giovedì 28 maggio 2009

maroc

J’etais au Maroc, chez un ami qui vive là-bas depuis cinq anneé e ca a ete vraiment interessant.
Dal balcone della casa si vedevano l’oceano e il cimitero. Quando OdM ha detto con vocina infantile: - Come a Salè, come ad Algeri, i cimiteri sono di fronte al mare…- il suo amico M ha cantato i versi di una vecchia canzone dei Negresses Vertes: «Sur le sable, face à la mer / Se dresse là, un cimetière».
La città dove ha abitato per una settimana è Rabat, capitale e ville du roi che re è davvero: il parlamento ha poteri molto ridotti e la monarchia è più assoluta che costituzionale. Così gli spiegavano. Un re molto migliore di suo padre, rispettato e collaborativo con le democrazie industriali, USA in testa, e pazienza per i diritti umani. Pazienza anche se Droit de l’Homme (ma perché non humaine, giusto per tenerle appena appena dentro alle femmine?) è stata la parola che ha forse di più orecchiato. L’Omino di Merda si è infatti trovato a bazzicare il milieu della cooperazione internazionale, le ONG e i loro progetti di difesa dell’infanzia e dello sviluppo agricolo, dell’alfabetizzazione e della bonifica urbana… Persone di buona volontà hanno tentato di spiegare all’Omino come va il mondo, gli dicono che la povertà esiste e che pure esistono oramai dispositivi istituzionali e internazionali molto raffinati per distribuire fondi alle organizzazioni di cooperazione allo sviluppo, il cui lavoro talora è compromesso e poco efficace e altre volte invece è reale e prezioso. L’Omino però si immerda come suo solito, gli si indurisce la couche superiore del lobo antro-posteriore e non capisce. Anche perché lo anima una forma di anarchismo naif e oltranzista per il quale la formulazione di un apparato burocratico che si costituisce a immagine e somiglianza degli stati e delle istituzioni dalle quali si desiderano i soldi per aiutare i paesi che nei rapporti economici e di forza con gli stessi stati e istituzioni sono mantenuti in inferiorità…non funziona: lui è cretino. Si ricorda tanti anni fa un viaggio in guatemala e la pena di vedere il paese forte antico e insanguinato dalla guerra punteggiato di sedi ONU e ONG, ad ogni angolo bello, ad ogni casa sul lago, in ogni luogo per europei, una colonizzazione. Poi c’è chi va e vive davvero per vivere, per costruire ed essere con la gente della terra ma si tratta di isolati, di donne e uomini d’arte o di scienza che creano generosamente un’impresa che trova compagni e non hanno bisogno di jeep bianche e di residenze controllate dai fucili. L’OdM ama di amore fraterno il suo amico fraterno M e visto che lui lavora convinto da anni con la coop. Internaz. allo svilupp. vorrebbe pensare diversamente. Gli ripetono che ci sono ong che salvano le oasi, che alfabetizzano un gruppo di donne e gli fanno fà la coop equo-tappetistica oppure formano maestri che insegneranno nelle scuolette rurali e si portano i bimbi marocchini a fare lab sull’acqua e quelli gioiscono perché non hanno mai nulla… (bleha) L’Omino intuisce e comprende, capisce di permanere in un rifiuto di tipo adolescenziale: lui è il primo a casa sua a vivere compromesso e narcotico e tutti sti europei/e che stanno in giro per il mondo a vivere il modesto lusso dello straniero bhè alcuni fanno bene e alla grande; vede che come tutto anche le ONG esistono e quindi in esse vi è del male e del bene che si schiudono in proporzione diversa a seconda delle azioni che i singoli individui per destigno ivi implicati sceglieranno ma preferisce comunque attestarsi merdosamente sulle sue posizioni stolidamente infantili e lasciare le energie per il bel vento africano che da questo lato della costa scarmiglia le prospettive…. In ogni caso una notte prima di addormentarsi ha la visione di merda di come sarebbero le ONG: ai gruppi di buona volontà che lavorano per passione e secondo certi principi (omino deve studiare ancora tanto…) si dà il supporto e la pox di viaggiare e vivere per un periodo scambiando e costruendo in altri paesi. Ciò presupporrebbe un mondo in pace e migliore dove Sud e Nord come termini di relazione di dominio e disuguaglianza stanno sparendo, dove coop di ostetriche del Mali stanno sei mesi a Milano con le colleghe di lì, dove gente del Ciad viene a napoli a fare un progetto sull’acqua, dove la ong del sudafrica va in Georgia, USA, e per due anni fa un progetto sulla storia dell’africa nelle scuole elementari e così via. Lui è una merda.
Il vento africano, preso da questa parte del mediterraneo, fa risaltare meglio i contorni arrugginiti e fittizi della Democrazia. La rappresentanza parlamentare scivola nella cloaca della storia con tutte le nostre vite e quelle dei nostri figli impastate dentro.
L’Africa è fottuta, sente ripetere da più parti. In particolare da Tony che è il suo coetaneo congolese ospitato da M, col quale ha trascorso delle ore di chiacchiere e una lunga passeggiata. Otto anni di viaggio e di avventura: Toni non ne può più. Ho imparato tante cose, dice, mi è cambiata la testa come non accade mai a chi rimane tranquillo nel suo angolo, a casa. Ma adesso non so più che fare, vorrei tornare al Paese ma se non sai già come vivere è inutile; vorrei andare in Europa ma non riesco ad avere i documenti e da clandestino non mi ci metto. Qui in marocco ho fatto l’idraulico per cinque euro al giorno, lavoro con un’associazione per ragazzini e faccio capoeira e animazione teatrale ma a vivere non basta e poi il marocco mi sta stretto, in apparenza non sono razzisti come in libia o tunisia ma sono ipocriti e al fondo come gli altri. Da me i cinesi oramai si stano prendendo tutto, loro l’import e l’export, loro la diffusione dell’informatica. È così per tutta l’Africa: fottuta e se la mangiano i cinesi. Toni vuole tornare a casa, poi rimanda ogni giorno e cerca di capire come fare: imparare l’inglese, l’informatica, trovare un ONG con cui collaborare laggiù, tentare di nuovo di venire in Italia grazie agli sforzi degli amici…si è fatto un anno di prigione nel sahara e tante altre avventure.
Da questa costa Ceuta e Melilla e il sogno dell’europa, le frontiere spostate in Africa con gli accordi tra spagna e marocco, italia e libia ecc. sembrano tutte follie, sembrano minuzzoli di noce che galleggiano in un mare di cambiamento, sembrano il punto di cecità di una civiltà fiacca e impaurita e davvero dopo tanto tempo l’Omino di Merda vorrebbe avere davanti cento e cento anni per vedere come sarà. Scopre che larga parte dell’immigrazione continentale si dirige verso il sudafrica, che però sta entrando in recessione a sua volta.
