distanti. Chi potrebbe con AN al governo adottare oggi in una terza media il libro della Viganò e leggere le note di feroce scherno e denuncia del fascismo? Senza peraltro che i partigiani siano mai condannati, ridotti, riportati ai loro errori? Nessuno e nessuno potrebbe spiegare, magari facendo leggere un’altra edizione senza quelle note, che si tratta di una rappresentazione storica ma anche mitica, di una storia popolare e di liberazione che non ha bisogno di ripartire errori pietà e ferocia perché già vi è l’umanità nuda davanti al colmo dell’ingiustizia che si difende a mani nude giorno dopo giorno carattere contro carattere, spie delatori debolezze infamie tradimenti sadismi sangue e un poco di ragione di volontà di scelta di ricerca di coraggio di speranza. Dalla terra paludosa piena di nebbia canne e animali, coperta da cieli ora inclementi ora luminosi, si leva la figura dell’Agnese ed è una figura assoluta nella sua realtà e nel suo essere archetipo, la sua fatica e la sua umiltà suscitano nel cuore una memoria di assoluto che forse viene dall’aver saputo dare forma a un universo umile. Ultimi ultimi ultimi, di questi tempi in questi giorni mi vengono in mente gli ultimi.
Ma il fatto è che il 24 sera sono andata a Ravenna a trovare degli amici e solo lì ho compreso che i luoghi del libro erano proprio quelli attorno alla città, che Alfonsine e S… e L… sono paesi e frazioni tra ravenna e comacchio e il 25 aprile mi è piaciuto portare il libro con me. Avevo voglia di corteo questo 25 aprile, dopo tanti anni mi son tornate in mente le manifestazioni di milano, una in particolare dopo che vinse Berlusconi la seconda volta e pioveva tantissimo e l’elicottero si abbassava e sventagliava di pioggia i manifestanti ma noi inzuppati ce ne ridevamo. E poi ne ricordo altri, anche col sole, dove si era tanti e capitava di rivedere persone dopo tanto tempo. Mi è tornata voglia per via del fascismo e della miseria attuale. Ma sono solo nostalgie.
A ravenna la celebrazione ufficiale è in piazza del popolo, sfilano l'esercito e i partigiani sempre meno e più vecchi, parlano il sindaco e altri politici la gente sta ferma attorno la banda suona musiche sconosciute, la maggior parte delle perosne sono vecchie e borghesi, giovani nessuno, un vuoto tra i venti e i trentanni. Si viene apostrofati come signori e signore, la commemorazione del 25 aprile è finita. niente cittadini e cittadine, niente più compagni e compagne, bella ciao suonata 5 seconde quando i pubblici ufficiali han già lasciato la piazza.
Intanto anche a ravenna il mondo è quello che è, l’individuo spolpato dal consumo e marionettizzato dal desiderio meccanico, dalla pulsione legata al mulino del diavolo, dallo stantuffo cyber che finge perfino il nero del mantello del vampiro e ci deruba così finanche del sogno del male. Tuttavia. Tuttavia c’è stato qualcosa come la resistenza, le cooperative e prima ancora altro ma quel che vedo è che è un po’ diverso dalla lombardia e dal meridione, che il collasso individuale si declina in costumi ancora decorosi in superficie per cui le persone giocano parlano vivono, in una necrosi apparentemente meno feroce che altrove e così mi chiedo quanto della storia recente e no conti in ciò.

giovedì 23 aprile 2009

doc

ieri sera ho visto un documentario molto bello che si chiama lonco/chupaseos, è girato in cile durante due ateliers di stop motion condotti in due scuole elementari. una della capitale, finanziata dalla alliance francaise e frequentata da bambini dell'alta borghesia. L'altra nel cile meridionale, in contesto rurale, una scuola di legno in mezzo ai campi dove più della metà dei bimbi sono indigeni mapuche. Vengono mostrati anche i due corti di animazione prodotti, di argomento fantascientifico e tra le interviste e i filmati si contemplano in relazione dialettica gli immaginari dei due gruppi di bimbi. Veramente molto bello e interessante. I due corti sono entrambi geniali e a volerli analizzare con la lente immaginaria rivelano storie e possibilità a bizzeffe. Quello più spaventoso, intriso di nero humor surreale di chi sarà? Quello che dipinge un mondo meccanizzato da cui è bandito lo scarto e il differente? Ma poi le risposte meditate degli sdentati e dele codine sono eccezionali. Il doc è stato girato da una giovane regista italiana che vive in francia adesso e che ha terminato di recente un altro doc molto interesante sulle ultime elezioni in paraguay. si chiama anna recalde miranda.
dopo il suo doc siamo andati in pizzeria e ho ordinato una pizza su cui dovevano esserci fettine di roast beef. invece mi hanno portato una cosa tremenda una specie di pizza con sopra una bistecca ridotta a striscioline, era imbarazzante avere di fianco questa giovane brillante bella cordiale e fascinante regista e nel piatto una pizza grottesca e sanguinolenta. l'ho presa perchè da un paio di giorni il corpo mi supplicava di assimilare carne in qualche forma. Comunque superato l'imbarazzo a forza di battute e passata una bella serata (nel corso della quale mi convinco sempre più che registi e operatori vogliono lavorare nelle scuole e gli/le allieve vogliono fare i film e quindi bisogna andare in quella direzione) succede che vado a letto. E faccio un sogno di fantasxienza e sociologia futuribile dove a un crto punto noi banda di partigiani spaziali stiamo per cenare a casa di sta aliena amica che ci dice: per voi stasera ho fatto preparare un piatto speciale, le lingue di tricerabovix, guardate e praticamente su delle lettighe da ospedale che escono dalla cucina operatoria ci sono delle lingue grandi come un uomo, simili a giganti gambi di felce abbrustoliti, con un ricciolo in fondo e la crosta bruna sul dorso. brutta situazione.

