mercoledì 30 settembre 2009

Le formiche hanno un unico cervello che si mette in comunicazione col mio

Le formiche sono venute nella mia piccola casa e pensavano
di poter fare come volessero.
Andare nella dispensa sul tavolo nel lavandino sulla scrivania lungo i muri e per mezzo la stanza
Le formiche pensano in maniera furba e arrogante
Esse invadono il mio piccolo spazio e io selvaggiamente
Rancorosamente
Con ripugnanza e senza alternative
Le perseguito.
Il tubo dell’aspirapolvere come una pistola dal risucchio fortissimo
interrompe le file spazza via i grumi brulicanti risale la via che hanno fatto sul muro
A sera
mi dico
si conteranno e rimarranno stupefatte di quante mancheranno
Ma intanto più ne cattura l’aria più ne ritornano e Sciocche
io penso
Come insistono lì dove c’è l’annientamento
Il corpicino si aggrappa resiste si appallottola e poi non c’è più
Intanto il loro cervello,
un unico forte cervello che quando tutte le antenne si sono toccate e trasfuse
compie il ragionamento
decide che bisogna essere meno arroganti che conviene tenersi
lungo il muro nascondersi
quando io mi avvicino e farmi paura
Mi affaccio sulla fila e loro si agitano e sotto ai bordi si nascondono
Ma non rinunciano a scoprire un posto nuovo dove ficcarsi ogni giorno
Sento il loro pensiero
Che non coglie me evento distruttivo o scomposto particolare irrelato
Ma onnicompresa intera gigante creatura nemica
e inizia la lotta mentale
mentre uso la pistola ad aria mi sento
Formiche sulle gambe e sulle braccia
mi spaventano con l’impressione di formiche sulle gambe e sulle braccia
Che salgono e si arrampicano e camminano
Poi la notte si ritirano col buio
sentono la notte e strette nel nido tutte quante
tutto raccolto e potente il formica cervello mi mette in guerra
nel sogno popola le mie case il mio letto di piccole bolle gialle
grappoli di bolle gialle attaccati alle finestre ai materassi e
quando si rompono
da quelle sgorgano i fiumi delle formiche
nei recessi della tana dove a notte tengono
il consiglio di guerra le formiche
formulano i sogni e io aspetto che con l’autunno
lascino il campo o mi chiedo
che preghiera mi possa illuminare

sabato 19 settembre 2009

7-11 settembre

La seconda settimana in sede la faccio breve. Lunedì 7 avevo ancora il corso sui cittadini terzi. “Un conto è la carta, un altro i nostri accordi” ha detto la coordinatrice dell’associazione X. E infatti arrivando alle novemmezza, iniziando alle dieci e andandosene a mezzogiorno di cinque ore cartacee ne escono due reali, compresa la pausa caffè. Intendiamoci: per me lo scandalo è dappertutto. Questo della scuola napoletana è solo un osservatorio, un micro-mondo da cui guardare lo stato attuale della nostra convivenza civile.

Lunedì 7 una ragazza che non ha mai fatto sport, senza trucco e fiacca ha proiettato sul muro delle slide inutili, commentandole con voce monocorde, sempre più rotta da sospiri e tremiti nervosi man mano le colleghe a gruppetti prendevano a chiacchierare fitto o a entrare e uscire di continuo (hahahaha). Ho saputo che a Napoli ci stanno meno minori migranti che in tutto il resto d’italia, perché ci si sta male ed è terra di passaggio. E che san Lorenzo è in compenso il quartiere dove ce ne stanno di più, cinesi in primo luogo e poi in proporzione decrescente cingalesi, europei dell’est, indo-pakistani, africani, latino americani.

Martedì 8 mi trovo con i Magnifici 4. MRV è di cattivo umore, per il mal di collo dice. Ci studia e sbuffa. Stiamo un paio d’ore in un’aula del secondo piano dove non parliamo di nulla. Il giorno prima mentre ero al corso loro hanno fotocopiato le indicazioni ministeriali per la programmazione; oggi alle mie domande ricevo spiegazioni fumose, frasi che nei prossimi giorni diventeranno ritornelli. “La gente si iscrive ma poi li perdiamo, smettono di venire”. “Se si è fortunati c’è il gruppo bello ovvero adulti motivati. Se si è sfortunati, come capita sempre più spesso, ci sono molti ragazzini e ragazzine di 16-17 anni, cacciati dalle medie la mattina e con quelli è difficile, non si tengono e fanno fuggire anche gli adulti”. “Non dovremmo servire a questo, loro se li levano da davanti e li mandano al serale”.
Mi fanno vedere le prove d’ingresso che hanno usato l’anno scorso e si dice subito che vanno bene. Si stabilisce solo che cercherò un brano nuovo per la comprensione del testo, dato che quello vecchio non andava bene (“è noioso, non lo capiscono o non si mettono a rispondere alle domande”). I testi di ingresso fatti come sono fatti sono solo delle schede idiote, create un giorno da qualche volenterosa e poi replicate all'infinito. Servono per fare atti di protocollo, per dare l'illusione dello standard sceintifico. si suppone che un insegnate dopo le interpreti per dedurre i bisogni formativi dell'individuo ma in realtà sono utili per riempire la fase delicata dell'approccio con qualcosa di differente da un'autentica strategia di reciproca conoscenza.

Mi offro di preparare un questionario “simpatico” per sondare passioni abitudini inclinazioni ma è un’ida che trovano troppo originale “Ma no vedrai, meglio non confonderli, poi si capirà dopo”. Mi ripetono: “Vedrai che siamo noi che dobbiamo adattarci a loro, non il contrario. Eh poi capirai…”. MVR mi studia, Magamagò è un mostro.

Mercoledì 5 ho di nuovo il corso “Arrivi Differenti” (è fatto col Fondo Europeo per l’Integrazione di Cittadini di Paesi Terzi, ma il suo nome è questo, bello no?). Arrivo indifferente alle novemmezza e la coordinatrice mi dice: “non c’è il corso oggi, la formatrice non ha potuto venire, firma qui”. Firmo il registro di entrata e uscita, come se ci fosse stata lezione. Bello no?
Raggiungo i Magnifici quattro (la collega d’inglese sta sempre appoggiata e attende) che nella stessa aula di ieri stanno dicendo le stesse cose di ieri. Parlano del prete che pretende che gli stranieri che manda lui abbiano la licenza media ma MRV glielo ha detto: “non parlano italiano, come si fa?” e quando lui ha risposto: “facciamo un corso intensivo di italiano, ve li mando tra un mese”, lei ha risposto: “ma vengo anche io allora, se potete insegnare l’italiano in un mese io mi imparo tutte le lingue, inglese francese e altro ancora”. Inglese, felice di fare polemica anticlericale: “Eh certo è il metodo carismatico che hanno loro, basta imporre le mani”. “Ah allora la pensiamo uguale” e così MRV e Inglese solidarizzano sulla loro sinistrità e mangiapretità. Tecnica precisa che lei è cattolica credente ma questo prete ha proprio sbagliato, non si fa così. Maga magò dice: “No così non si fa eh”. La stessa conversazione verrà replicata più e più volte in più e più giorni. Cerco di chiedere come facessero con l’orario, l’organizzazione degli spazi e delle lezioni e non riesco a farmi dire nulla.