Mentre siede nell’ufficio della Royal air maroc vede un’impiegata in divisa trattare brutalmente un uomo nero magrissimo, con gli occhi enormi nel viso smagrito, la donna ha lunghe unghie laccate e puntandole rabbiosamente sul foglio gli dice: Je vais le dire une seule fois, je ne repete pas. E allora rabbrividisce.
Il giorno dell’arrivo mentre viaggia in treno da Casablanca a Rabat vede che solo rispetto a tre anni fa le baraccopoli si sono ridotte significativamente. Oggi accanto alla distesa di lamiere basse fermate coi sassi e i pezzi di legno e caricate di parabole, accanto alle viuzze di terra e acqua nera dove pesticciano i bambini, si vedono stecche di case popolari bianche e ancora mezze vuote dove saranno pian piano trasferiti i baraccati. Anche a Rabat lo slum che si stendeva tra la kasba e Salè è sparito per fare posto a un enorme spiazzo pulito e a tre nuovi enormi capannoni. Tanti anni fa, quando era appena diventato giovane ed era appena scoppiata la prima guerra del golfo, il Marocco fu il suo primo vero viaggio. Oggi, 17 anni dopo, di quel paese remotissimo, poverissimo, pauroso e incantato non ritrova più nulla. Allora non si poteva praticamente entrare nella medina senza che decine di bambini ti si attaccassero alle gambe e decine di uomini prepotenti e aggressivi pretendessero di farti da guida esigendo il tuo denaro, tuo di grasso pollo occidentale. Venne poi, gli hanno detto, una legge del re che proibiva di infastidire il turista ricco e poi un lento benessere. Allora c’erano scarafaggi mosche e storpi ovunque, c’era uno sporco disperato e ricco di odori che ti sconvolgeva, c’erano bambini che tingevano le pelli immersi fino al ginocchio in pozze di tufo colme di urina di mulo e sterco di uccelli, fino ad averne le gambe spellate e consumate, c’erano mosche mosche mosche e pochi europei. Adesso è tutto diverso.
L’omino una mattina ha visto Milk di gus van sant in francese e si è commosso. Una sera ha visto un concerto di musica qawwali pakistana cioè canzoni di preghiera sufi, dove dieci uomini vestiti d’oro sedevano su una pedana a gambe incrociate e tre di loro suonavano strumenti e sei battevano le mani e uno, il maestro Faiz Ali Faiz, cantava melodie ripetitive e incantevoli. Il concerto si teneva nella Scellha, una antica necropoli trasformata in parco del re subito fuori dalla città e al tramonto le cicogne volavano verso la cima degli alberi. Nel pubblico c’erano soprattutto europei, di tutti i tipi, alcuni con figli e figlie di varie età, vestiti in maniera così elegante e costosa che OdM si sentiva a disagio. Distraendosi dalla musica aliena e stupenda ha osservato a lungo una coppia levigata dal lusso. Lui pantaloni bianchi e camicia azzurra, alto, magro ma con le gote leggermente piene fin sotto gli occhi azzurri, un naso lungo ma dritto e regolare e i capelli biondo oro come quelli robert Redford scalati in modo da fare un’onda sulla fronte e un accenno di caschetto sopra la nuca, con la mano nel corso di un’ora di concerto almeno dieci volte se li è acconciati, un gesto femminile, preciso, attento ma tutto in lui era delicato e femmineo. Anche il modo con cui cingeva la sua compagna, disegnata lei a china sottile, la prova che talvolta le persone sono perfette sono come nei film, una signora indiana oltre i 40 ma di una bellezza ancora irreale, i tratti del viso minutissimi e perfetti, il nasino gli occhi nerissimi due mandorle di luce e la bocca piccola ma nettissima, un caschetto di capelli neri con dei fili bianchi solo all’attaccatura sulle tempie, avvolta in un sari celeste e in pashmina dello stesso colore. Li ha raggiunti un amico altrettanto romanzesco, un gaudente in abito costosissimo, giacca e pantaloni di rigato sottile che pareva seta, capelli appena mossi e la pelle macchiata dagli stravizi messa in ombra dallo sguardo malizioso e attento. Non si è seduto accanto a loro ma accanto alle loro tre figlie in scala, una bionda e due brune, abbigliate da pubblicità. Chi sono?
L’OdM ha parlato tutte le notti fino a cadere addormentato col suo amico fraterno M, che ha lasciato napoli 10 anni fa e ha vissuto in Guatemala, in marocco, in algeria. Si è fatto raccontare qualcosa sul diritto di famiglia marocchino e ha saputo che il concubinaggio è reato, che partorire un enfant senza essere sposate è reato, che l’omosessualità è reato e fumavano e parlavano e sognavano fino a tardi, fino a quando gli sembrava che il machismo è la figura dell’oppressione ovunque ed ovunque trionfa, che avere le donne sottomesse è già una parte dell’opera nell’affermare il potere, che i soldi e le armi e la legge del padre sul figlio sono i motori del mondo non mutato in cui dormiamo da sempre. E poi dormivano.
La mattina presto a colazione, prima che M andasse al lavoro, bevevano succo di arancia e fragola, caffè e un dolce alle mandorle, parlavano della giovinezza, della maturità e dell’amore e M ripeteva come per lui vivere e amare le donne sono la stessa cosa e OdM pensava che i ritratti delle donne incredibili da lui amate in trentanni comporrebbero un romanzo meraviglioso. Alcune le ha conosciute anche lui ed è per questo che sa la verità della leggenda.
L’Omino di Merda ha camminato nella medina e poi per ogni strada fino a quando è stato in grado di orientarsi da solo in ogni zona di rabat e questo di nuovo è stato la sua gioia, una città ad ogni viaggio posseduta nei piedi e nella testa, questo è il suo orgoglio infantile.
Una sera M l’ha portato a cena a casa di un famoso professore di antropologia, un francese a capo di un importante istituto di ricerca che a sede lì a rabat. La casa, nel quartiere residenziale ha un grande giardino e gli ambienti aperti arredati coi mobili bassi e colorati del maghreb. Il professore ha una compagna marocchina che è una studiosa pure lei o qualcosa del genere, una donna di trentanni fragile come una foglia, tanto nervosa e tormentata che OdM tremava a parlarle e poi c’erano vari ospiti tra cui un uomo verso cui ha provato grande simpatia e che ha scoperto essere un drammaturgo del paese, perfettamente bilingue franco-arabo, pesantemente censurato e osteggiato ma pure riconosciuto. Tutti hanno parlato molto tristemente dell’algeria che è finita finita finita e poi solo cazzate. L’OdM respirava la sera profumata, sentiva il cielo quieto scivolare nella notte e comprendeva che ovunque si vive.