martedì 21 aprile 2009

I avventura dell'omino di merda

L’omino di merda era in un merdoso pomeriggio di sabato in cui come al solito soppesava tutta la melma sua, si sentiva le braccia cariche e la sua povera faccina imbronciata e imbruttita.
Così ebbe un’alzata di ingegno e acchiappata la bicicletta si mise a pedalare verso il parco della Volavolla. Si chiamava così un bel ruscello dal percorso lungo e tortuoso, attorno alle cui rive era stato conservato, non si sa come, un bel parco ricco di piante e animali. Erano molti anni che ODM mancava dal parco Volavolla e fu lieto di ritrovare il paesaggio familiare: i piccoli orti recintati all’ingresso che degli omini in tuta curavano con grande concentrazione e il lungo percorso nel bosco, dove si potevano scorgere fagiani colorati o lunghe file di bruchi sui tronchi.
Mentre pedalava vide un signore dai capelli arruffati color di paglia secca che parlava ostinatamente con una segugina bionda che gli girava attorno lanciandogli occhiate dolci e perplesse. Il signore le ripeteva di continuo: Non andare nell’acqua, no nell’acqua, mi raccomando, non andare nell’acqua.
L’omino di merda pedalava veloce e si lasciò dietro la preghiera alla segugina chiedendosi se lei, che guardava così sfuggente e preoccupata, capisse davvero quella richiesta del padrone.
Ma ecco che l’omino giungeva adesso alla sopraelevata della tangenziale: l’avevano costruita dunque! Era un nastro di cemento alzato da terra giusto la spazio per passarci sotto in piedi o in bicicletta e chiuso ai lati dalle barriere anti rumore che sono poi dei pannelli azzurrini e verdini che impediscono al rombo dei motori di uscire fuori. L’omino di merda rizzò le orecchie e si accorse che davvero il rumore delle auto arrivava pianino e si chiedeva come fosse stare dentro alla strada perché tutto quel rumore che non usciva doveva rimanere laddentro, come un fiume sempre più pieno.
Intorno ogni cosa era ben sistemata, c’era il bretellone di cemento un poco alzato da terra e attorno il prato era curato, dall’altro lato del Volavolla i prati erano puliti e pieni di alberelli piantati da poco e panchine. Ripensò a tutte le discussioni che c’erano state gli anni prima, quando si diceva che la bretella di tangenziale non era necessaria, che non avrebbe risolto nulla per i lavoratori che tornavano dalla Grande Città ma in compenso avrebbe rovinato il paesaggio del Parco, recando disturbo agli animali e alle piante coi fumi degli scarichi e il rumore. Certo era strano trovare una strada in mezzo al parco ma avevano cercato di nasconderla e l’omino di merda stette un po’ a grattarsi la testa dicendosi che non si sarebbe dovuto trattare di opinioni perché alla fine da qualche parte doveva stare una verità vera (serviva o no? faceva male al parco o no?) ma siccome ognuno sembrava che volesse avere ragione come se fosse una gara tra chi era più bello e non un problema della natura e del cielo alla fine si giocava a braccio di ferro e chi aveva più soldi vinceva senza che si sapesse mai quale era in fondo la cosa vera: serviva o no ai viaggiatori? rovinava la vita del parco o no?
Intanto aveva pedalato sotto la bretella e si era emozionato perché aveva immaginato di essere sott’acqua, di passare in un tunnel sotto l’acqua che unisce paesi lontani. Poi mentre aveva ascoltato che suono facevano le automobili che gli passavano sopra la testa ebbe un brivido lungo la schiena per la paura che tutto cascasse proprio mentre lui attraversava. Infine si ricordò di un grande polipo gigante gigantissimo di un libro illustrato di quando era piccolo e per un attimo pensò che magari era uscito dal Volavolla e si era nascosto sotto la bretella, aggrappato al soffitto e prima che lui fosse arrivato dall’altra parte l’avrebbe preso con un suo tentacolone spugnoso. Pensava a spron battuto tutte queste fantasie ma dopo due secondi era già dall’altra parte, lontano e pedalava e pedalava.
Il cielo era grigio e minacciava pioggia ma lui andava avanti perché il parco non finiva mai e il sentiero che costeggia il Volavolla continuava ben oltre ogni punto dove fosse mai arrivato prima. In lontananza vedeva campi arati di terra bruna e grandi strade e piccole case dietro le siepi. Intanto pedalava pedalava pedalava tra il fiume e gli alberi senza stancarsi.
A un certo punto il sentiero sembrò arrivare alla fine: davanti a una casetta di mattoni con la rete verde curvava e poi c’era un ponticello di legno che portava a una vera strada di asfalto larga e tranquilla, con tante belle villette su ogni lato. Mentre passava il ponticello di legno l’omino di merda si ricordò di un viaggio che aveva fatto tanto tempo prima, quando aveva viaggiato così a lungo da arrivare nel paese più alto del mondo dove le montagne sembrano grigie e silenziose come la luna, dove l’aria è azzurra mentre ti entra nel naso e dove l’acqua scorre in piccoli ruscelli freddi sul fondo delle valli e lì la terra lunare diventa verdissima e tenera. Anche là aveva attraversato un ponticello di legno simile e passeggiando pieno di delizia e di stupore aveva pensato: ecco in questa casa di pietra vivono contadini sorridenti dagli occhi stretti come i cinesi e a parte i fiori e l’aria azzurra io non saprò mai nulla di come è la vita sulla luna in terra. Si chiese allora se magari un abitante contadino del paese più alto del mondo che fosse passato per caso dopo un lungo viaggio sopra quel ponticello avrebbe sentito le stesse cose trovando interessante misterioso e delizioso vivere nella villetta con la rete verde.
