sabato 12 settembre 2009

inizio scuola

Martedì 1 settembre sono andata prendere servizio nella nuova scuola. La sede centrale è un antico palazzo che in origine fu un convento, affacciato sulla via che scende da Foria a Porta Capuana. Il suo grosso portone è sempre spalancato e ai balconi del primo piano ci sono dei vasi di piante.

Una fila di acacie stenterelle sta tra la carreggiata principale e quella di accesso alle case, con le macchine parcheggiate e qualche bottega sozza napoletana, un gommista, una rivendita di olive. Anche davanti alla scuola stanno parcheggiate le automobili. È un Istituto comprensivo e questo vuol dire che raggruppa vari ordini di scuole. Nel palazzo hanno sede la segreteria, la presidenza,la scuola materna e le elementari. Disseminate in altri “plessi” si trovano la scuola media, la scuola serale e una sezione ospedaliera. Più, verrò a sapere, un ulteriore distaccamento di scuola materna.

Quando si varca il portone ci si trova sotto il portico di una grande corte rettangolare che sul fondo rimane chiusa da un doppio colonnato su cui poggia un corpo più basso dell’edificio, a collegamento tra i due lati lunghi. Oltre quest’ultimo si vede uno spicchio di verde, una specie di piccolo giardino rialzato, a sua volta chiuso dagli altissimi muri di tufo delle altre abitazioni. La corte sembra quindi chiusa dalle colonne quando invece dall’altra parte si apre un’ulteriore striscia di cortile, un specie di rettangolo cieco ingombro di calcinacci, pezzi di automobili e resti arrugginiti di porte da calcio.
A sinistra dell’ingresso si aprono le finestre dell’appartamento terraneo dove vivono il custode e la sua famiglia. In questa stagione le finestre sono spalancate e dal buio, a voler maleducatamente gettare l’occhio all’interno, emergono pezzi di cucina e il tavolino di una macchina da cucire. Colpisce il fatto che ovunque, lungo il perimetro e ad ogni angolo della corte, ci siano vasi di piante di varie dimensioni, dalle palme alle stelle di natale. Sotto un primo arco del colonnato in fondo si colloca un monumentino d’epoca fascista che porta scolpiti i nomi dei maestri che caddero nella prima guerra, con un contrito scolaretto di bronzo che sbalza torcendosi le mani dalla stele, praticamente soffocato dai fiori e dalle foglie. Sotto l’arco seguente sta invece una specie di vasca, colma di terra, che sostiene un frontale di pietra a cui è attaccato un quadro della madonna e varie figurine di padre pio, il tutto sempre semi ricoperto dalla verzura. Nella vasca ci sono anche calcinacci, vasi rotti e groppi di radici secche. Oltre ai vasi di piante, cumuli di detriti e macchine degli operai sono l’arredo principale del cortile. In un angolo nascosto tra le due parti della corte stanno tirati dei fili con dei panni stesi e quattro sedie, diverse e rotte, li osservano in circolo.

Il custode è un ometto svelto e dallo sguardo acuto, con i capelli da direttore dì orchestra dei fumetti. Mi guarda a lungo in silenzio prima di decidersi farmi cenno col capo verso la scalinata, che si apre nell’ombra del porticato sinistro, accanto alla sua stessa casa. La scalinata è larga, di marmo “scolastico, e al primo piano si accede per una cancellata di ferro. Appena la varchi ti trovi davanti una specie di casa delle bambole di legno e due finestre così alte e luminose che la statua di bronzo scurito collocata fra le due non si nota nemmeno. Raffigura un soldato con l’elmetto, infelicemente rivolto a qualche campo di battaglia. A sinistra si apre un corridoio tutto polveroso per i lavori in corso, che percorre evidentemente il lato sinistro dell’edificio e quindi prosegue nel corpo di collegamento. A destra un altro pezzo di corridoio, sempre con le finestre che affacciano sulla corte d’ingresso, è stato trasformato in qualcosa di simile al salottino di un’anziana signora. C’è un divanetto verde e sdrucito con accanto un tavolino di vimini e vetro pieno di riviste; una cattedra che sarebbe il tavolo del bidello; un appendiabiti da aula; un paio di armadi sgangherati e piante ovunque. La porta ad ante in fondo, chiusa, porta in segreteria e presidenza. Le fanno ala a destra un espositore di legno a cavalletto che sotto un telo di plastica mezzo rialzato (per proteggerle da cosa?) mostra riviste didattiche ancora imballate; a sinistra la sagoma di ferro pesantissimo di una macchina da ripresa che risalirà almeno agli anni cinquanta. Nulla sembra avere una funzione attuale ma soltanto una storia dimenticata, come se ci si trovasse in un museo di cui nessuno ricordi il criterio. In una nicchia incongrua, quasi attaccata al soffitto, un piccolo satiro di marmo lurido si dispera con le mani tra le corna. Sullo stesso muro, sempre molto in alto, stanno appesi degli artefatti incomprensibili: si tratta di due grandi pannelli sul cui fondo rosso stanno incollati quelli che sembrerebbero pezzetti di ferro arrugginito di varie forme, ricoperti dalla lanugine lercia di polvere antichissima.