lunedì 18 maggio 2009

neuroni in transito

Una cosa che lascia sempre perplesso e attonito l’Omino di Merda è l’appalesarsi al suo cervello merdoso del carattere supremamente ideologico della scienza. Egli sa bene che il difetto è nei suoi occhi ma non per questo è in grado di correggerlo e di percepire diversamente il potere mistificatorio degli apparati di produzione di quel genere di sapere. L’ultima merdaprova gliel’ha fornita un lungo articolo sull’ultimo n. della rivista “F la frollaggine delle Femmine”, allegata al famoso quotidiano PRR.
Il Tema era in realtà stato preannunciato fin dal mattino. La Signora S, intima dell’OminodiM, gli dice di aver inteso alla radio una trasmissione ove avevano parola due importanti psicologi infantili, anzi molto di più, uno psicologo e un neuropsichiatra (!) e i due sapienti spiegavano che i neuroni specchio ci aprono le praterie del futuro e ci apprestano le vie della comprensione: per quel che se ne sa adesso, ad esempio, tutte quelle cose del 68 sulla permissività e la liberalità nell’educazione sono dannose, cerebralmente dannose, dal momento che ci stanno i neuroni specchio e per via loro il baby ha bisogno di essere stoppato, deluso, diretto. Anzi il pianto in risposta al capriccio non esaudito libera addirittura ossitocina e altre sostanzine dopanti e stupefacenti nel sangue quindi… L’OdM non capisce, come sempre. Come sempre egli sa che in quella breve stagione di promesse e ricerca di libertà molto di vano e di superficiale e di male è stato detto, soprattutto per come è stato impiegato in seguito da molti che approfittarono delle occasioni per tutti a loro unico beneficio e siedono ora nei gangli del media-potere velenoso ma suvvia!, non può fare a meno di pensare, ma che cosa è questa cerebro macelleria che intende dirci quel che il sapere civile e umanistico già sa rivelarci in modo molto meno manipolabile e autoritario? Chi leggendo bene e ben vivendo non comprende che il bambino non deve esser messo di fronte alle scelte prima del tempo, che ha bisogno di confrontarsi con figure adulte che tramite il limite strutturano la sua ansia, che l’educazione passa anche attraverso la fermezza della posizione dell’altro che in tal modo pone e ripone la sua realtà e che il linguaggio degli occhi e del corpo oltre che quello delle parole induce ad accettare le forme dell’adulto rispettoso? Pensierini di merda, di neuroni specchio appannati.
Come è come non è, dopo aver fatto brutta figura con la sua amica S che lo riteneva arrogante e superficiale, l’OdM si è ritrovato a sfogliare sul cesso la suddetta rivista e ha potuto degustare un luminevole articolo titolato “Neuroni in transito”, transito scritto in verde e in giro per la pagina ci sono delle fotine in cui lo sfondo nero baglia del verde fluorescente emanato da montagnole gelatinose alludenti, con la loro superficie irregolare, all’organo nostro contenuto nel cranio. All’omino di merda ovviamente piace leggere in bagno, ci passa molto tempo, ha una serie di letture apposite, confonde spesso il piacere sfinterico e quello intellettivo con effetti proficui per entrambe le funzioni e così mentre si ripete stizzito che il nesso fra mente e cervello non dovrebbe essere stretto a sproposito, trova curiosamente rispondenza tra le deduzioni dei fotografi neuronali e tutto ciò che per via di esperienza studio ricerca politica e pratica libertaria hanno scoperto lui e i suoi amichetti. Questo lo dovrebbe indurre a pensare qualcosa sulla bioscienza contemporanea, sul suo carattere ideologico e scientifico e sulle possibili (?) auspicabili (?) relazioni con gli addetti nell’ambito ma è roba superiore alle sue forze e alle sue abituali escrementizie ambientazioni.
Vediamo che c’era scritto: “nel teen ager la capacità di adottareil pdv dell’altro deve ancora perfezionarsi”. Lo ha SCOPERTO una neuro scienziata. L’OdM pensava che vivendo con gente dai 11 ai 16 si vedesse di già esattamente, senza scoprire, come buona parte della cura vada investita in quella direzione: costruire le capacità di ascolto comprensione immedesimazione e il tutto tramite pratiche lente e di dedizione che costruiscono pure ciò che si chiama cittadinanza (o amore del prossimo) e nelle quali attività avventurose sociali e artistiche hanno un ruolo decisivo. Invece bastava stare in lab e fare foto al cervello con “risonanza magnetica ad alto potenziale e scattando migliaia di fotografie a cervelli in crescita”. Ride sulla tazza del cesso al pensiero dell’acne e del tremolare del cervello in crescita. Prima, dice l’articolo, “si pensava che lo sviluppo cerebrale fosse completo a 12 anni”. L’OdM si rende conto che per lui la parola CEREBRALE non ha alcun significato. Le persone vive a 12 anni che vede lui entrano invece in una fase di sviluppo travolgente e buffo. L’articolo dice che a sei anni il cervello diventa grosso e pesante in maniera definitiva ma dentro (?) le connessioni sono fittissime e accelerate e solo col tempo si selezionano e sfrondano. “L’ultima parte a subire il processo di sfrondamento è la corteccia prefrontale, sede delle funzioni di pianificazione, dell’individuazione delle priorità, di organizzazione del pensiero, della soppressione degli impulsi e della valutazione delle conseguenze delle proprie azioni”. Ed ecco qua, pensa nell’autopuzza che si dissolve, un bel ritratto del carattere adolescenziale. L’adolescenza esiste come categoria dal secondo ottocento ma ciò non vuol dire che prima, seppure minoritariamente codificata, non esistesse come stato ed età dell’uomo,lo stesso vale per l’infanzia. Man mano che l’ordinamento nazionale e industriale domandava la determinazione sociale dell’individuo su scala gigantesca e con minime possibilità di evasione, l’indefinitezza dell’adolescenze assurgeva a mito, a