Ma intanto aveva continuato a pedalare e aveva svoltato ora a destra ora a sinistra imboccando strade asfaltate che portavano nomi di montagne ed erano tutte uguali identiche una all’altra come pure le villette che stavano ai lati. Ogni villetta aveva il tetto di tegole e le grondaie di ferro e una strascia di verde di prato davanti e una discesina per il garage con una telecamera puntata verso la serranda. Improvvisamente si sentì inquieto perché le villette non solo erano uguali ma sembravano pure tutte deserte. Sulle striscie di verde c’erano a volte dei giochi per bambini: tricicli o macchinine a pedali o secchielli abbandonati lì come se il gioco si fosse interrotto da poco ma non si vedevano né sentivano né bambini né cani né persone sebbene fosse un tiepido e grigio pomeriggio di sabato.
Per fortuna a un certo puntò sbuco su una piazzetta dove c’era una banca coi vetri neri e riflettenti e delle case antiche di pietra e quindi diverse una dall’altra. Ebbe allora una fantasia e s’immaginò di aver pedalato così tanto da arrivare senza essersene accorto in un paese sconosciuto di cui nessuno aveva sentito parlare nella città da cui lui era partito. Pensò che bello sarebbe stato poi tornare indietro e dire al suo amico Ciccio: sai sono arrivato fino a un paesino lontanissimo dal nome misterioso dove la gente è gentile e silenziosa e dove ho gustato cibi strani e buonissimi. Preso da questa idea si decise ad appoggiare la bicicletta ed entrare in una piccola rivendita di alimentari che stava poco lontana dalla piazza. Era una bottega molto semplice, si guardò ntorno ma non voleva comprare né un cespo d’insalata che stava nelle cassette né una vaschetta di insalata russa che stava nel banco frigo assieme ai salumi. Sorrise al commerciante con la pancia e prese una bottiglina d’acqua che il commerciante gli fece pagare solo trenta centisimi. Allora fece un bel sorriso e chiese: - Mi scusi, ma questo che paese è? E il commerciante gentilmente gli disse : - È san frenesio. E lui sorrise e ringraziò ma si dispiacque pure perché sapeva benissimo dove stava san frenesio e non era affatto né lontano né misterioso come si era immaginato.
Quando uscì dal negozio il cielo era ancora più grigio e l’omino di merda pensò che avrebbe fatto meglio a ritrovare il ponticello e tornare alla sua città prima che piovesse. Ripassò per la piazza e vide una vecchia bacheca di ferro battuto messa proprio al centro: era una specie di pannello dove si potevano appendere i documenti importanti per tutto il paese e allora fece apposta a passarci davanti, sperando di leggere una notizia speciale sul paese come una festa o il proclama del sindaco. Invece c’era solo una grande scritta verde che diceva: Lega lombarda - San frenés senza terroni.
Imboccò il ponticello e si mise a pedalare veloce veloce, pensava di essere una locomotiva a vapore con lo sportello della caldaia nel petto e le palate di aria da buttare nei polmoni come fossero carbone e il sudore era la traccia traccia del fuoco. Con la coda dell'occhio vide un cartello che indicava il posto, lungo il Volavolla, dove fu combattuta una importante battaglia nel 1500 ed ebbe la fantasia fugace della guerra di un tempo: le armature, i cavalli, gli spadoni e le mazze per il bagno di sangue e ancora la terra aveva memoria nelle radici dei soldati di allora. Ma doveva stare attento alle discese, alle curve prese in velocità per non finire nel ruscello e anche bisognava evitare chi faceva footing, giovani uomini che correvano affiancati a due o a tre muovendo a tempo gli stinchi magri e pelosi. Il cielo era sempre più scuro ma ancora non pioveva e l'omino di merda era ormai ritornato nella zona del parco a lui nota quando incrociò nuovamente il signore con i capelli di paglia secca e la sua segugina bionda.
Si fermò allora e gentilmente domandò: Vi ha dunque obbedito la cagnolina? si è tenuta lontana dall'acqua?
Il signore fu sorpreso dalla domanda ma subito rispose gentile: sì mi ha obbedito, io le dico così perchè una volta ha attraversato il Volavolla con un balzo per inseguire d'istinto una fagiana e una volta che si è trovata sull'altra riva non sapeva tornare e piangeva e io non sapevo come spiegarle di tuffarsi per tornare indietro. è una brava cagnolina che ha bisogno però di fare tanto moto. L'ho presa perchè assomiglia alla cagnetta che ho avuto per 18 anni e che adesso non c'è più ma la mia Cleo era tutta un'altra cosa, mi stava sempre attorno e mi faceva compagnia nelle passeggiate questa segugina invece corre instancabile ovunque e io cammino solo. se la vuoi te la regalo.
Ma l'omino di merda disse: certo che no, son certo che voi amate anche questa segugina che per sua natura ha bisogno di correre tanto ma nonostante ciò essa pure vi ama, senz'altro quanto la prima. Adesso però devo andare, buona serata.
E riprese a pedalare rattristato dal fatto che anche le coppie di cane e uomo possano essere tanto male assortite dal caso.