Giovedì 6 ci troviamo alle novemmezza nella stessa aula. L’orario dell’anno passato è scritto a penna su un foglio protocollo a righe spiegazzato. Non si capisce nulla di niente. Una prima ora è dalle tre e mezza alle quattro e mezza. Poi ci sono due lezioni d un’ora e mezza. Sembrerebbe che ci fossero due sezioni ma poi in ogni quadrato i nomi delle materie sono messi a caso. I Magnifici intanto parlano: “eh gli iscritti ci saranno vedrai il problema è tenerli”. “No l’aula informatica non la usavamo”. “Non sappiamo se c’è la televisione, forse. Ce n’era una nella sala in fondo, l’avete vista ieri?”. “Da settimana prossima allora andiamo là in sede e vediamo come organizzare eh”. Io guardo e riguardo quella cosa che chiamano orario e inizio a capire che sono di fronte a qualcosa di totalmente inedito.

Dai conteggi risulta che qualcuno faceva tredici ore, qualcun altro diciassette e qualcuno 19 ma le tre colleghe mi dicono di lasciare perdere, che quello era orientativo. A scampia succedevano altre cose, mi ricordo. Per esempio un anno l’orario provvisorio è rimasto in vigore fino a novembre e c’era gente che faceva meno ore delle sue. C’erano persone che avevano sempre le prime ore e altre sempre le ultime. Anche a me è sempre andata bene,pure perché ero la protetta del collega che faceva l’orario... Una volta racconterò della festa che fecero quando Floria andò in pensione, un vertice della mia esperienza con la scuola pubblica del ghetto.

Mentre noi nulla facevamo in un’aula altre docenti nulla facevano nelle altre a parte qualche maestra che aveva iniziato a dare una pulita con le bidelle, a spostare un poco i banchi, giusto così, per dare una sistemata all’aula visto che tra tre giorni avrebbero accolto bimbe e bimbi. Venerdì invece non c’era nessuno, solo noi del corso Arrivi Diff. Quando arrivo, in ritardo, vedo un uomo triste spiegare alle colleghe che le ucraine lavorano come badanti e pulizia e a casa gli uomini, privati del ruolo di capofamiglia, bevono e si deprimono. Decido di fuggire, firmo e me la svigno. Non metterò piede per un pezzo nella sede centrale e così ne approfitto per un ultima visita al museo dell’incongruo. Nel corpo di collegamento trovo le aule delle materne, appena ristrutturate che sanno ancora di vernice e senza arredi. Un po’ dappertutto scopro anfratti dimenticati, attraverso tramezzi sfondati accedo a zone off limits, con ascensori ancora imballati, mai usati e già da buttare, cessi inutilizzati che perdono acqua, cataste di roba dimenticata. In un’aula ancora in ristrutturazione ci sta un vecchio pianoforte. [cliccare su foto per vedere]
Album senza titolo

venerdì 18 settembre 2009

venerdì 4settembre

Venerdì 4 settembre, sede centrale, corso di formazione sui Cittadini terzi (?) alle 10.30 e Collegio docenti del serale (dicesi Ctp) alle 12. All’ora prevista nell’aula del secondo piano dove si terrà il corso siamo in 4. Nessuna mi caga neanche di striscio. Una collega ha portato con sé il figlio, un bimbo di circa 5 anni con i capellini corti corti che starà tutta la mattina seduto senza fiatare, rapito da un piccolo oggetto metallico che si apre a libretto e che tiene fra le mani schiacciando i tasti, gli occhi fissi sullo schermo che non vedo, che nessuno vede mai a parte lui. Il corso, ora che arriveranno i formatori e i colleghi, che si sceglierà l’aula e si prenderà posto, comincerà alle 11e10.
Nel frattempo mi faccio un giro: al secondo piano, guardando in faccia il busto del barba, si gira a destra, si entra da una porta taglia fuoco e ci si trova faccia al muro. Si volta a destra e poi subito a sinistra, in un corridoio stretto senza finestre, occupato da due scaffali di metallo vuoti e sgangherati e da un carrello delle pulizie. Mezzo staccati dalla parete stanno un cartellone con foto di alunni alla vendemmia e cartellone a finestrelle sul calendario natalizio. In fondo si apre la porta della prima aula e da lì, svoltando a sinistra, ci si trova finalmente nel corridoio su cui si aprono le aule. Ci troviamo proprio sopra la segreteria. I muri sono coperti da lavoretti vecchi, alcuni osceni (ovale di cartapesta decorato a foglioline e polvere), altri dignitosi (collage sui dinosauri o schema dell’evoluzione) ma comunque vecchi. Come potrebbero essere del resto le condizioni delle pareti sottostanti? Basta guardare le aule per immaginarlo. Mi sembra di essere di nuovo in un sogno, o in un film sulla scuola dei fantasmi, come se il 5 giugno di un anno lontano lontano il mondo fosse finito e io risvegliata da decenni di coma mi trovassi a camminare tra le vestigia corrotte della quotidiana umanità. Sulle lavagne si legge: il giorno 5 giugno le lezioni sono sospese, riprenderanno il 10 giugno; le cattedre hanno appoggiati le penne e i libri sopra, coi cassetti mezzi aperti. In un’aula c’è uno zainetto ancora in piedi sul banco e dappertutto sta posato un dito di polvere. Tre mesi di assoluto abbandono e tra una settimana arrivano i bambini. Le pareti non vengono imbiancate da anni, sono piene di graffiti di macchie di residui di colla. I banchi a forza di essere strusciati sui muri hanno scavato delle scanalature nel cemento. In ogni aula ai muri stanno appesi i lavori degli anni passati e in tutte le prime sono incollate, una di seguito all’altra, le stesse schede alfabetiche fonematiche, quelle con a di ape, b di balena, il fondo bianco, il disegno stereotipo, squallido, dozzinale. In un’aula un bimbo aveva aggiunto a penna: sotto Balena – Maddalena; sotto Formica – Federica e sotto Istrice – Piero, per le somiglianze fra gli animali e i compagni, penso. In un’altra nell’angolo in fondo a destra c’è un graffito in blu e nero, a metà tra lo stemma dell’inter e la bandiera dei pirati e poi a penna rossa la scritta, Qui luigi e antonio – chi tocca muore. Queste sono le aule delle elementari.
E ci si potrebbe chiedere: che cosa vivono qui dentro bimbi e bimbe? Provo a mettere via i miei preconcetti pedagogici: l’ambiente è importante, uno spazio pulito, ordinato, da personalizzare e adattare è fondamentale. Penso al quartiere dove mi trovo, ai vicoli stretti di San Lorenzo da cui ho visto le bambine sbucare a cavallo di mini moto rosa o i bambini giocare a palla per strada, al benzinaio di fronte a Santa Sofia dove c’è stata la sparatoria l’anno scorso e mi dico: che c’entra. Dipende da come si fa e si può fare tutto. A secondigliano, incistata nella ragnatela di antiche stradine di tufo, dove i negozi di abiti da cerimonia espongono nelle vetrine minuscoli frac e vestitini da principessa, dove la sera il groviglio di moto automobili e gente è tale che il cervello troppo stimolato cerca di schizzarti fuori dalle orecchie, a prezzo di lotte pluriennali le ragazze di arco iris hanno aperto una ludoteca perfetta, che bisognerebbe scriverci un romanzo. Ma il punto non è questo. Mi affaccio nell’aula dove stiamo per cominciare il corso e guardo le maestre. Non le descrivo. Una frase mi tamburellava in testa: non gli metterei in mano un bimbo. Sono entrata e mi sono seduta anche io sulle seggioline sparpagliate nella stanza, mentre tutti i banchetti uniti formavano due grosse isole. Distratta dal pensiero: loro, i miei amici napoletani proletari maschi, il mito della mia lunga adolescenza, hanno fatto queste scuole, con questi insegnanti. E non ne sono usciti rovinati ma forse neanche migliorati, mi stavo rendendo conto. Anche osservando loro ho coltivato una romantica idea della scuola di quartiere che è, mi dicevo, scuola di vita: non puoi proteggerlo/a e andrà per la città così come è, come è il mondo; a casa il nutrimento e per il resto sperare che vada dritto e le venga la pelle dura. Oggi penso che anche loro, gli amici, potevano venire meglio, con minori o diversi angoli di ottusità e ferocia, più efficaci e limpidi nei loro desideri e contributi al mondo salvo. La strada è un mito, l’infanzia felice o almeno rispettata uno altrettanto forte.