simbolo romantico di una promessa di eccezione e di riscatto, giovinezza che nella sua incapacità di calcolo di realismo, di cinismo rinnovava la possibilità di rivoluzione o di rivolta (Radiguet, Rimbaud ecc). Belli che siano, ladri o soldati o giocatori, destinati forse a tragiche fini, essi incarnano il sogno perché non prendono bene le misure per il salto… Rimanda ancora il bidè e continua a leggere: “A far disperare i genitori non è solo la ben nota tempesta ormonale della pubertà ma anche l’immaturità di un cervello lontano dall’essere del tutto sviluppato. Proprio quando è nel pieno dei lavori il corpo subisce l’assalto ormonale della pubertà e a livello cerebrale si crea un ingorgo biochimico. Gli ormoni sessuali hanno un’influenza diretta sui neurotrasmettitori, i messaggeri dei neuroni, che regolano umore ed eccitabilità”. All’OdM si irridigisce stizzito l’anello del c, non sopporta questa notomizzazione teatrale dei processi fisiologici come se l’individuo fosse fatto di pezzi in commedia: ecco il corpo che sfronda, ecco che arrivano gli ormoni, ecco che saltano addosso ai neuroni, ma che è? Lui è solo un omino di merda nel suo bagno ormai appena puzzonito e non capisce di che sapere e scienza si tratti, lui sa solo che chi si occupa di pedagogia e di educazione, chi ha la fortuna impegnativa di attraversare situazioni in cui c’è gente di varia età che interagisce creativamente, sa insomma che avendo a che fare con preadolescenti e adolescenti si sa che tutta la personalità sociale è in costruzione e che la loro spettacolare e scomposta voracità di mondo si rivolge alla sessualità, chiave della vita comune assieme al potere, e che difficilmente combaciano desideri fantasie possibilità e nemmeno molti e molte di loro sanno distinguerli ed è un lavoro di merda appunto guidare senza deformare, lasciar fare senza stroppiare eccetera eccetera. Ma che minkia vuol dire, sì si eccitano e turbano e hanno comportamenti confusi scomposti e anche lesivi a volte in materia sessuale ma ciò una volta che l’hai definito con la tempesta biochimica che ingorga a che conoscenza ci ha condotto? Che cosa ha detto della realtà di questo e della sua relazione col mondo e coi valori e con le comunità? Un altro neuropsichiatra aggiunge che la dopamina nel cervello fa in modo che le sensazioni giungano in fretta al culmine (sic) così gli adolescenti le bramano e indulgono a ricerca del brivido nonché della droga e alcol. L’OdM pensa che la gente che lui sa bene pippare e bere a 16 anni fuori dai bar se ne sbatte della dopamina, ma che potere ma che cultura c’è ma cosa stanno facendo i dottori neuero nelle nostre università? Già si è dovuto abituare ad articoli su come esista il gene del giocare bene a racchettoni o quello del valutare la cottura del polpettone nonché della generosità o coprofilia ma adesso sta cosa delle foto cerebrali pure….
Senochè l’articolo in chiusura cambia tono, sostiene di non voler invitare “al fatalismo del tutto geneticamente determinato” (sic sic) ma ricorda che “L’importanza degli stimoli è sottolineata dagli stessi neurosienziati”. Bravi! applaude l’OdM seduto comodo e senza mutande. “In questa fase della proliferazione delle connessioni tra neuroni, psicologi e genitori assistono a una totale disorganizzazione, spesso a regressioni. Nello stesso tempo il cervello è più ricettivo, pronto a sperimentare e ad apprendere. Le sue potenzialità sono paragonabili a quelle del bambino piccolo che impara a parlare». E qua l’entusiasmo dell’OdM è totale, si trasferisce per l’ultimo paragrafo sul bidè e si compiace di sé, di essere andato in giro come un cretino a ripetere a tutti che la Montessori chiama la gente tra gli 11 e 14 anni “neonati sociali”, che è vero e infatti hanno bisogno di cure e stimoli altrettanto generosi continui e affaticanti i cui risultati si misurano e raccolgono solo in seguito. L’OdM sostiene però che il neonato sociale ha bisogno della famiglia sociale, che la relazione coi genitori è ancora chiave ma che la sua curiosità, apprendistato, mente sono rivolte alla società e quindi bisogna dare loro stimoli e giochi e materiali e ambiti educativi adeguati: contatto con persone di tutte le età e in particolare giovani appena più grandi come fratelli e sorelle maggiori, viaggi , presenza nei luoghi del lavoro e della produzione, campi di soggiorno e autogestione dove sperimentare la socialità e la responsabilità ma sempre in presenza di esempi autorevoli, essere messi in grado di trovare le loro inclinazioni e talenti pur continuando la formazione generale e che questo non può essere del tutto demandato a uniche agenzie educative ecc ecc Poi si dà una calmata, pensa che i suoi pensieri sono vaghi storpi monchi inutili banali informi e miseri e prima di bagnarsi le mani e di rinfrescarsi nettandosi, l’Omino di Merda conclude la lettura: “Gli studi sono in corso ma è evidente che le potenzialità di un cervello così plastico e in evoluzione sono immense. Una buona idea è far coincidere stimoli ambientali e inclinazioni dell’adolescente ad esplorare e mettersi alla prova. Perché allora non offrire ai cervelli in crescita l’opportunità di vagabondare nel mondo fisico , intellettuale ed emotivo, anche solo con un’esperienza di viaggio all’estero? L’ambiente modula le risposte del cervello di un teen ager e il risultato lo si vedrà a 25 anni”. Ma allora Omino di merda cosa hai contro la Scienza? Non vedi che lei senza guardare in faccia a nessuno ti viene in contro con la verità? In un mondo dove vagabondare è una parola che si vorrebbe cancellare i neuropsichiatri invitano a rendere laboratorio di cittadinanza la città e a consentire che l’azzardo incalcolato e imprevedibile dei giovani torni a fecondare il futuro delle sue inaspettate reazioni, evviva il lactacyd.