domenica 19 aprile 2009

bigiata e bosco

Un giorno Laura scrisse un tema dove ritrovai il mio Tema: il Bosco e la Fanciulla. Non mi ricordo il titolo che avevo inventato per portarli a raccontare. Qualcuno a volte si appassionava e scordava le formulette imparate alle elementari ma l’inizio era quasi sempre uguale (“Ciao mi chiamo Mena e ho 12 anni…”) oppure capitava che si rivolgessero a un pubblico immaginario: “E ora vi saluto”. Ma voi chi? La pagina come uno schermo e occhi e orecchie di carta per il microfono-penna.
A Napoli quando gli studenti fanno filone, o bigiano come si dice al nord, vanno al Bosco di Capodimonte. In tutte le città c’è un luogo ameno consacrato a questi ritagli incongrui di natura: come se servisse la fuga dalla città per fingere fino in fondo il rituale dell’evasione. Sono le mete delle prime volte, quando si è piccoli e dentro a un bar o in altri posti della città non si saprebbe che fare e si ha bisogno di spazio per giocare, parlare ad alta voce, fare casino tirandosi l’acqua o cose così.
Il bosco sta sopra alla città, si vede dai terrazzi alti oppure da via foria semplicemente guardando in su: il palazzo rosso in fronte e dietro il verde. È un bosco vero, vastissimo, con zone intricate e folte dove si inoltrano viottoli di terra bagnata e si sentono gli odori di umido e decomposizione. Quando il vento o una bestiola muovono i cespugli prende la paura e se non si è esperti ci si può perdere. Ogni tanto si incontra una statua coperta di muschio o una pozza d’acqua circolare o un vialetto appartato pieno di buche e di fazzoletti usati a terra. Ci sono prati molto grandi chiazzati dal sole e un paio di case diroccate dove una volta viveva qualcuno. Ci sono radure con l’erba altissima, chiuse da una parete di verde e ci sono piste quasi ricoperte dal folto con le ragnatele che si attaccano in faccia se cerchi di seguirle. E poi c’è la Grotta di Maria Cristina.
Nel tema non diceva che era mattina e che non erano andate a scuola, raccontava senza le doppie e con la punteggiatura irrazionale e decorativa che usano loro, buttando di corsa pensieri e immagini sul foglio, senza legarli: eravamo al Bosco e nessuno voleva giocare alla Grotta ma io convincevo Serena a entrare dicevo dai scendiamo non succede niente proviamo e abbiamo iniziato a scendere i gradini ma poi abbiamo sentito una cosa che ci prendeva ai fianchi e era freddissimo e io ho gridato e Serena ha gridato e siamo corse sopra e non siamo entrate più. Nella grotta è morta una ragazza. La ragazza era entrata col fidanzato ma si era fatta male a un piede e gli diceva portami via, prendimi in braccio ma lui è scappato, lei lo chiamava ma lui l’ha lasciata e dato che pioveva forte così forte la grotta è franata e lei è morta.
Laura per me come un coltello, che taglia e tagliando: che male faccio se la mia lama è affilata. Le chiedevo: “Ma come è questa leggenda?”. “Non è una leggenda”, mi rispondeva, “è una cosa successa”. “Ma che storia è? lei si fa male e lui l’abbandona, così?”. “Sì la lascia sotto poi la grotta crolla e lui si salva”. “E lei muore….”. “Sì muore sepolta”.
Mi fissa col suo sguardo azzurro e come sempre io mi chiedo quanto sappia di essere dolorosa, quanto è spontanea e quanto è voluta perché sembra sempre un piccolo trionfo dimostrare di saper pensare al peggio, senza stupore, senza voler mai risparmiarsi niente.
Dunque il vigliacco era al sicuro, una salvezza scontata e senza rimorso così come la morte di lei sembrava solo un piccolo sacrificio non voluto e misero, col piede rotto e il richiamo inutile. Come se Orfeo non si voltasse al richiamo: al primo però, quello vero quando lei era stata appena morsa al calcagno dal serpentello verde e iniziava allora allora a sprofondare nella terra verde coperta di foglie bagnate e se lui si fosse girato l’avrebbe afferrata per la mano e tirata a sé, senza doverla poi rimpiangere e implorare e riperdere di nuovo e di nuovo nella favola.
Un giorno di primavera Laura e Serena non erano a scuola. Mancavano pochi minuti all’una quando qualcuno in classe disse: “Uuh! Ci sta Laura!” e ci affacciammo alla finestra e le due sventate stavano là, con le gonne corte e i capelli sciolti, impalate in mezzo all’aiuola tra il parcheggio della scuola e il Viale. Subito ho pensato: stupide nemmeno il tempo giusto sapete prendere. Erano ridicole ferme là in mezzo, accanto al cespuglietto spelacchiato del rododendro, i compagni e le compagne alla finestra ridevano ma poi a me non sembravano più tanto buffe e mi venne una stretta al cuore perché stavano lì immobili, una distante dall’altra e il vento muoveva appena i fili biondi dei capelli davanti al viso di Laura e la sua figura prendeva qualcosa di tragico, come se avvertisse un presentimento funesto… che si concretizzò difatti pochi secondi dopo, rimettendo il film sulla modalità accelerata delle comiche. Una macchina parcheggia al volo sotto scuola e scende la mamma di Laura urlando, ha i jeans attillati e i tacchi ma cammina ad ampie falcate verso la figlia. Serena sembra essersi dissolta nel nulla, Laura lascia cadere a terra la cartella e corre a ripararsi dietro una macchina vicina. Nel frattempo suona la campanella e la scuola si svuota, c’è tutta una folla adesso che le vede rincorrersi in tondo attorno alla macchina, la mamma che grida insulti e minacce mentre cerca di acchiapparla per i capelli o di assestarle dei gran pestoni sulla testa. Anche io intanto mi sono precipitata di sotto e mi getto in mezzo al loro girotondo invocando la mamma: “Signora! Signora basta! Cosa è successo?” Rimangono ciascuna sul proprio lato, ansimando, Laura a testa bassa mentre la madre riprendendo fiato mi spiega che era andata a prendere il fratello piccolo e stava venendo qua quando ha visto Laura e Serena scendere da una macchina blu, proprio sul lato della scuola, dalla macchina di due ventenni che lei li conosce quelli là, e cosa ci fanno due ragazzine di dodici anni con dei ragazzi come quelli, cosa ci fanno con i ventenni queste due cretine, queste due puttane, ma che cosa ti credi di fare tu eh, ma come vuoi finire, io ti rovino prima tu non esci più e quella Serena non la vedi mai più non deve salire a casa mai più adesso telefono ai suoi, è una famiglia di merda di scostumati ma tu te lo scordi di scendere da adesso in poi… Quando finalmente smise se ne erano andati a casa quasi tutti, non c’era più folla ma mi chiedevo come farà laura domani a tornare a scuola e infatti la rividi un paio di giorni dopo.
Del Bosco e della Fanciulla io avevo sempre pensato altre cose, per me era la Sonnambula nella Foresta della notte, era la Principessa involontaria, la restia signora del buio e del profondo, soglio o soglia dove finisce attirata con l’inganno; che le toccasse la pancia del lupo o la bocca del forno o il fondo di piombo dello specchio dove l’aspetta la Vecchia, porte pesanti di allegorie infere e terrose, lei muta lei tutto significante, impigliata dalle metafore verdi che le si attorcono alle braccia ai capelli, che sia sonno o morte o notte la fanciulla.
Quel pomeriggio invece cercai di immaginarmi la loro gita, loro due sedute sui sedili posteriori che parte recitavano coi due guaglioni: le sciocchine che ridono fra di loro o le tipe toste? non me le sapevo proprio immaginare, Laura tutta scatti, come un gatto in caccia chissà a che cosa puntava quella mattina, con che cuore. Se era davvero felice o li disprezzava in fondo, se era famelica di vita o semplicemente divertita, di cosa erano fatte le conversazioni. Hanno offerto loro il cappuccino a un bar lungo la strada o hanno comprato dei dolcetti al carretto dell’ingresso, le hanno fatte fumare o le hanno prese per mano appena entrati dal cancello di Porta Piccola? E cosa avranno commentato passeggiando, avranno parlato dei cani che prendono il sole o avranno riso di chi fa footing? Ma forse niente di tutto ciò, magari c’era impaccio o loro due fanno le signore e guardano tutto un po’ annoiate e davvero avrei voluto sapere nella testa di quella sirena che gusto aveva passeggiare per mano a un cretino qualsiasi inoltrandosi per i viali, verso una zona tranquilla, cercando una panchina solitaria. Ecco più di tutto deve essere quella curiosità verde, di sentire e di sapere, i baci i baci i baci e le carezze.
Ho domandato in seguito a più persone della Grotta di Maria Cristina e tutti mi hanno confermato ci si va quando si fa filone e che si gioca a spingersi dentro e mettersi paura a vicenda perché si sa che una volta una ragazza è morta là dentro. Ma quando o come non lo sapeva nessuno.
Dal Corriere della sera del 15 settembre 1995 si viene a sapere che una ragazzina di tredici anni si era rifugiata con un amico in quella grotta durante un temporale che li aveva sorpresi al bosco e una frana l’aveva travolta e uccisa mentre il ragazzo era riuscito a scansarsi in tempo.