Questa prima mattina alla porta della dirigenza fa la guardia un anziano bidello che in realtà è un novizio anche lui, avendo perduto dopo vent’anni, per via dei tagli, la sua scuola di appartenenza. Gli chiedo dove è il bagno perché non ho comprato acqua e ho sete ma lui non lo sa, “Cercate un po’ di là” mi dice e torna a guardare mesto a terra. Poi nei giorni seguenti non l’ho più visto…

Quando, dopo aver atteso circa mezz’ora nel caldo sfiancante, entro per la porta “della dirigenza” mi trovo in un labirinto di stanze che si aprono una nell’altra, ciascuna contenente dalle due alle quattro scrivanie ingombre di carte, carte, carte ovunque e dal quel mare emergono macchine fotocopiatrici, telefoni e faldoni. Segretarie più o meno cicce, più o meno sorridenti mi ignorano finché la magra allampanata di cui sono pertinenza mi guarda stranita, mi dice: “Mettiti qua e ti do il foglio…anzi no, aspetta di parlare con la preside”, e mi rimandano fuori. Poco dopo la dirigente in persona si affaccia e ci dice di seguirla nello studio. Siamo io, una collega coi capelli bianchi corti e la dentiera, e una ragazza bassa con i denti in fuori e i capelli corti neri. Vengo a sapere che la giovane è supplente annuale di inglese alle elementari e che la vecchia è la mia collega d’inglese al serale. La preside guarda soprattutto me, che sono ipnotizzata dai suoi occhi larghi e tristi, e ci dice quanto sia grande la scuola, quanto grande il suo lavoro, ci dice che al serale vanno dai 17 agli 80anni e che è molto importante lavorare bene, e far venire la gente regolarmente, se no senza iscrizioni e licenze medie a fine anno il serale chiude e noi che fine facciamo? Si raccomanda in particolare di stare addosso alle associazioni che ci contatteranno dicendo che gli studenti li preparano loro e poi ce li portano a giugno per l’esame, non bisogna lasciarglielo fare, spiega la preside, se no nessuno li vede mai e poi portano candidati che nemmeno sanno leggere e scrivere e pretendono che gli si dia la licenza, visto che hanno firmato il patto formativo. Io sorrido come se condividessi e capissi tutto ma sento che lei sente che di educazione degli adulti e mondo dei CTP non so niente. Poi la preside continua a parlare, la seguo poco ma capisco che riceverò un librone con su le indicazioni ministeriali circa livelli di competenze per gli adulti, e su quelle dovrò basare la programmazione. Carte, penso, le carte in ordine e il resto come capita. Infine ci congeda, andate a firmare le carte e ci vediamo domani al Collegio docenti plenario, novemmezza-dieci. La collega delle elementari rimane dentro e noi due andiamo dalla segretaria svampa a compilare moduli e modelli con il codice fiscale, la tessera sanitaria, le dichiarazioni in parola di essere chi siamo, venendo da dove veniamo. Dopo un po’ la preside si riaffaccia, ci ripete del collegio e si ritira nell’ufficio: è bassa, ha i denti un po’ accavallati sporchi di rossetto in punta, i capelli fanno tre boccoli di biondo tinto, è cicciotta ma nel complesso sembra un incrocio tra una bambolina e un cane san bernardo. Perché questa cattiveria? E io che sembro, che ci faccio qui?