La psicologa dell’associazione X è una ragazza che non ha mai fatto sport, dal volto simpatico e senza trucco. Si siede sulla cattedra, ci guarda e spiega che lei deve parlarci de “Gli aspetti psicologici e l’identità” ma essendo una psicologa, per l’appunto, desidera che parliamo innanzitutto noi: un giro di presentazione e racconto su esperienze con gli stranieri. Da parte sua ci informa che da circa sei mesi si occupa di supporto materiale e psicologico a migranti in difficoltà , che fanno vita di strada: cure mediche, coperte ecc. Ascolto le storie che raccontano le colleghe. Ricorrono cinesini bravissimi in matematica oppure totalmente chiusi in sé, molto seguiti oppure lasciati a scuola anche con la febbre da genitori che danno numeri di telefono finti. Qualcuna dice: i cinesi sono loschi, si curano in ospedali loro e hanno anche professori privati loro. Si dice chiusi, che sono “chiusi”, corregge la psicologa. Poi si parla degli srilankesi e quando una collega li chiama cingalesi la maestra prepotente, una che parla sempre a voce altissima e sopra gli altri, le urla contro: “No, ho detto srilankesi!!!!”. Loro sono di solito buoni ed educati ma tante volte molto poveri. Poi ci sono gli ucraini, tanti ucraini. Una di loro, dicono, ha scagliato il figlioletto nella classe della materna alle otto meno dieci tutte le mattine, anche se quello per tre mesi ha vomitato ogni giorno. Le storie che sento sono sempre così: o sono tanto più educati e volenterosi degli italiani o sono tanto più trascurati e barbari. I pakistani e i cinesi comunque sono bravi in matematica.
La storia che mi ha colpito più di tutte però riguarda una bimba di origine africana. Le sue due maestre raccontano: C. non accettava il colore della sua pelle, non ammetteva di essere nera. Non si disegnava mai scura, non voleva dire di venire dall’Africa, non sapeva nemmeno il nome del suo paese d’origine. Abbiamo lavorato su questa cosa, perché non deve essere così, la bambina deve accettarsi anzi trovare l’orgoglio di chi è. Il fatto è che una famiglia bianca si l’è affiliata,sia lei che la madre; hanno preso in casa la bambina come fosse una figlia ma anche la madre nera va sempre da loro e la aiutano, che è una disgraziata. A un certo punto c’è stato infatti un problema con i servizi sociali che volevano prendersi la bambina, e non riconoscevano l’affiliamento naturale, cioè informale, che già esisteva con la famiglia bianca e solo alla fine li hanno riconosciuti e ce l’hanno lasciata. Comunque a marzo per la festa del papà l’abbiamo incoraggiata a fare il disegno con i due papà, quello bianco e quello nero con lei piccolina in mezzo. C. era contenta, si vedeva che adesso era contenta, sollevata da questo riconoscimento, stava trovando l’orgoglio. Il giorno dopo invece è tornata a scuola piangendo, tutta triste e ci ha fatto vedere il disegno. Le avevano cancellato con due segnacci il papà nero, piangeva la poverina, è stato un dispiacere per lei, glielo hanno cancellato, ci ha detto alla fine, se no papà Geppino si dispiace. Geppino è il papà bianco e non voleva capite, per gelosia chissà. Così abbiamo chiamato la mamma , la mamma bianca, per dirle che così no signora non si deve fare….