(Le storie di spiriti sono tipiche dell’adolescenza e comportano tutto un repertorio di evocazioni, deliqui e terrori con punte di cretineria e morbosità noiosissime. Sono però proiezioni importanti, un festival collettivo allestito sul limite dell’infanzia dove si dicono addio quel che non sarà mai e quello che purtroppo sarà. Sfoghi: materializzazioni fantastiche di forze che verranno soffocate oppure continueranno a guastare come corvi dispettosi ed è l’ultima volta che possono vedersi in forma umana. La moneta si muove sul foglio con le lettere dell’alfabeto scritte in cerchio o si spegne la luce di notte a casa dei tuoi, qualcuno sviene qualcuno ride: da grandi ci si ripensa con vergogna. Pezzetti di storie recitate in trance che vorrebbero dire qualcosa su chi potremmo essere, destini singoli impigliati nella trama del probabile, sogno incerto che si comincia volente o nolente a fare di sé e presto saremo ognuno per conto suo).

mercoledì 8 aprile 2009

4anniditeatro

Fuori dal teatro san Ferdinando c’è uno spiazzo e due aiuole piene di cacche di cane dove non cresce l’erba. Su un lato ci stanno tre cassonetti di monnezza, pieni di cartoni e rifiuti. Hanno cercato di farli venire a togliere, visto che alle sei c’è lo spettacolo, ma non è venuto nessuno. I bambini del quartiere giocano lì, ci sta una specie di blocco di cemento, un’arca chiusa da sportelli di ferro, non so cosa ci sia dentro ma sembra un deposito o una scala per i sotterranei. Lì e lungo la ringhiera i bambini hanno raccolto assi di legno e cassette di frutta: è il loro deposito giochi. Tra poco sarà Pasqua e giocano coi bastoni della scopa a portare l’asta col gagliardetto della confraternita come faranno durante le processioni i grandi. Hanno pure incrociato un legnetto sulla cima, per simulare il crocifisso. Nelle processioni delle confraternite dietro sta la banda, tutti vestiti di bianco, e davanti i portatori del crocifisso o stendardo che è un’asta di metallo piuttosto lunga e pesante cosicché per portarla issata ci si mette in vita un grembialino di cuoio contro cui poggiare l’estremità e fare leva sulla pancia.
Il teatro SanF è stato inglobato in un grande condominio giallo piuttosto brutto, anonima edilizia anni sessanta. I due palazzi che gli stanno di fronte e chiudono la piazzetta sono invece molto belli, dipinti di caldo giallo e con le finestre ampie sormontate dalle decorazioni in gesso. Sarebbe bella questa zona, la luce scende facilmente nelle strade e le mura antiche stanno a due passi.
Chi aveva 13 anni adesso ne ha 17 o 18 e c’è tutta la differenza. E chi ne aveva 11 adesso ne ha 15 o 16 ed è proprio una grandissima differenza. Sono scoperte anche queste se non le hai mai vissute, se tu stessa non hai molti anni ed è la prima “generazione” di dodicenni che hai incontrato. Un bel giorno ci si guarda e si vede che non solo la loro voce e la loro altezza è cambiata ma anche il modo di parlarsi, la qualità dei discorsi, la posizione reciproca. Ti stanno accanto e quel rapporto di estrema dedizione e cura con cui li hai accompagnati per un periodo adesso può cambiare. Ci si riconosce e tu hai la sensazione che tutto ciò che hai vissuto e sembrava essere a perdere invece ritorna.
Avendo avuto a che fare con loro nelle scuole medie la sensazione era quella di persone troppo travolte dal cambiamento e dalla trasformazione per dimostrare coerenza nei comportamenti. Per spiegarsi meglio: ci sono i caratteri, le inclinazioni, le personalità che si formano ma la volontà che dovrebbe sostenere i propositi è ancora immatura e sottoposta a troppi scossoni emotivi. E anche le ricerca di un’immagine di sé segue troppe sollecitazioni, il mondo intero diventa uno specchio parlante moltiplicato per ciascun ambiente o persona che si incontra e loro oscillano tra impostazioni, certezze e dubbi senza conservare troppo ricordo dei vari sé da uno stato all’altro.
Non sono più bambini/e e quindi non hanno più lo stupore e l’incanto e la credulità. Hanno la forza in cambio e le prime idee sul mondo, sulla verità, sul senso dei rapporti fra individui e società. Intanto li frastorna un lavorio interno, sembrano attraversati da un forte vento oppure presi dalle visioni, non pare che abbiano il senso del tempo e ogni passione diventa tutto al momento e nulla la settimana dopo. I discorsi sono recite che provano come vestiti, cercano di aderirci e se li deludono li abbandonano senza memoria. La preoccupazione per l’apparenza verso gli altri o l’adesione a un codice che sia condiviso li domina in continuazione, senza il correttivo di ciò che nell’adolescente più grande è la vita etica o comunque la compassione, l’ascolto, la considerazione dell’altro che hai davanti. Sempre mi viene in mente l’espressione di maria montessori che definisce le persone tra gli 11 e i 14 anni neonati sociali. Il loro egoismo sembra quello del neonato, il loro bisogno di cura altrettanto e l’enormità degli avvenimenti che li attraversano non appare all’esterno. Sono i neonati nella famiglia sociale, sono altrettanto esposti e ricettivi, altrettanto delicati e vulnerabili. Gli si può fare di tutto e in effetti gli si fa di tutto, li si incanala in un destino determinato con una brutalità collettiva che rivela molto sui rapporti di potere effettivamente vigenti. Stiamo ancora aspettando il progresso per ciò che riguarda la considerazione delle persone in quella età.