Uscendo capisco finalmente che le stanze delle segretarie sono solo tre più uno strano passaggino con cesso e caffettiera. Dall’ultima stanza una porta seconda sbuca su un ennesimo corridoio che riconduce al primo. Sembra difficile ma realizzo che hanno semplicemente diviso in due parti il corridoio che sta esattamente sopra l’ingresso del palazzo, lasciando nella parte che affaccia sulla strada segreterie e presidenza e nella parte che affaccia sulla corte…nulla. O per meglio dire, tavoli buttati, bagni nuovi ma appena funzionanti, armadi polverosi chiusi con catenacci. Se si guada fuori dalla finestra si vede il terrazzo che sta sul corpo di collegamento e dietro il pezzetto di verde. A sinistra si torna quindi nel salottino, a destra, dietro una porta chiusa si dovrebbe accedere al lato destro del palazzo, che pare, scrutando nelle finestre, vuoto su entrambi i piani. Solo nei giorni seguenti riuscirò a passare di nascosto oltre i mezzi corridoi murati, facendo il giro di tutto il primo piano e di un pezzo del secondo, scoprendo lo stato surreale di abbandono e trascuratezza dell’ex convento-scuola, nel quale, mi dicono, fervono da un numero imprecisato di anni lavori che stanno sempre per non mai finire. E tra due settimane entreranno i bimbi.

Mercoledì 2 settembre a Napoli l’umidità dell’aria e la temperatura fanno in modo che tutti abbiano come la febbre. Una spossatezza da delirio si legge negli occhi, nei gesti di qualunque persona incontri per via. In alcuni negozi, dietro alcune finestre, quelli che hanno l’ambiente condizionato dal climatizzatore sembrano contemplare senza soddisfazione la catastrofe da cui riescono a salvarsi con la reclusione.

Sotto questo cielo varco il portone del palazzo alle nove e mezza di mattina e, salita la prima rampa dello scalone, entro nel corridoio-salottino antistante la presidenza. Non conosco nessuno e me ne sto impalata in un angolo assistendo al formarsi dei gruppetti. Gridolini di saluto e baci baci ovunque. Faccio fatica a mettere a fuoco i particolari: dopo cinque anni nella scuola di S. mi ero abituata, vedevo individui e non caratteristiche, qui percepisco solo donne in media ultraquarantenni, mi colpisce un tratto e poi lo scordo subito. Molte si sventolano col ventaglio, le giovani spiccano come mosche bianche, saranno tre o quattro, due scosciate e una bon ton. Qualche uomo ci sarà pure ma a parte un tipo con i capelli rossi ispidissimi e un naso butterato da quadro rinascimentale non ne scorgo altri. Mi rivolge la parola una collega affetta da una qualche menomazione che le piega le gambe indentro, le storce le braccia e le rende gli occhi, nascosti da spesse lenti, quasi semichiusi. Ha le proporzioni di una nana ed è molto gentile. “Ah sei del serale?... ti troverai bene vedrai”. Altre tre o quattro mi si accostano, domandano a che plesso appartengo e appena dico serale mi tolgono occhi e sorriso di dosso allontanandosi. Cerco un barlume di affinità tra tutta questa gente ma a parte la maestra giovane ed elegante non mi sembra ci sia nessuno. Ne ho conosciute di ragazze così, begli ovali, capelli folti e lisci di castano chiaro, una bellezza levigata da privilegi antichi. Queste rampolle partenopee dell’alta borghesia o del ceto intellettuale arrivato parlano un italiano meridionale cantilenante ma lessicalmente ricco e poi lo inframezzano di dialetto, ma sempre col compiacimento di una principessa bilingue. Come prendersi tutti i meriti e nessuna fatica. Tuttavia tra di loro ci sono anche donne che, pur nel recinto dell’appartenenza feroce al proprio gruppo, hanno guizzi interessanti e così mi avvicino per parlarle ma quella mi guarda come se non capisse nulla di quello che dico e si volta, avendo cura di non incrociare mai più il mio sguardo.