Una bidella mi viene a chiamare, collegio docenti in presidenza, sono le 11.45. Seduti sulle grosse seggiole dell’ufficio ci siamo noi, i docenti del Ctp. Cinque in tutto. Temporaneamente sei a dire la verità perché la collega d’inglese coi capelli bianchi corti è “appoggiata”, al momento. L’hanno nominata in assegnazione provvisoria su un posto che spetta a un altro per trasferimento, una bega madornale dell’ufficio competente che in questi giorni però è preso d’assalto da precari e ricorsi e non può risolvere l’impaccio. Tenetela appoggiata hanno detto.
Dunque: IO sono io, la franca. Poi c’è Tecnica, una trentottenne con i capelli molto folti, che non si trucca e si veste sempre con pantaloni e camicia, molto disponibile e cheta, voce sottile, modi concilianti. Scoprirò che è sposata, che si definisce architetto, che cita spesso suo padre. Inglese è un quarantenne con capelli rossi e occhiali che già conosco, sia perché l’ho incontrato a roma qualche anno fa al concorso per insegnare all’estero sia perché ha lavorato per anni con opera nomadi di napoli: porta con sé Il manifesto e Le monde diplomatique, non ci capiamo per neinte in realtà e mi annoia ma è qualcosa con cui sulla pratica ci si può intendere un minimo. La sua presenza in fondo mi rassicura ma purtroppo è a tempo: a marzo partirà per l’Argentina. Italiano, come me, è la boss della faccenda. Chiamiamola MRV. Non arriva ai quarantacinque anni credo, è bassina ma tonica, capelli corvini corti sul collo e montati in un’onda aerodinamica sulla fronte, occhi neri mobili e naso affilato, nerbo decisione sveglia. Da due anni fa la coordinatrice ed è indubitabilmente il capo della baracca. Matematica è la versione brutta e anziana di maga magò. Ha il volto di un pizzicagnolo robusto, porta radi capelli tinti male fermati dal cerchietto, ha gli porcini furbi e vigliacchi. Questi siamo.
Non so cosa ci ha detto la preside quel giorno. Ho capito che vuole che ci siano iscritti e che non li facciano fuggire. Ho capito che se le chiedo se ci sono lettore dvd, sala informatica e altro mi dice di sì ma non vuol dire sia vero (MRV mi rassicura ma con uno sguardo che vuol dire: c’è tempo, poi ti dico, stai tranquilla che dopo ti spiego). Ho capito che vuole le carte in ordine e che prendiamo accordi chiari con le associazioni che li portano alla licenza se no poi deve litigare coi preti (di nuovo questa storia!). Poi dice altre cose, credo, ma io nel frattempo su una pagina del quaderno scrivo l’elenco degli oggetti che riesco a identificare nell’ufficio, individuandoli sul fondo marrone in cui tutto sembra impastato, eccetto i soliti sette otto vasi di piante. Eccolo, da destra in senso anti orario: due quadri a soggetto floreale, fondo beige, cornice giallina zozza e sotto una mensola pendente che regge due scatole di cartone, due bonghetti africani, una candela natalizia. A terra tre scatoloni di materiale elettronico e un mazzo di fiori finti impolverati. Una libreria a vetrinetta con appoggiati soprammobili e libri in maniera disordinata. Sui due scaffali più in alto, scoperti, troneggiano i volumi dell’Enciclopedia italiana. Nella parete dietro la scrivania, attaccati al muro o sopra una mensolina stanno: un vaso verde; un’altra candela natalizia; un quadro con i putti; tre angiolini di gesso; tre cordoncini di cornetti scaccia sfortuna; una foto; un calendario; un crocifisso; due foto antiche della scuola; alcuni ritagli di giornale. Sull’altro lato della scrivania: una macchina fotocopiatrice e un mobiletto porta computer con lo stesso sopra. Tende di pizzo da salotto privato e piante sia dentro che fuori il balcone. Un grosso armadio marrone e basso con sopra: un pulcinella di terracotta; una ripugnante cornucopia a fontana di un materiale grigio indecifrabile; un vaso di terracotta con una spiga secca dentro. Un secondo armadietto marrone con sopra un busto del barba; un uovo pasquale azzurro di fattura infantile. Sopra sta appeso il ritratto del barba, pensoso e seduto. Una mensola regge le coppe vinte dagli alunni e infine c’è la seconda scrivania, quella della vicaria, meno ingombra di carte, più ordinata, con poggiato sopra un altro uovo pasquale, rosa però e posto su un centrino scarlatto.

La Preside sorride, MVR sorride, tutti assentiamo e io sento che la verità è tutta da scoprire.