martedì 7 aprile 2009

la rotonda - parte2

Robertino non si mischiava spesso ai nostri giochi. Se si facevano partite a palla guerra o sparviero, a guardie e ladri o pallavolo, ci stava. Altrimenti preferiva allontanarsi e non partecipare alle lunghe affabulazioni recitate che ci rapivano per settimane: montagne della scozia, grandi case piene di fantasmi, una numerosa famiglia di orfani coinvolta in avvenimenti sanguinosi e soprannaturali dove serviva saper ballare saltare cantare pattinare e superare sfide e paure estreme ecc. ecc. Non tutti i maschi del cortile partecipavano sempre a quelli che chiamavamo "giochi di fantasia": c'era chi non se ne perdeva uno e chi si faceva un giro ogni tanto. Nei periodi della banda della bici o delle esplorazioni a villa maria invece eravamo tutti assieme. Tranne lui che faceva il tipo solitario.
Era un pomeriggio caldo, stavamo in maniche corte e giocavamo sulle parallele. Arrampicati sulla struttura eravamo in casa: chi si svegliava, chi preparava la colazione, chi stava alla finestra o si lavava i denti. Eravamo agili come scimmie, cercavamo il virtuosismo perché volteggiare tra i tubi era un piacere fisico che aumentava se gli altri apprezzavano la tua bravura. Per andare da un’ala all’altra bisognava tenersi sospesi alle sbarrette che come una scaletta in orizzontale collegavano le due parti della struttura e chi perdeva la presa ci rimaneva male perchè risbattere i piedi a terra ti faceva sentire come un uccello goffo caduto dall'albero o come un angelo stupido che aveva perso il paradiso.
Poi bisognava andare al paese per fare la spesa e iniziavamo a camminare in direzione del pratone, molto attenti, sparpagliati per evitare di essere acchiappati in troppi in una volta sola. Il cammino era infatti infestato dagli zombie, cioè dal povero Giampiero e da quelli (pochi) che gli riusciva di acchiappare dopo un sacco di agguati.
Dalle parallele avevo visto Robertino entrare nella rotonda dietro la sabbionaia e andai là dentro a vedere che faceva. Il cortile era grandissimo, sotto i portici accanto ad ogni scala (arrivavano fino alla Q) c’era una rotonda cioè una sorta di nastro di cemento grigio e granuloso ravvolto a spirale. Servivano da magazzini o da depositi ma in realtà per la gran parte erano vuote e a nostra disposizione. In una per un periodo avevano lasciato delle grandissime bombole di ferro, poggiate a terra, e io e cecile ci eravamo sottoposte a un allenamento durissimo per imparare a camminare sui rulli in movimento come vere artiste del circo. Suo padre poi ci scoprì e piantò un sacco di storie, a noi e al portiere, sul fatto che era pericolosissimo e che potevano esplodere, tutte assurdità che però fecero finire il gioco per sempre.
Dentro la rotonda era scuro e fresco. Si sentivano le grida degli amici inseguiti dai mostri e se guardavi in alto si vedevano i rami dei pini agitarsi, illuminati dal sole. C’era un forte odore di alcool, Robertino era inginocchiato al centro della rotonda e armeggiava attorno a un camioncino rosso. Era tutto preso dal suo lavoro ma sembrava contento che fossi andata a trovarlo. Adesso ti farò vedere, disse. Hai mai usato l’alcool per fare cerchi di fuoco? No, sembra bello. E mi appoggiai contro il nastro di cemento. Non capivo cosa stesse facendo ma quando lo vidi scattare rapido e poggiare la mano sul pavimento mi resi conto della schifezza. Stava cercando di chiudere dentro la macchinina quattro grossi ragni, di quelli con il corpo tondo come un bottoncino e le zampe lunghe lunghe piegate a metà. Il piacere di stare lì si raffreddò e anche lui mi sembrò diverso, improvvisamente. L’avevo sempre trovato carino, anzi era per via di quel viso regolare e bello che in fondo non l’avevamo mai preso in giro o emarginato, nonostante fosse un po’ strano ma ora era eccitato, nervoso, gli veniva una specie di sorriso stupido e bestiale. Ci era sembrato spesso cupo e anche maligno quando ci faceva le smorfie ma brutto come lo vedevo allora non era stato mai. Finalmente riuscì a chiudere lo sportellino e appoggiò il camioncino rosso al centro della rotonda. Poi si mise a fare dei giri tutt’intorno come uno stregone o una scimmia, stava molto attento a versare bene l’alcool seguendo una tecnica sua e infatti parlava tra sé e sé su come fare e come versare. Io non riuscivo a guardare più niente, i riflessi del sole sul soffitto, i rami dei pini che stavano sul limitare del porticato, il colore di rosa stinto del pavimento in alcune zone. Lui aveva l’accendino e dette fuoco, spostandosi subito dalla parte della rotonda opposta alla mia e osservava contento ora il piccolo incendio ora la mia faccia. I ragni riuscivano a scappare dalla macchinina, due mezzi morti e due vivi; i vivi cercavano di allontanarsi ma incontravano altri cerchi di fuoco e alla fine morivano tutti bruciati. Dentro al camioncino c’erano anche delle formiche ma il più bello, disse Robertino, era farlo con le lucertole e mi indicò delle mummiette bruciacchiate lungo il bordo della rotonda. C’era nell’aria l’odore dell’alcool e c’era odore anche di amarezza incomprensibile. Poi mi passò lo schifo e mi venne la pena, lui e i suoi riti di tortura consumati da solo là dentro, al buio mentre noi giocavamo felici fuori mi facevano pena e mi venne la visione.
Bastano delle parole sentite, non ascoltate perché magari stai facendo altro e non ascolti i genitori che parlano ma in realtà sì, le orecchie non è che solo sentono, ascoltano proprio quello che vogliono altrimenti non si spiegherebbe come poi si sappiano tante cose. Frammenti che galleggiano da qualche parte, in un magazzino poco usato del cervello, e poi vengono fuori al momento giusto. Sono sensazioni o suggestioni, non proprio ragionamenti ma piccole cose che vanno a posto e di colpo ti rendi conto che sapevi una cosa. Io sapevo che suo padre, quell’uomo dalla faccia tonda e rosa, coi capelli molto neri che gli facevano una specie di onda un po’ unta sulla fronte, era cattivo. Le nostre mamme erano amiche ma i nostri padri no. Non lo guardavo mai in faccia se lo incontravo, lui sorrideva ma io lo evitavo, c’era una cosa brutta che lo riguardava ma cosa era…cos’era…cosa era?
Robertino in garage nascosto dietro alla macchina, con la serranda alzata e la luce radente che scende dallo scivolo vicino. Sotto il cortile ci sono i garage e sono come strade di cemento con tutte le serrande ai lati. Qualcuno sta arrivando. È vietato andare là, lui ci va per prendere la trielina o la benzina o l’alcol ma è proibito, ce l’hanno detto tante volte, sono cose che non bisogna usare. In generale non vogliono che giochiamo di sotto ma noi ci andiamo e facciamo partite a guardie e ladri infinite anche perché conosciamo tutti i passaggi segreti, li sappiamo ritrovare solo dopo molti tentativi ma sappiamo che ci stanno e che si può passare dai garage alle cantine e che ci sono cunicoli che uniscono le due parti in cui si divide sottoterra il parco. Ma adesso lui è solo, sta in silenzio dietro la macchina e il papà si avvicina, fuori è la sera ancora luminosa di un pomeriggio di tarda primavera, è l'ora in cui si torna dal lavoro e in cui noi siamo affannati dopo un intero pomeriggio di giochi ma robertino è in garage e il cortile sta di sopra e si nasconde in fondo, dietro il parabrezza della macchina ma la serranda è alzata e sono le sei. La sensazione è di pizzicore tra le cosce, come se scappasse la pipì, pizzicore e calorino tra le cosce ma è paura soltanto paura. Non pensa nemmeno di scappare, non c’è nessun posto dove scappare o allontanarsi, bisogna stare lì e vedere tutta la scena, vivere tutta la scena, anche a voler dire qualcosa la gola non fa rumore. Ha i mocassini neri e i pantaloni marroni con la piega, ha l’odore del dopo barba sulla camicia e gli occhi un po’ lucidi e cattivi, con le lucine della cattiveria dentro che gli vengono quando si arrabbia così. Robertino non piange, non lo guarda, non dice nulla, si sente a momenti il cuore che batte nelle orecchie e la voglia di fare la pipì ma più respira più vorrebbe piangere o ridere, sale una specie di riso che in realtà è pianto ma invece non è nulla perché sta lì zitto immobile con il cuore nelle orecchie e le cosce strette e sfregate appena una contro l’altra. Non lo guarda, non vuole vedere quegli occhi o la bocca e nemmeno i mocassini neri e la fibbia della cintura, guarda invece il tubo ecco la vera paura il vero problema è il tubo tutto macchiato di rosa che sta lì appeso. È un tubo di plastica trasparente per travasare il vino, si mettono i fogli di giornale a terra e poi dalla damigiana grande il vino sale nel tubo e va nelle bottiglie, poi si appoggia la bottiglia al centro dell’attrezzo di ferro, si sistema il tappino a corona e pigiando la leva la bottiglia si tappa ed è divertente fare il travaso non è noioso ma ora ci siamo ecco ecco il bambino si schiaccia nell’angolo del garage, contro le ragnatele, il babbo ci passa lo stesso, c’è abbastanza spazio di fianco alla macchina e arriva davanti al bambino, col tubo di plastica che ha staccato dal chiodo e dev’essere come sentirsi in trappola, come sentirsi la pelle che si alza da sola dalla carne dalla paura ma non esce né il pianto né il riso né la pipì mentre diventa un dolore il dolore il dolore e liberarsi quasi perché poi finisce.