È un turbinare di vestiti fatti di veli fiorati sovrapposti, che scoprono seni maturi ma ben sostenuti, le bigiotterie, i colori accesi e innaturali dei capelli mi abbagliano, non distinguo nessuna conversazione tranne la parola “vacanze”. Quando il caldo e il frastuono sono adeguatamente insopportabili la porta si apre e compaiono la preside e la vicaria, una collega ancora giovane ma piuttosto ben in carne, con i capelli neri fittamente ondulati che le cadono sulle spalle come in una pittura egizia e uno sguardo curiale tra il sofferente e l’indagatore. Lei è la famosa Vicaria, senza il cui immane insostituibile lavoro la precaria follia di questo carrozzone gigante franerebbe. Si capisce subito.

Di certo, mentre la folla si apre per lasciarle passare e poi seguirle a ruota su per la seconda rampa dello scalone, non posso immaginare il colpo di scena che mi attende. Ci troviamo in un palazzo immenso, sebbene mezzo chiuso e murato, ma a sentire le voci non c’è alternativa alla “saletta di sopra” per la nostra riunione, cui partecipa come scoprirò solo una parte di tutti coloro ai quali toccherebbe. Entrando sul secondo piano ci si trova di faccia al busto scrostato e ingiallito di un gigante tristissimo, con la barba lunghissima. Da alcune vecchie foto appese negli anfratti scoprirò che una volta era collocato giù nel cortile e dava il benvenuto nella scuola a lui medesimo titolata. Anche nell’ufficio della preside c’è una vecchia crosta di due metri per uno che lo raffigura, sempre barbutissimo. Subito alla sinistra del busto una porta tagliafuoco rossa mi immette nella “saletta di sopra” detta anche “saletta degli angeli” e là dentro, per lo stupore, scordo caldo e preoccupazione: si tratta di un ambiente che solo nei film di Lynch, nelle case che abitiamo nei sogni o negli elenchi studiati di oggetti incongrui potrebbe avere un correlativo. Dalle tre finestre sul lato destro entra una luce abbacinante che si arresta però a pochi centimetri dai vetri, lasciando tutto immerso in una penombra onirica. Il soffitto è a cupola, con piccole vele agli angoli e nicchie triangolari su ogni lato, affrescato e stuccato di un oro ormai cupo con brutte immagini barocche di angeli e nuvoloni, scrostate e cadenti di umidità in più punti. Che fosse una cappella o altro tanto tempo fa non si può sapere. Evidentemente divenne in seguito il gabinetto di scienze della scuola: appesi al muro di sinistra stanno dei pesanti scaffali di legno scuro, con volute tarlate a decorazione e vi si appoggiano modelli grotteschi del corpo umano. Un azzurro bulbo oculare di ferro, grosso come un pallone; una mandibola di gigante scorticata; un bustino che mostra gli intestini; due sagome di fiori ingrandite e oscenamente sezionate; attrezzi vari di misurazione. A destra invece, vicino alle finestre stanno delle vetrinette polverose che contengono modellini ingialliti di bestie (pesci, leoni, cammelli) e ampolle e attrezzi della chimica più teste in gesso di pessima fattura e varie dimensioni. Ma ciò che leva luce e dà al tutto il tocco della follia è il teatrino dalle quinte rosse che ingombra metà della stanza, un vero e proprio teatrino da fiera vittoriana su cui prendono posto senza esitare la preside e la vicaria mentre noi, corpo docente, ci pigiamo sulle tre file di sedie che allineate ai piedi del palchetto finiscono di ingombrare la stanza. Chi non trova posto si infila tra la quinta del teatro e le finestre, pigiandosi contro le vetrinette e rimanendo escluso dallo spettacolo. In seguito scoprirò che dietro al teatrino stanno accumulati altri tabelloni sul corpo umano, più cesti, bandiere e proiettori scassati. C’è anche il passaggio in un’ulteriore sgabuzzino, pieno di mobili distrutti e altri reperti della scuola che fu. L’ultima delle tre finestre sul lato destro è in realtà una porta-finestra dalla quale si accede sul tetto-terrazzo del corpo di collegamento dell’edificio e si può vedere bene lo stato, penoso, della fetta di irraggiungibile giardino che deliziava forse un tempo i frati o le monache.