martedì 15 settembre 2009

giovedì 3 settembre

Giovedì 3 settembre ho avuto imprevedibilmente una giornata libera. Alla fine del collegio docenti di mercoledì avevo appreso di dover partecipare obbligatoriamente a un corso di formazione sull’Integrazione di Cittadini di Paesi Terzi (?). Quando la Vicaria ha letto l’elenco dei precettati e ha pronunciato il mio nome, così sconosciuto alle sue labbra, così vago persino il mio volto per lei, ho pensato a un errore e alla fine della riunione ho trovato il coraggio di andarle vicino, attraverso la calca di colleghe che volevano firmare il foglio di presenza, per dirle: “Ma io devo ancora conoscere i colleghi, ho il collegio docenti del mio plesso venerdì…". Mi ha detto: del serale sei stata scelta tu, gli immigrati ci vanno e comunque venerdì interrompi il corso e vai a farti il collegio. Me ne sono andata rassegnata, rassegnata a perdere il tempo perché io so, chiunque sa, che in questi corsi non si impara nulla, che non sono fatti davvero, che servono a distribuire briciole di denaro pubblico ad associazioni che vivacchiano e impiegano esseri umani altrimenti destinati a fare cosa? Loro, “i cittadini terzi”, servono anche a questo: a dare lavoro a “cittadini primi” che per i giri del caso hanno fatto loro il mestiere del “disagiante”, colui che ha che fare col disagio non per alleviarlo ma per istituzionalizzarlo e cronicizzarlo. Che cattiveria. Intanto pensavo che le altre in questi giorni si riuniranno dalle 9 alle 12 per preparare qualcosa per l’inizio dell’anno (nella migliore delle ipotesi) e io invece dovrò stare chiusa in una stanza dalle 9 alle 13 a sentire stronzate, a fungere da pedina nel gioco impenetrabile che lega la scuola all’associazione X o Y tramite un protocollo d’intesa per cui X si prende i soldi dei Fondi europei e la scuola si prende bho e le docenti che ci vanno si prendono un attestato di partecipazione. Pfui
Comunque mi sbagliavo. Qualche ora dopo la fine del collegio docenti, mentre sotto il sole bruciante delle due ero salita al Vomero alla ricerca di un negozio che mi potesse vendere un ventilatore, visto che in tutte le botteghe del centro storico erano esauriti, proprio quando a due passi dalla funicolare l’avevo trovato e stavo cercando di agganciare lo sguardo sfuggente del garzone di bottega per solleticare la sua umanità e indurlo a darmi una scatola con dentro un attrezzo vero e non un pezzo di ferro che più tardi a casa si sarebbe rivelato difettoso, proprio allora mi chiamano da scuola. È Luigi, un tecnico forse, teoricamente un ATA direi, ma in realtà è un uomo sulla quarantina piuttosto in forma e senza capelli che ho conosciuto in segreteria, dove si aggira sempre molto indaffarato e che, mi pare di aver inteso, starà al serale con noi e si incaricherà di tutto ciò che ne riguarda la gestione segreteria. Sono figure queste in possesso di grandi poteri, coadiuvatori che nel gioco di ruolo bisogna cercare di avere a tutti i costi nel proprio mazzo di carte. Ragion per cui io a Luigi do già del tu, mi mostro cameratesca ma pronta a farmi guidare, tonta ma non troppo, graziosa, indifesa ma in realtà sgamata. Cerco di fare punti insomma. Luigi mi informa che il corso giovedì mattina non ci sarà, si comincia direttamente venerdì, non alle nove però, si entra alle dieci e mezza perché la sera prima disinfestano la scuola e devono passare 12 ore, va bene e ciao ciao. Bello schifo, penso, sulla polvere delle ristrutturazioni e degli anni ci cadrà l’antitopi e poi tutto volerà nei miei polmoni, ai miei pensavo, più che a quelli dei bimbi e bimbe.
Sudatissima, stravolta dal caldo ho comprato il ventilatore e poche ore, lacrime e bestemmie dopo, sono dovuta tornare al Vomero per farmelo cambiare sotto il ricatto della scena isterica e della maledizione lanciata sulle loro famiglie: mancavano le viti e non si montava bene la pala al guscio di rete.
Giovedì mattina quindi, col ventilatore sparato addosso e facendomi docce di continuo, ho pulito la casa e sistemato i quaderni e i libri. Vivo in un monolocale di 30mq, una stanza in cui faccio tutto, sonno cucina studio vita. La cosa bella è che è un nido all’ultimo piano di un palazzo antico e dalle sue due finestre-feritoia vedo Napoli intera, dal vesuvio a castel sant’elmo, la cupola di Pietà dei turchini davanti, il golfo chiuso e la sagoma di capri laggiù. Dopo sei anni ancora sopravvivo negli interstizi della città. Nulla è a nome mio, né lo pseudo contratto d’affitto né le utenze. Non ho la macchina e neppure il medico della mutua. In questi giorni parlano delle gabbie salariali e nessuno spiega per bene che qui la vita costa meno ma non è vita come si intende su, che per avere accesso alla normalità devi sottobanco pagare oppure lasciarti consumare e lottare con un dispendio tale di energie che ci mancherebbe di non poter nemmeno comprarsi un maglione o una pizza ogni tanto, pagandola meno che nel centro di Como.
Pulisco e da sotto salgono nubi di rumori, motorini, grida, sirene. In cosa si sta trasformando l’amore, in cosa il bisogno che avevo di essere immersa nel bagno galvanizzante di caos e crudeltà e verità di questo bordello urbano unico al mondo? Allegoria pittoresca ed estrema dello stato generale, città sorella dei Sud del mondo, napoli come Nuova delhi o nuova york, mi sta corrodendo infine. Mi sento sull’orlo dell’addio, ho il presentimento che questo anno che comincia ora tutto nuovo sia la conclusione. Non so chi sono gli alunni che incontrerò e mentre me lo chiedo penso ai ragazzini e alle ragazzine di Scampia, non vedo l’ora di tornare su a incontrarle, di andare al centro territoriale dei miei compagni/e. È stata l’avventura a cui devo tutto ma dalla scuola gialla me ne dovevo andare sia perché con la preside R, sopraggiunta dopo 5 anni, c’è incompatibilità assoluta, sia perché dovevo vedere e conoscere altro. Quello che ho imparato e vissuto lassù è tutto, quello che è capitato a me e agli altri (adulti e ragazzini) da dopo la faida ad oggi, passando per il teatro, gomorra, il centro sociale, la moda e la miseria è stata una grande esperienza. Per caso o per necessità, chissà, non è diventato il mio orizzonte integrale di vita. Non ci sono andata a vivere, non ho legato definitivamente il mio destino a quei luoghi e persone pur portandole impresse. Rimango deracineé. Forse questa distanza, lavorare giù in centro e salire in periferia per passione, mi aiuterà a rielaborare e capire cosa abbiamo fatto in questi anni. Intanto mi avventuro in un’altra parte della città: non potevo mica andarmene quando si spengono i riflettori e ci sarà la prova vera, tra qualche mese cadrà la Regione del Bass. e tanti progetti, gruppi e strutture anche buoni che sono cresciuti sotto questa amministrazione subiranno uno scossone, tante cose cambieranno o forse niente a parte il peggioramento, e non solo per il cambio contingente di amministrazione. Non potevo andarmene senza un altro affondo nella carne simbolica e delirante della Città Unica ma allo stesso tempo sento, proprio quando il legame con la mia vita di Scampia e di questi anni grida, sento che è la vigilia di un addio.
Mentre pulisco il bagno cerco di non respirare i miasmi chimici che probabilmente mi difettano il DNA e mi accorgo che trovarmi in una grossa gabbia di cemento mi crea una sofferenza più consapevole e meno imbelvita degli anni precedenti. Per tutti tornare dopo le vacanze è uno choc. I turisti trovano che il centro storico di Napoli rassomigli a un paese e in effetti è vero, un grande e bel paese dove la gente, tanta e inverosimilmente ammassata, si conosce e riconosce per strada. Solo che se poi salgono al belvedere della certosa capiscono bene che il paese è il cuore di una conurbazione fittissima di tre milioni di abitanti, con la più alta densità abitativa d’Europa e si spaventano e non sanno che se andassero a Fuorigrotta, Soccavo, il Vomero o Pianura per esempio scoprirebbero altri paesi, sempre aggregazioni storiche e proliferate incluse nel mare di cemento. Sistemo i quaderni e libri sui tavoli sotto la finestra e penso che mi sta accadendo quello che osservavo da giovane accadere agli scrittori napoletani: si guardano corrodere dal cancro, attaccati alla vita senza illusione, a bocca storta, con fame di dolcezza e di passione, senza pietà ma indulgenti, disgustati e innamorati di sé e dell’umano, senza reagire ma ricavandone sprazzi acuminati di lucidità si guardano mangiare dal cancro. Basta però con la cattiva letteratura devo recuperare due settimane in un post e arrivare ad oggi.

sabato 12 settembre 2009

inizio scuola

Martedì 1 settembre sono andata prendere servizio nella nuova scuola. La sede centrale è un antico palazzo che in origine fu un convento, affacciato sulla via che scende da Foria a Porta Capuana. Il suo grosso portone è sempre spalancato e ai balconi del primo piano ci sono dei vasi di piante.