giovedì 14 maggio 2009

parise

La prefazione di Goffredo Parise al suo libro Guerre politiche- Vietnam Biafra Laos Cile, Einuadi 1975, raccoglie i reportages che lo scrittore inviò dalle zona di guerra negli anni tra il 1968 e il 1973. Reportages da dentro la guerra, dai pattugliamenti e dai bombardamenti, dalle tende degli accampamenti e dalle jeep di mercenari nel cuore della foresta africana. Riporta voci volti ragioni di guerre già dimenticate e questo è molto istruttivo e interessante. Poi si tratta di uno scrittore classico, di uno scrittore di stile, dove per stile si intende la forma di un carattere ricavata nel blocco di una tradizione, e questo è molto interessante. La prefazione è datata, piena di riferimenti a un dibattito attuale allora e oggi decaduto. eppure ne riporto dei brani, posto che il contenuto dei reportage che inviava all'espresso o al corriere della sera sono più belli, non per le analisi ma certo per i ritratti e per la lingua.

«Di guerre "giuste" e "ingiuste" si diceva in quegli anni e si dice e si dirà. Anche questi aggettivi sono tra virgolette avendo imparato che nessuna guerra è mai giusta, quale che sia la sua politica. Allora e oggi giudico profondamente ingiusta la guerra condotta dagli americani in Vietnam, così ingiusta che essa è diventata il simbolo (giusto) dell'attuale decadenza degli Stati Uniti. Giudicavo però e ancora giudico ingiusto scoprire tra i cadaveri dei combattenti nordvietnamiti ragazzi di quindici, sedici anni, fossero o no volontari. Troppo giovani per morire e soprattutto in paesi stranieri. Adesso è finita col Vietnam, ma ne avremo altri come diceva Guevara, con altri morti di quindici, sedici anni. E intanto gli anni passano e quelli hanno visto pochi giorni di sole o di pioggia. A noi, a me per mia fortuna, è toccato di vederne di più ma non ho più alcuna voglia di viaggiare. Allora mi sentivo un ragazzo, anche se non ero più un ragazzo, ora non lo sono definitivamente. I viaggi e soprattutto le guerre invecchiano. Oggi rimpiango e invidio chi è rimasto a casa, a fare politica, a parlare o scrivere di politica: tutti costoro sono molto più giovani di me. [...] Tuttavia mi chiedo oggi, il perchè di questi miei viaggi in mezzo a guerre e rivoluzioni. Partecipazione umana? Sì, in parte. Curiosità politica? In parte. Amore del rischio? In parte, perchè in quegli anni la vita non mi piaceva e mi piaceva invece giocarla, stupidissimamente. Tutte queste parti però non fanno l'intero, nemmeno la più picola parte dell'intero. [...]
Personalmente, dopo tutti i miei viaggi, non me ne importa niente delle parole impegno e disimpegno, mostrando così un riprovevole disimpegno. Lo confermo sapendo a cosa vado incontro. Il mio impegno, quando pensavo di essere impegnato, era questo: credere fermamente che, con le mie parole scritte, avrei informato e forse coinvolto nella sorte di alcuni ragazz di quindici sedici anni, mandati a fare la guerra e disperatamente morti, alcuni lettori. Forse sono riuscito e ho sempre pensato e ancora penso che l'impegno di uno scrittore dovrebbe essere questo, che pare non sia più o non debba essere.
Un'altra ragione per cui credo che non viaggerò più è che il mondo, come sanno veramente tutti oramai, si è fatto piccolo, abbastanza uguale, molto americanizzato o americanizzabile. Chi si addentra nella foresta della Tailandia, e si spoglia nudo per mettersi sotto una azzurra e gelida cascata trova un piccolo paniere di Coca Cola, Ginger Alee Pepsy Cola, e ci riflette su, sa che non ha più moltissimo da viaggiare. Resterebbero le spedizioni di antropologia in brasile e nell'amazzonia, sogno di molte signore separate ma non so se sono abbastanza impegnate e se lo studio della forma del cranio di qualche indigeno fatta a modo suo naturalmente da uno scrittore sarebbe ritenuto altrettanto serio di quello di un antropologo. Forse no, ma potrebbe essere in diversa maniera interessante, a seconda delle qualità percettive dello scrittore. [...]Scrivendo e pensando e guardando con enorme attenzione quello che lo circonda e talvolta, quasi sempre, soffrendo per l'impossibilità di mutarlo (le sole cose che sa veramente fare uno scrittore) lo scrittore che viaggia finisce per avere una sua idea di luoghi e persone diversi. Che analizza, con automatico piacere professionale, come insegnò a fare allora Marco Polo, un grande fenomenologo ante litteram. La gioventù lo aiuta a guardare, perchè l'occhio, la mente e il cuore sono forti e resistenti anche ai grandi dolori dell'umanità. Pù avanti, nella maturità, lo scrittore tende a riflettere e a ricordare e a vedere come si dice "in prospettiva" i viaggi della sua gioventù. Se è uno scrittore italiano, che scrive in lingua italiana, sa quanta poca cosa sia tutto ciò che egli ha visto e raccontato: in parte perchè le sue informazioni, anche se preziosissime, rimangono in famiglia, una famiglia "politicamente" anche troppo ricca all'interno ma tutto sommato assai povera all'esterno. In parte perchè egli usa la lingua di dante, ristretta dentro angusti confini. Infine perchè egli, lo voglia o no, è sempre e comunque e ogni giorno di più scrittore coloniale. Saputo e detto questo gli rimane pur sempre da viaggiare da vivere e da scrivere dentro la sua colonia che, nonostante tutto, è ancora una delle più belle e vive e tragiche colonie del mondo»