Questo collegio docenti, che raccoglie maestre d’asilo e di scuola, professoresse di giorno e di sera, è rumoroso come quello che avevamo in periferia. Appena meno sfacciati il disinteresse e il chiasso: nessuno legge platealmente il giornale o urla nel telefono sulla soglia o si alza e sparisce per la durata intera. La periferia spoglia e cruda a cui ero abituata rendeva forse le ingiustizie ei mali più netti, più essenziali. Qui è il centro antico di Napoli, qui è san lorenzo e tutto è avvolto da una maniera che è la stessa di fondo ma più accurata, più sapiente. Comunque il brusio è stordente e continuo, ciascuna ascolta solo il pezzetto che la può interessare e fa troppo troppo caldo. Io, personalmente, vivo un’esperienza allucinatoria. Mi distacco infatti dalla contemplazione degli arredi e, dopo aver capito che la discussione sul decreto del ministero circa i certificati medici di riammissione passati i cinque giorni di assenza non mi riguarda, inizio a osservare le mie vicine. A destra una donna di circa quarant’anni ha un occhio gonfio e semichiuso, mentre sul mento le spunta una fitta barbetta, per il resto ha un caschetto ben curato e un vestito economico ma grazioso. Due sedie più in là scorgo un naso a punta evidentemente rifatto, come se fosse proprio di plastica e avessero dovuto rimediare a un guaio ben più serio che la bizza estetica. A sinistra siede una donna grassissima, avvolta in un abito rosa, con una lanugine di capelli arancioni raccolta in cima alla testa a punta. C’è anche un’altra obesa, col volto perfettamente normale ma il corpo elefantiaco. Poi vedo la nana che mi aveva parlato prima e il naso bitorzoluto. Se guardo a terra subito vedo una scarpa con la zeppa di venti centimetri e poi scorgo due apparecchi acustici, quattro occhiali spessi, un paio di volti grotteschi e gommosi come maschere di carnevale. Mi rendo conto che la fantasia ha la febbre, che le suggestioni del libro che sto leggendo prima di addormentarmi non svaniscono la mattina ma covano nei recessi dell’io segreto, dalle quinte a scomparsa del teatrino interiore fanno capolino i Freaks, tutta la mitologia spaventosa e magnetica sull’identità e l’altro mi fa scottare la fronte, una mattina in cui io tra loro, io freak quanto i freaks siedo al cospetto dell’illusione di star facendo qualcosa, di star scegliendo qualcosa, di essere altro che una serva dello spettacolo, esempio della generale insolvenza a qualunque valore civile.

Prendo a sventolarmi col quaderno, prendo a sfottermi e a compiacermi, perché una volta di più le Concidenze mi brillano davanti agli occhi, mi alleviano di magia l’esistenza. Potrò raccontarlo, penso, che proprio mentre leggevo il saggio di Leslie Fiedler sui prodigi da baraccone mi capita questa visione. La preside parla adesso di un’altra circolare che disciplina la somministrazione di medicinali a bambini che ne abbiano bisogno nel corso dell’orario scolastico, penso che si discute stancamente e per finta di questo facendo finta che sia importante, che sia qualcosa, per evitare di pensare a ciò che urge davvero, per continuare a far andare tutto a scatafascio. Alzo gli occhi per vedere con che faccia ci si mette e solo allora, dopo due giorni, mi rendo conto che il suo arto destro è un braccino storpio, gravemente deformato.
[foto prese con macchenetta. cliccare sopra e poi fare slideshow]

inizio scuola

1 commento:

edoardo.acotto@gmail.com ha detto...

"Carte, penso, le carte in ordine e il resto come capita" :)