Una fila di acacie stenterelle sta tra la carreggiata principale e quella di accesso alle case, con le macchine parcheggiate e qualche bottega sozza napoletana, un gommista, una rivendita di olive. Anche davanti alla scuola stanno parcheggiate le automobili. È un Istituto comprensivo e questo vuol dire che raggruppa vari ordini di scuole. Nel palazzo hanno sede la segreteria, la presidenza,la scuola materna e le elementari. Disseminate in altri “plessi” si trovano la scuola media, la scuola serale e una sezione ospedaliera. Più, verrò a sapere, un ulteriore distaccamento di scuola materna.

Quando si varca il portone ci si trova sotto il portico di una grande corte rettangolare che sul fondo rimane chiusa da un doppio colonnato su cui poggia un corpo più basso dell’edificio, a collegamento tra i due lati lunghi. Oltre quest’ultimo si vede uno spicchio di verde, una specie di piccolo giardino rialzato, a sua volta chiuso dagli altissimi muri di tufo delle altre abitazioni. La corte sembra quindi chiusa dalle colonne quando invece dall’altra parte si apre un’ulteriore striscia di cortile, un specie di rettangolo cieco ingombro di calcinacci, pezzi di automobili e resti arrugginiti di porte da calcio.
A sinistra dell’ingresso si aprono le finestre dell’appartamento terraneo dove vivono il custode e la sua famiglia. In questa stagione le finestre sono spalancate e dal buio, a voler maleducatamente gettare l’occhio all’interno, emergono pezzi di cucina e il tavolino di una macchina da cucire. Colpisce il fatto che ovunque, lungo il perimetro e ad ogni angolo della corte, ci siano vasi di piante di varie dimensioni, dalle palme alle stelle di natale. Sotto un primo arco del colonnato in fondo si colloca un monumentino d’epoca fascista che porta scolpiti i nomi dei maestri che caddero nella prima guerra, con un contrito scolaretto di bronzo che sbalza torcendosi le mani dalla stele, praticamente soffocato dai fiori e dalle foglie. Sotto l’arco seguente sta invece una specie di vasca, colma di terra, che sostiene un frontale di pietra a cui è attaccato un quadro della madonna e varie figurine di padre pio, il tutto sempre semi ricoperto dalla verzura. Nella vasca ci sono anche calcinacci, vasi rotti e groppi di radici secche. Oltre ai vasi di piante, cumuli di detriti e macchine degli operai sono l’arredo principale del cortile. In un angolo nascosto tra le due parti della corte stanno tirati dei fili con dei panni stesi e quattro sedie, diverse e rotte, li osservano in circolo.

Il custode è un ometto svelto e dallo sguardo acuto, con i capelli da direttore dì orchestra dei fumetti. Mi guarda a lungo in silenzio prima di decidersi farmi cenno col capo verso la scalinata, che si apre nell’ombra del porticato sinistro, accanto alla sua stessa casa. La scalinata è larga, di marmo “scolastico, e al primo piano si accede per una cancellata di ferro. Appena la varchi ti trovi davanti una specie di casa delle bambole di legno e due finestre così alte e luminose che la statua di bronzo scurito collocata fra le due non si nota nemmeno. Raffigura un soldato con l’elmetto, infelicemente rivolto a qualche campo di battaglia. A sinistra si apre un corridoio tutto polveroso per i lavori in corso, che percorre evidentemente il lato sinistro dell’edificio e quindi prosegue nel corpo di collegamento. A destra un altro pezzo di corridoio, sempre con le finestre che affacciano sulla corte d’ingresso, è stato trasformato in qualcosa di simile al salottino di un’anziana signora. C’è un divanetto verde e sdrucito con accanto un tavolino di vimini e vetro pieno di riviste; una cattedra che sarebbe il tavolo del bidello; un appendiabiti da aula; un paio di armadi sgangherati e piante ovunque. La porta ad ante in fondo, chiusa, porta in segreteria e presidenza. Le fanno ala a destra un espositore di legno a cavalletto che sotto un telo di plastica mezzo rialzato (per proteggerle da cosa?) mostra riviste didattiche ancora imballate; a sinistra la sagoma di ferro pesantissimo di una macchina da ripresa che risalirà almeno agli anni cinquanta. Nulla sembra avere una funzione attuale ma soltanto una storia dimenticata, come se ci si trovasse in un museo di cui nessuno ricordi il criterio. In una nicchia incongrua, quasi attaccata al soffitto, un piccolo satiro di marmo lurido si dispera con le mani tra le corna. Sullo stesso muro, sempre molto in alto, stanno appesi degli artefatti incomprensibili: si tratta di due grandi pannelli sul cui fondo rosso stanno incollati quelli che sembrerebbero pezzetti di ferro arrugginito di varie forme, ricoperti dalla lanugine lercia di polvere antichissima.

Questa prima mattina alla porta della dirigenza fa la guardia un anziano bidello che in realtà è un novizio anche lui, avendo perduto dopo vent’anni, per via dei tagli, la sua scuola di appartenenza. Gli chiedo dove è il bagno perché non ho comprato acqua e ho sete ma lui non lo sa, “Cercate un po’ di là” mi dice e torna a guardare mesto a terra. Poi nei giorni seguenti non l’ho più visto…