giovedì 2 aprile 2009

la rotonda - parte1

Era una calda mattinata di giugno. Alle undici la lamiera leggera dello scivolo accanto alla sabbionaia scottava di già. Scendevamo presto con indosso vestiti leggeri a cui non eravamo abituati. L’aria era fresca, il sole forte, l’estate, e i suoi cambiamenti imprevisti, ancora sulla soglia. Crescevamo in fretta e allo stesso tempo le giornate erano come un largo fiume immobile e luminoso.
Qualche volta rimpicciolivamo, ci abbandonavamo a un piacere stranoto e appena andato, ritornavamo all’alacrità automatica dell’infanzia primissima, per risposarci dal lavorio fantastico e avventuroso dei giochi nuovi.
Aveva piovuto,la sabbia coi suoi puntini di luce minerale era scura e fredda, noi ci davamo da fare rapiti dal meccanismo, bisognava produrre, fare e darsi, avanti indietro dalla sabbia allo scivolo con il ritmo ordinato del gioco mentre la recita scorreva dalle labbra, in un chiacchierato basso continuo: si deve, facciamo, tu dicevi , io trovavo, ecco è così. L’istante pieno e risolto ci ricomprendeva, noi eravamo assorbiti.
Da allora l’immagine è là, conficcata sul fondo coperto dalla marea e non ha correlativo attuale.
Ripugnante. Insensato, indegno tutto e ad un tratto, come per una frattura intervenuta nel vedere solito, all'improviso. Ché lo scivolo era lo stesso, rosso e blu, gli scalini d’alluminio traforato stranoti come ogni bozzo sulla lamiera e il sapore persino della sabbia che i fratelli piccolini assaggiavano ancora di nascosto dalle mamme, criccric sotto i denti.
Le striscioline brune dei vermi messi a friggere sullo scivolo arroventato, che si contorcevano ustionati fu uno choc, una rivolta estetica prima che pietosa, la miseria improvvisa di quell’impiego incosciente e tristo ci sminuiva tutti. Da qui non si torna indietro, basta.

mercoledì 1 aprile 2009

back stage

la cosa più diseducativa che ho visto recentemente è la trasmissione Provini che finge i provini per diventare tronisti/e o corteggiatori/trici a Uomini e donne. Il backstage del backstage sarà il prossimo passo n questa velleità di vero che ancora punge le bestie cieche. La massa (che siamo in pieno attuato fascismo si vede dalla rappresentazioni della massa e dall'effetto ancora incalcolato che produce il suo spettacolo sulla psiche individuale, cfr. il congresso pdl recente dove i numeri sconvolgenti sono quelli delle coreografie totalitarie)la massa di giovani che preme all'ingresso, col gel e i vestiti adatti riempie tutto lo schermo, è un'affermazione di potenza che già minaccia e assoggetta lo spettatore. Poi nello studio da un lato del tavolo delle persone che devono giudicare e che non hanno nessun altro titolo che non sia la sorte. Viene fatto sedere il candidato o la candidata, da dietro le quinte qualcuno esclama Bono! o Bona! e allora entra in studio a conoscerlo/a e parlano in maniera grottesca di amore: sei geloso? sei timida?, mi trovi bella? credi all'amore? I candidati subiscono umiliazioni, una ragazza viene fatta struccare ed è derisa, un belloccio viene vezzeggiato come un oggetto. alla fine è espresso un giudizio pieno di livore invidia e stupidità da parte delle giurate imbellettate. atroce, vedere per credere. Più i numeri del congresso del partito beffa, controllare per credere n. di sedie, studi televisivi, piatti al buffet. è fantascienza.