mercoledì 13 maggio 2009

ierioggidomani

Ieri sul giornale la notizia di un sessantenne che spacca a pugni i denti di una ragazza nera che indossa una mascherina post operatoria sul viso. Urlando come un pazzo frasi razziste. Questo può accadere. Giovane donna straniera che si copre il viso vuol dire oggetto di odio disprezzo e violenza. Un ritardo culturale drammatico nella modernità diventa oggi il terreno di coltura per una fascistizzazione generale della popolazione italiana (né società né cittadinanza questo adesso è solo popolazione). Il cattolicesimo come sentimento dell’infallibilità e come arroganza razziale, il cattolicesimo come teoria dell’Unico: nostro il trono, il giudizio, lo splendore, candido papa e soglio, roma capitale del mondo e amore solo per chi è come deve essere. Non avete avuto imperi, non avete perduto niente costringendovi almeno in superficie a guardare in volto gli schiavi e a dire fratelli noi abbiamo sbagliato, mai recitato questo neanche per finta. Non si parla più di resistenza di fascismo di corruzione, non è più beffa qui siamo al dramma. E se ragioni e argomenti fra te e te subito l’immaginazione facilmente ti fa sorgere innanzi un esercito di borghesi benpensanti con la bocca piena di ragionamenti abominevoli che giustificano la morte oscena. Dopo il terremoto in abruzzo mi dicevo: in pakistan due anni fa centinaia di migliaia di morti e qui nessuno ha voluto saperlo, adesso una commozione fittizia consumista a cui niente e nessuno sull’arena pubblica si sottrae. Come ieri quella storia della giornalista americana Saberi liberata, diventa 3 pagine di apertura su tutti i quotidiani: ma che senso ha? È il caso su cui si gettano le iene, la pupattola giornalista è la bambola non diversa da madonna o britney, fantasma consumabile dalle pulsioni omologate che ci proiettano lo stereotipo della fanciulla miracolata e di nuovo via con la commozione.
Oggi sul giornale la notizia di un concerto dell’ultimo vincitore della trasmissione televisiva sui talenti della defilippi. Sospeso perché presenti troppi bambini che svenivano a causa dell’attesa, della folla, della situazione. Per un anno il loro tempo e spazio mentale è stato occupato dalla trasmissione, poi l’adolescente su cui proiettano affetti e identificazioni esce dallo schermo e tramite l’acquisto di un biglietto diviene visibile e sperimentabile, si dà l’occasione di un’esperienza. Non sanno certo che sarà ugualmente fittizia e passivizzante, che avrà lo stesso sapore e qualità delle ore passate in ebetitudine sul sofà, questi bambini possono chiedere e ottenere di andare a un concerto e si ritrovano nella prima esperienza di calca urlante e di fatica della massa al fantasma. Alcuni non reggono e il concerto salta. America oggi.
Domenica in barca a vela nel Golfo di Napoli. Sembra passato un mese. C’era vento e cielo terso, la barchetta filava inclinata a seconda dei bordi e si avvicinavano ora sorrento ora il capo di posillipo. Al centro la gigantesca nave cinese con le torri di container sulla tolda, si pensa subito a saviano all’ano del mondo che secondo lui è il porto di napoli, si pensa a lui perché ha disegnato l’ultimo frattale dell’economia globale a comprensione di comune lettore. Ma adesso è tutto distante noi sediamo nel pozzetto della barca e gli occhi bevono il paesaggio, le case le case le coste il vulcano mentre si fila e non c’è motore combustione nulla, è il legno e la tela e il vento e la tecnica umana, nella mia testa agisce come sempre il nesso mare avventura lo declino nuovamente e mai smetterò di farlo, ma in questo nostro filare ora in silenzio ora di parole leggere c’è un peso e lo condividiamo, a terra la aspetta un dolore e un peso che devi velarti gli occhi, proteggerti, staccare come oggi i piedi da terra e vivere in barca dove tutto è teso alla cura e al governo del legno che è mestiere abilità talento e salvezza, si allarga il respiro e si semplifica e rafforza la vita e lei ne ha bisogno perché come fa una madre a portare il lutto in vita mentre la sua ragazza lotta contro la malattia?
Ieri in metropolitana Vandana Shiva ci supplica di credere che sia possibile fare qualcosa per la terra e la vita umana. Ci pensavo mentre lavavo i piatti l’ultima volta: non sprecare l’acqua, tornare indietro di poco alla fatica naturale dei nonni ma mica davvero, fare solo diversamente da adesso ma non uguale a prima. Il mutamento è avvenuto, si può predicare e sperare, null’altro. Minoranze ma attive. Solo questo. Domenica tornando a casa mi dicevo: ogni giorno di sole splendente miliardi di esseri umani non hanno il conforto di un albero o di un prato o spiaggia ma abitano strettoie di cemento e formicai di pietra, questo continua ad apparire meglio e superiore al resto, questo è. Ma per vandana, caghiamo cmq fuori utopie.
Dopo il metrò sono arrivata a scuola, di pomeriggio. C’erano le due segretarie storiche, le cape insomma, che ci stanno da dieci anni e sono le padrone. Mi siedo, firmo i fogli, mi metto comoda a vedere che succede. Arrivano i docenti del CPT, il serale , si siedono sui tavoli, indolenti, confidenziali, si passa in continuazione dal napoletano all’italiano, le arguzie una dopo l’altra: un proverbio storpiato, un lazzo, una frase iniziata da uno e chiusa e dall’altra. Una collega (?) racconta che la bidella ieri le è entrata in aula a 1quarto d’ora dalla fine pretendendo di pulire e si sono scontrate. Che scandalo. La imitano, dicono che è una vaiassa, imitano il suo napoletano stereotipo e marcato, le braccia sui fianchi, la mimica facciale e nel fare ciò loro sono però lo stesso, prendono in giro ciò di cui loro stesse si compiacciono, so sempre in anticipo che diranno e con quale tono, è un genere, è come quei canali della tele locale che mandano a nastro film di totò. Un signore unto e obeso che non ho mia visto ci porta il caffè nei bicchierini mono uso, il sole splendido filtra dalle grate, conto i ritratti di padre pio, sono tre, uno grosso grosso e due più piccoletti, poi torno a compiacere le due vestali dell’amministrazione, sono acide, soddisfatte, non abbassano la guardia, oramai non ho più paura di queste cose. Tutti parlano male di tutti, per tutti si lascia cadere dall’alto un favore oppure si nega arbitrariamente, in palio non c’è nulla ma si gioca il gioco della diplomazia e del potere, machiavelli e pomodoro. Continuano a parlare male della bidella e della preside ma intanto mi dico mentre i colleghi del CTP siedono qui e bevono il caffè e il tempo prende questa veste di lusso, si getta con sprezzatura: dobbiamo stare qua, qua abbiamo da fare, questa è la giornata e tutto va bene, mentre stanno qui, in classe al loro posto chi ci sta?
Arrivando sul bus ho incontrato Massi, adesso avrà quasi sedici anni, non va a scuola mi dice. E che fai? Nulla. Poi si gira verso la ragazzina che tiene per mano e sorridendo: Faccio il badante. Ridiamo, so che aveva una fame d’affetto pazzesca e ora che stringe la mano della ragazzina tutta la sua bella intelligenza può venire fuori ma dove va, ma chi se lo caga e come loro tutti questi che escono dalle medie ma dove vanno, come lui ce ne sono tantissimi. Insomma.