Quando, dopo aver atteso circa mezz’ora nel caldo sfiancante, entro per la porta “della dirigenza” mi trovo in un labirinto di stanze che si aprono una nell’altra, ciascuna contenente dalle due alle quattro scrivanie ingombre di carte, carte, carte ovunque e dal quel mare emergono macchine fotocopiatrici, telefoni e faldoni. Segretarie più o meno cicce, più o meno sorridenti mi ignorano finché la magra allampanata di cui sono pertinenza mi guarda stranita, mi dice: “Mettiti qua e ti do il foglio…anzi no, aspetta di parlare con la preside”, e mi rimandano fuori. Poco dopo la dirigente in persona si affaccia e ci dice di seguirla nello studio. Siamo io, una collega coi capelli bianchi corti e la dentiera, e una ragazza bassa con i denti in fuori e i capelli corti neri. Vengo a sapere che la giovane è supplente annuale di inglese alle elementari e che la vecchia è la mia collega d’inglese al serale. La preside guarda soprattutto me, che sono ipnotizzata dai suoi occhi larghi e tristi, e ci dice quanto sia grande la scuola, quanto grande il suo lavoro, ci dice che al serale vanno dai 17 agli 80anni e che è molto importante lavorare bene, e far venire la gente regolarmente, se no senza iscrizioni e licenze medie a fine anno il serale chiude e noi che fine facciamo? Si raccomanda in particolare di stare addosso alle associazioni che ci contatteranno dicendo che gli studenti li preparano loro e poi ce li portano a giugno per l’esame, non bisogna lasciarglielo fare, spiega la preside, se no nessuno li vede mai e poi portano candidati che nemmeno sanno leggere e scrivere e pretendono che gli si dia la licenza, visto che hanno firmato il patto formativo. Io sorrido come se condividessi e capissi tutto ma sento che lei sente che di educazione degli adulti e mondo dei CTP non so niente. Poi la preside continua a parlare, la seguo poco ma capisco che riceverò un librone con su le indicazioni ministeriali circa livelli di competenze per gli adulti, e su quelle dovrò basare la programmazione. Carte, penso, le carte in ordine e il resto come capita. Infine ci congeda, andate a firmare le carte e ci vediamo domani al Collegio docenti plenario, novemmezza-dieci. La collega delle elementari rimane dentro e noi due andiamo dalla segretaria svampa a compilare moduli e modelli con il codice fiscale, la tessera sanitaria, le dichiarazioni in parola di essere chi siamo, venendo da dove veniamo. Dopo un po’ la preside si riaffaccia, ci ripete del collegio e si ritira nell’ufficio: è bassa, ha i denti un po’ accavallati sporchi di rossetto in punta, i capelli fanno tre boccoli di biondo tinto, è cicciotta ma nel complesso sembra un incrocio tra una bambolina e un cane san bernardo. Perché questa cattiveria? E io che sembro, che ci faccio qui?

Uscendo capisco finalmente che le stanze delle segretarie sono solo tre più uno strano passaggino con cesso e caffettiera. Dall’ultima stanza una porta seconda sbuca su un ennesimo corridoio che riconduce al primo. Sembra difficile ma realizzo che hanno semplicemente diviso in due parti il corridoio che sta esattamente sopra l’ingresso del palazzo, lasciando nella parte che affaccia sulla strada segreterie e presidenza e nella parte che affaccia sulla corte…nulla. O per meglio dire, tavoli buttati, bagni nuovi ma appena funzionanti, armadi polverosi chiusi con catenacci. Se si guada fuori dalla finestra si vede il terrazzo che sta sul corpo di collegamento e dietro il pezzetto di verde. A sinistra si torna quindi nel salottino, a destra, dietro una porta chiusa si dovrebbe accedere al lato destro del palazzo, che pare, scrutando nelle finestre, vuoto su entrambi i piani. Solo nei giorni seguenti riuscirò a passare di nascosto oltre i mezzi corridoi murati, facendo il giro di tutto il primo piano e di un pezzo del secondo, scoprendo lo stato surreale di abbandono e trascuratezza dell’ex convento-scuola, nel quale, mi dicono, fervono da un numero imprecisato di anni lavori che stanno sempre per non mai finire. E tra due settimane entreranno i bimbi.

Mercoledì 2 settembre a Napoli l’umidità dell’aria e la temperatura fanno in modo che tutti abbiano come la febbre. Una spossatezza da delirio si legge negli occhi, nei gesti di qualunque persona incontri per via. In alcuni negozi, dietro alcune finestre, quelli che hanno l’ambiente condizionato dal climatizzatore sembrano contemplare senza soddisfazione la catastrofe da cui riescono a salvarsi con la reclusione.

Sotto questo cielo varco il portone del palazzo alle nove e mezza di mattina e, salita la prima rampa dello scalone, entro nel corridoio-salottino antistante la presidenza. Non conosco nessuno e me ne sto impalata in un angolo assistendo al formarsi dei gruppetti. Gridolini di saluto e baci baci ovunque. Faccio fatica a mettere a fuoco i particolari: dopo cinque anni nella scuola di S. mi ero abituata, vedevo individui e non caratteristiche, qui percepisco solo donne in media ultraquarantenni, mi colpisce un tratto e poi lo scordo subito. Molte si sventolano col ventaglio, le giovani spiccano come mosche bianche, saranno tre o quattro, due scosciate e una bon ton. Qualche uomo ci sarà pure ma a parte un tipo con i capelli rossi ispidissimi e un naso butterato da quadro rinascimentale non ne scorgo altri. Mi rivolge la parola una collega affetta da una qualche menomazione che le piega le gambe indentro, le storce le braccia e le rende gli occhi, nascosti da spesse lenti, quasi semichiusi. Ha le proporzioni di una nana ed è molto gentile. “Ah sei del serale?... ti troverai bene vedrai”. Altre tre o quattro mi si accostano, domandano a che plesso appartengo e appena dico serale mi tolgono occhi e sorriso di dosso allontanandosi. Cerco un barlume di affinità tra tutta questa gente ma a parte la maestra giovane ed elegante non mi sembra ci sia nessuno. Ne ho conosciute di ragazze così, begli ovali, capelli folti e lisci di castano chiaro, una bellezza levigata da privilegi antichi. Queste rampolle partenopee dell’alta borghesia o del ceto intellettuale arrivato parlano un italiano meridionale cantilenante ma lessicalmente ricco e poi lo inframezzano di dialetto, ma sempre col compiacimento di una principessa bilingue. Come prendersi tutti i meriti e nessuna fatica. Tuttavia tra di loro ci sono anche donne che, pur nel recinto dell’appartenenza feroce al proprio gruppo, hanno guizzi interessanti e così mi avvicino per parlarle ma quella mi guarda come se non capisse nulla di quello che dico e si volta, avendo cura di non incrociare mai più il mio sguardo.

È un turbinare di vestiti fatti di veli fiorati sovrapposti, che scoprono seni maturi ma ben sostenuti, le bigiotterie, i colori accesi e innaturali dei capelli mi abbagliano, non distinguo nessuna conversazione tranne la parola “vacanze”. Quando il caldo e il frastuono sono adeguatamente insopportabili la porta si apre e compaiono la preside e la vicaria, una collega ancora giovane ma piuttosto ben in carne, con i capelli neri fittamente ondulati che le cadono sulle spalle come in una pittura egizia e uno sguardo curiale tra il sofferente e l’indagatore. Lei è la famosa Vicaria, senza il cui immane insostituibile lavoro la precaria follia di questo carrozzone gigante franerebbe. Si capisce subito.