il bacio sulla bocca

Un pomeriggio lungo la strada da scuola al teatro le due tremendine erano particolarmente su di giri. Sembrano ubriache, gli prende la ridarella e camminano sbandando, appoggiandosi una all’altra e piegandosi in avanti; si tengono per la vita dicendosi cose all’orecchio e intanto si girano appena, gettando un’occhiata da sopra la spalla per controllare se le stai vedendo, se sei presa almeno un poco all’amo della curiosità. Sono eccitate da un segretino, penso, da un segreto cretino che tra poco, in un modo o nell’altro, verrà fuori. E infatti quando siamo quasi arrivate Manu si mette dritta di fianco a me,dà un colpo di tosse e si passa la mano sulla frangia leggera. Si dà un contegno insomma ma mantiene una piega, di fianco alla bocca, che è il segno della risata in canna, pronta a scoppiare. Raffaella sta due passi dietro, più timida, incerta su fino a che punto può seguire l’amica, col un mezzo sorriso pronto pure lei ma congelato dalla tensione.
-Professorè ma…volevo chiedere una cosa… che vuol dire lesbica?
E giù a ridere, piegate in due l’una sull’altra. Poi pantomima di ricomposizione dignitosa e attesa della risposta.
Io mi tengo diffidente di base, bisogna capire dove va a parare il discorso: - Perché? non lo sai che vuol dire?
-No, davvero, voglio saperlo, che è? Oggi la professoressa S. ha detto che noi siamo lesbiche.
Vedo in un lampo la professoressa S. e sento che, in qualche modo, potrebbe pure essere accaduto. S. ha un atteggiamento culturale totalmente scomposto, aderisce in maniera fanatica alle più varie posizioni ideologiche, può dire cose sensate sulla didattica e poi manifestare pensieri del più becero paternalismo, non ascolta mai nessuno, non è dotata dell’opzione dialogo e questo perché è convinta di essere illuminata direttamente da dio che le propone quotidiani mandati da assolvere all’interno dell’istituzione scolastica. È autrice di un poema sul flusso mestruale, di un inno della scuola intonato sulla musica di Giovinezza giovinezza, di cartelloni sulla pace dove rime atroci propagandano slogan vuoti, si eccita per i dictat del ministero e per una visita che ha fatto a San Patrignano dove Luca Muccioli gli si è presentato avvolto da fiamme “cristiche”e sexi. Non è sposata, fa accenni alla sua castità ma se ne esce con brutalità gratuite.
Tuttavia con le tremendine non bisogna scoprirsi e così nego: - Ma dai, non credo proprio che sia andata così.
-No ti ggiuro – insiste Manu – stamattina in corridoio io e Raffaella ci siamo salutate così, col bacio, e lei ci ha detto che fa schifo perché sembriamo due lesbiche.
Le ragazzine mi fanno vedere come si salutano, un rapidissimo bacio sulla bocca, segno che in questo periodo vanno proprio d’accordo. Lo conosco quel saluto, l’ho visto fra madre e figlio, fra zii e nipoti e cugini, lo usa sempre anche l’amica rumena di mia madre con le amiche e la sorella. A me non verrebbe, sono piccolo borghese. Ma che c’è di male? Manu intanto aspetta che mi esprima, in realtà credo che l’eccitazione vada avanti da stamattina, sentirsi dare della lesbica alle otto di mattina da una professoressa deve essere un fatto piuttosto eccitante a dodici anni. Mio malgrado getto acqua sul fuoco:
- Manu, ma non so se ha detto proprio così, io… non so forse a lei non piace, forse pensa che a scuola non vada bene anzi credo che a lei dia fastidio...
L’indirizzo educativo condivis, il regolamento: questo ideale introiettato per cui mi sorprendo a scannerizzarmi la superficie ideologica verificando se tra me la professoressa S. e la scuola possa esserci un punto d’incontro ma non lo trovo. Manu aspetta ancora e incalza: - Ma allora noi siamo lesbiche?
– Manu ma che vuol dire, la smetti! hai dodici anni e saluti Raffaella così ma che c’entra, può mai avere qualcosa a che fare con lesbica questa storia?! Bisogna usare bene le parole, non è un insulto non è niente è un modo dell’amore ma non c’entra nulla e nulla e niente, basta mò!
Cosa ricavo? un sorriso così, un moto di simpatia in più nella testolina di Manu, labile come la scia nell’acqua e che sparirà al primo scazzo che avremo, forse il pomeriggio stesso e allo stesso tempo, memoria dell’acqua, andrà a fondo come un chicco di ghiaia e se la rivedrò grande mi saluterà col sorriso bello. Il tempo che riprendo fiato dopo la filippica e loro due sono già avanti, ugualmente sghignazzanti, rotolano davanti a sé il trofeo di lesbica, lo diranno poi durante il laboratorio trecentottanta volte, cercheranno di fare partecipi tutti gli altri dell’eccitazione e mi chiedo se la prof. S. possa immaginare cosa ha prodotto il suo sdegno. Prese in giro al momento ma anche una particella di brutalità in più in questo mondo. Perché non glielo ha detto con parole distese, con cortesia, con umiltà, spiegando la propria convinzione personale, mettendo in campo in se stessa, mi domando.
La mattina dopo S. mi ferma sul pianerottolo del primo piano, ispirata dalla sua nuova missione: Senti F. lo sai che ha fatto Botti? Ha preso l’abitudine di salutare le compagne così, con un bacio sulla bocca, ma è una cosa schifosa non credi, ma che roba è non è dignitoso, per loro dobbiamo insegnargli le buone maniere. Glielo ho detto infatti, le ho spaventate, gli ho detto che sembrano lesbiche che poi davvero a vederle è una cosa sgradevole e può pure sembrare ecc ecc.
- Sì, S. ma ora devo andare.