martedì 12 maggio 2009

SPP

San pietro a patierno è un pezzo di napoli nord che sta un po’ sé. Sembra sempre lontano, quando qualcuno lo nomina è come se dicesse laggiù laggiù. Il fatto è che è napoli ma non è proprio napoli e non è nemmeno periferia. Non è casoria insomma né piscinola o mugnano, è san pietro a patierno. Si passa il quadrivio di secondigliano, con la sua colonna nera al centro, l’edificio neoclassico diroccato ex scuola elementare e ora assurda sede dei vigili, il ricordo della voragine che inghiottì e uccise 4 persone anni fa e si va dritti fino a una barriera invisibile, si entra a san pietro. Lontanissimi e vicini. Molte case vecchie, di un secolo e passa, belle e fottute e poi altre, il sole forte, i giovani fuori al bar a ciondolare, un centro storico da paese ma non convulso come secondigliano.
Eravamo ferme su un marciapiede tondo al centro di una piccolissima rotonda, riprendendo l’imbocco della strada piena di panni mossi al vento sui balconi di case basse e con una cupola di chiesa azzurra in fondo. Si ferma a domandare un signore in macchina, ma che state facendo chi siete, amichevole e curioso napoletano malandrino, ha gli occhi azzurrissimi, un ragazzino seduto dietro e due donne. La mia amica è francese, lui dice faccio il becchino, lei non capisce ma io nemmeno, o non del tutto, altre due battute sul fatto che abbiamo fatto una cosa alla scuola media lì vicino, anche il figlio ci va e voi dove abitate poi non ho capito gli chiedo: che fate? lo schiattamuort mi dice. Mi sembrava proprio bello, la francese non capisce, normale.
Diciotto di loro, una classe vivace e armoniosa davvero mi sembravano tutti belli. Ma che vuol dire poi come se un’altra classe piena magari di disperati e infelici non possa sembrarti altrettanto bella. Dipende anche dall’assortimento, dalla miscela di caratteri e personalità che si crea. Ma davvero sembra un gruppo sano. Non devo condurre io, collaboro nel senso che sto dentro e faccio tutto ma conduce un altro, che conosce il metodo di A. Boas il TdO. Tutti i metodi del teatro sono belli, chi più chi meno. Tutti i ragazz di 11 anni sono svagati chi più chi meno. E quindi. Quindi adesso mi ricordo come è complicato e fisicamente impegnativo, e come sono io e come mi sono trovata bene a incontrali così per giocare e non altro. Il conduttore a tratti sclerava.
Poi c’era la telecamera, la francese riprende, io continuo a far finta di voler imparare qualcosa su come fare audiovisivo ma poi mi sembra impossibile sapere tutti quei pulsanti e cavi e trucchi informatici, apparati e linguaggi, tanto più ignorando proprio di base come cazzo possa accadere che tutto finisce spostato da un mezzo all’altro e poi combini: non è più la pellicola che tagli e incolli qui cosa succede? Troverò qualcuno che lo sappia spiegare bene.
Poi non sto scrivendo né di bruno e gli altri né dell’omino di merda né di niente. Però ho visto un film meraviglioso Cenere e diamanti di Wayda che è Godard e Bunuel assieme, dove un cavallo bianco attraversa la strada di due giovani uomini e i loro destini si compiono sullo sfondo di un dopoguerra dove tutto è corrotto e indecifrabile, finito l’eroismo ora ogni porta del palazzo è contigua, il potere anzi il dominio coi suoi cerimoniali si mostra inquietantemente simile nell’amico e nei nemici, l’ultimo respiro della giovinezza l'ultima illusione d'amore è il solo alito che ci lega al mondo come impasto sanguinoso e poetico di terra e vite eterno.
Poi venerdì scorso c’era una luna bellissima a napoli e a teatro ho visto Cet enfant di un francese Pommerat che ha scritto e creato sto spettacolo con la sua cumpa dopo cento e passa interviste a genitori in normandia. Encomiabile e interessante, Famiglie vi odio o piuttosto genitori studiate e pensate o ancor meglio non lasciamoci soli con tutta questa dolorosa ignoranza. Non un capolavoro ma un bel lavoro, se non avessi appena letto un libro di Laing (I fatti della vita del 76) mi avrebbe stupito di più ne sono certa mentre adesso mi veniva da dire sì bello, bene, grazie ma tu di tuo, di trasfigurazione contemporanea nel teatro, di potenza che c’hai messo? Serve perché siamo ancora fermi là se non come dico sempre scivolati ancora indietro.