Di certo, mentre la folla si apre per lasciarle passare e poi seguirle a ruota su per la seconda rampa dello scalone, non posso immaginare il colpo di scena che mi attende. Ci troviamo in un palazzo immenso, sebbene mezzo chiuso e murato, ma a sentire le voci non c’è alternativa alla “saletta di sopra” per la nostra riunione, cui partecipa come scoprirò solo una parte di tutti coloro ai quali toccherebbe. Entrando sul secondo piano ci si trova di faccia al busto scrostato e ingiallito di un gigante tristissimo, con la barba lunghissima. Da alcune vecchie foto appese negli anfratti scoprirò che una volta era collocato giù nel cortile e dava il benvenuto nella scuola a lui medesimo titolata. Anche nell’ufficio della preside c’è una vecchia crosta di due metri per uno che lo raffigura, sempre barbutissimo. Subito alla sinistra del busto una porta tagliafuoco rossa mi immette nella “saletta di sopra” detta anche “saletta degli angeli” e là dentro, per lo stupore, scordo caldo e preoccupazione: si tratta di un ambiente che solo nei film di Lynch, nelle case che abitiamo nei sogni o negli elenchi studiati di oggetti incongrui potrebbe avere un correlativo. Dalle tre finestre sul lato destro entra una luce abbacinante che si arresta però a pochi centimetri dai vetri, lasciando tutto immerso in una penombra onirica. Il soffitto è a cupola, con piccole vele agli angoli e nicchie triangolari su ogni lato, affrescato e stuccato di un oro ormai cupo con brutte immagini barocche di angeli e nuvoloni, scrostate e cadenti di umidità in più punti. Che fosse una cappella o altro tanto tempo fa non si può sapere. Evidentemente divenne in seguito il gabinetto di scienze della scuola: appesi al muro di sinistra stanno dei pesanti scaffali di legno scuro, con volute tarlate a decorazione e vi si appoggiano modelli grotteschi del corpo umano. Un azzurro bulbo oculare di ferro, grosso come un pallone; una mandibola di gigante scorticata; un bustino che mostra gli intestini; due sagome di fiori ingrandite e oscenamente sezionate; attrezzi vari di misurazione. A destra invece, vicino alle finestre stanno delle vetrinette polverose che contengono modellini ingialliti di bestie (pesci, leoni, cammelli) e ampolle e attrezzi della chimica più teste in gesso di pessima fattura e varie dimensioni. Ma ciò che leva luce e dà al tutto il tocco della follia è il teatrino dalle quinte rosse che ingombra metà della stanza, un vero e proprio teatrino da fiera vittoriana su cui prendono posto senza esitare la preside e la vicaria mentre noi, corpo docente, ci pigiamo sulle tre file di sedie che allineate ai piedi del palchetto finiscono di ingombrare la stanza. Chi non trova posto si infila tra la quinta del teatro e le finestre, pigiandosi contro le vetrinette e rimanendo escluso dallo spettacolo. In seguito scoprirò che dietro al teatrino stanno accumulati altri tabelloni sul corpo umano, più cesti, bandiere e proiettori scassati. C’è anche il passaggio in un’ulteriore sgabuzzino, pieno di mobili distrutti e altri reperti della scuola che fu. L’ultima delle tre finestre sul lato destro è in realtà una porta-finestra dalla quale si accede sul tetto-terrazzo del corpo di collegamento dell’edificio e si può vedere bene lo stato, penoso, della fetta di irraggiungibile giardino che deliziava forse un tempo i frati o le monache.

Questo collegio docenti, che raccoglie maestre d’asilo e di scuola, professoresse di giorno e di sera, è rumoroso come quello che avevamo in periferia. Appena meno sfacciati il disinteresse e il chiasso: nessuno legge platealmente il giornale o urla nel telefono sulla soglia o si alza e sparisce per la durata intera. La periferia spoglia e cruda a cui ero abituata rendeva forse le ingiustizie ei mali più netti, più essenziali. Qui è il centro antico di Napoli, qui è san lorenzo e tutto è avvolto da una maniera che è la stessa di fondo ma più accurata, più sapiente. Comunque il brusio è stordente e continuo, ciascuna ascolta solo il pezzetto che la può interessare e fa troppo troppo caldo. Io, personalmente, vivo un’esperienza allucinatoria. Mi distacco infatti dalla contemplazione degli arredi e, dopo aver capito che la discussione sul decreto del ministero circa i certificati medici di riammissione passati i cinque giorni di assenza non mi riguarda, inizio a osservare le mie vicine. A destra una donna di circa quarant’anni ha un occhio gonfio e semichiuso, mentre sul mento le spunta una fitta barbetta, per il resto ha un caschetto ben curato e un vestito economico ma grazioso. Due sedie più in là scorgo un naso a punta evidentemente rifatto, come se fosse proprio di plastica e avessero dovuto rimediare a un guaio ben più serio che la bizza estetica. A sinistra siede una donna grassissima, avvolta in un abito rosa, con una lanugine di capelli arancioni raccolta in cima alla testa a punta. C’è anche un’altra obesa, col volto perfettamente normale ma il corpo elefantiaco. Poi vedo la nana che mi aveva parlato prima e il naso bitorzoluto. Se guardo a terra subito vedo una scarpa con la zeppa di venti centimetri e poi scorgo due apparecchi acustici, quattro occhiali spessi, un paio di volti grotteschi e gommosi come maschere di carnevale. Mi rendo conto che la fantasia ha la febbre, che le suggestioni del libro che sto leggendo prima di addormentarmi non svaniscono la mattina ma covano nei recessi dell’io segreto, dalle quinte a scomparsa del teatrino interiore fanno capolino i Freaks, tutta la mitologia spaventosa e magnetica sull’identità e l’altro mi fa scottare la fronte, una mattina in cui io tra loro, io freak quanto i freaks siedo al cospetto dell’illusione di star facendo qualcosa, di star scegliendo qualcosa, di essere altro che una serva dello spettacolo, esempio della generale insolvenza a qualunque valore civile.

Prendo a sventolarmi col quaderno, prendo a sfottermi e a compiacermi, perché una volta di più le Concidenze mi brillano davanti agli occhi, mi alleviano di magia l’esistenza. Potrò raccontarlo, penso, che proprio mentre leggevo il saggio di Leslie Fiedler sui prodigi da baraccone mi capita questa visione. La preside parla adesso di un’altra circolare che disciplina la somministrazione di medicinali a bambini che ne abbiano bisogno nel corso dell’orario scolastico, penso che si discute stancamente e per finta di questo facendo finta che sia importante, che sia qualcosa, per evitare di pensare a ciò che urge davvero, per continuare a far andare tutto a scatafascio. Alzo gli occhi per vedere con che faccia ci si mette e solo allora, dopo due giorni, mi rendo conto che il suo arto destro è un braccino storpio, gravemente deformato.
[foto prese con macchenetta. cliccare sopra e poi fare slideshow]

inizio scuola