P.s.
il laboratorio coiragazzini della media poteva andare meglio, un vero percorso sul teatro dell'oppreso avrebbe richiesto molto di più, conveniva lasciare più spazio al gioco e alle loro libere espressioni ma comunque è stata vita. All'uscita ho fatto delle foto alla situazione del cortile e alla pista d'atletica. Auscire fuori della classe e lavorare assieme si guadagnerebbe salute.

sabato 9 maggio 2009

qualche notte fa

Una notte di delirio e fiamme, tornare a casa e fare l’amore piena di desiderio poi mentre sei ubriaca il mondo intero si dà convegno attorno al letto. Vedi una pianta un grosso stelo verde di linfa e fibra attraversato dal sole ogni singola peluria contro l’azzurro sei piccola per vedere da così vicino questo fusto verde di pianta, dal basso contro il cielo, è la vita stessa che si stampa contro l’azzurro grazie alla luce, il confine è ciò che ti interessa in questo sogno che si ravvolge rapido come un fuso di fuoco mentre senti il calore che ti prende agli inguini e al ventre dopo l’amore ubriaca stesa sul letto-nave l’immagine è questa del confine del limite di come ora è verde e poi sulla linea millimetrica è azzurro quello è il margine ed è lì che si gioca tutto in termini di tempo di senso perché gli scambi e il divenire e la vita che si definisce lotta e consuma è nella carne della pianta invece sul confine all’ultimo ultimo confine che andresti cercando invano sotto il sorriso di zenone lì vive il grado zero
coloro che non hanno più bisogno di scambi, che non barattano non donano non commerciano che non scambiano più niente ma stanno e ricordano adesso e sempre che c’è un inizio che c’è una soglia e che questa coincide con l’origine coloro per i quali il valore non è più misura ma è solo stare e apparire
come per l’onda mentre ti gira la testa e pensi ecco adesso esplodo o mi disintegro e invece è il vino che ribolle riscaldato dal piacere e adesso ti si quieta nelle vene come l’onda che ha sulla cresta la spuma bianca ha un mutevolissimo bordo di aria acqua e colore che si ritaglia pure quello indefinitamente ma realmente contro l’aria e si sfa e si perde e ritorna anche quello è un grado zero
il nostro affannarsi sulla storia, sui regni confinanti, sulle macerie che inghiottono le città ritorna infine a quella solennità immutabile di gente sul bordo del mare o del campo gli ultimi le figure i nulli che senza individualità definiscono tutto ciò che per noi è dato come grado zero
Poi iniziò la festa e vennero tutti devo dire attorno al letto, oramai l’ebbrezza dell’alcol e del sesso era diventata un globo grazioso rotante di tempesta e presenza, si affacciarono tutti amici di ogni città e doveri e piaceri ma era un ritrovo era un convegno dove non c’era nulla da trattare solo il riconoscimento in un lampo e a te avrei voluto scrivere e noi abbiamo avuto e tu e tu e tu caro e cara e poi c’erano anche coloro che sono andati via prima del tempo in avanscoperta portandosi gli anni verdi come un sacchetto legato in cima al bastone lasciando quel sapore di guerra finita o da venire, l’eredità come una promessa che se giungerà un’ora non saremo vigliacchi non avremo paura di combattere come se fossimo al fianco e se son passati loro potremo passare anche noi tanto più di corsa con lo slancio della resistenza se servirà se servirà

domenica 3 maggio 2009

Contest

Di break dance hip hop 3vs3:
allora si forma un cerchio, con gente seduta davanti e dietro in piedi, fitta. Da qualche parte, accanto alle apparecchiature, c’è il dj che mette la musica molto alta. Tutti stanno in cerchio e in un punto ci stanno tre sedie per i giurati: 3b-boys riconosciuti, abbastanza grandi ma ancora in attività perché devono avere l’autorevolezza per giudicare ma eventualmente per combattere, se no sei una nonna, uno che è stato grande e va rispettato ma non sei più da combattimento. Le crew, ognuna composta da 3, si sono iscritte prima e così il presentatore al microfono le chiama per la sfida, secondo il piano stabilito. Il presentatore rapper dà il via e lo stop al dj, alla fine di ogni sfida chiede alla giuria, pronta? E i tre votano indicando con la mano il lato della crew che vince, se gli sembrano pari fanno una specie di farfalla con le mani, indicando entrambi i lati. Gli sfidanti stanno tre su ogni lato, dentro al cerchio, gli uni di fronte agli altri. La musica ancora non parte, poi parte e uno dei giurati lancia una bottiglietta d’acqua al centro facendola roteare a terra, dove si ferma indica chi inizia. Parte la sfida. Il primo si fa avanti, recita col volto e con le mani, gesti in buona parte codificati ma reinterpretati, guarda gli avversari, gli fa delle smorfie, con le mani che già ballano, li invita a prendere atto di quanto è più potente e più figo, gesti con la bocca gli occhi le mani il pube e poi inizia a ballare ma a ballare di bestia perché i piedi sono tutti salti velocissimi e scatti elastici poi bisogna buttarsi a terra e lì iniziano i passi tosti, gambe sollevate roteate incrociate e muscoli fortissimi delle braccia perché rimangono fermi per aria fanno gesti offensivi e plastici con le gambe sospese o tutto il corpo rigido in posa per aria sospeso solo su un braccio e poi palleggi rotei balli e intanto gli altri delle due crew fanno un contorno di smorfie e di commenti, ci sono gesti che fanno tutti come lisciarsi le suole delle scarpe e far finta di spegnere a terra una siga ma anche momenti di dialoghi in coreografia, è una sintassi complicata: ogni tanto si stacca uno della crew avversaria e t’improvvisa un ballo contro il tuo che è dialogo e vuol dire i tuoi passi li faccio meglio io, sukkia, lecca, piegati, ti imito, ti batto. Oppure è la tua crew che ti prepara l’ingresso con un ballo a tre sincronizzatissimo e pieno di voli e di salti. Sono ballerini bravissimi e la chiave è come per i writer: competizione, sfida, gloria, virtù, sudore al posto del sangue. Insomma è la geologica del maschio guerriero, tema del fallo, i loro corpi sono giovani e fortissimi e l’energia li dilania e allora ballano e si misurano questa è la forma antica come il marmo. Le donne niente è chiaro ma al contrario di E. e di altri/e a me non disturba perché questo è, qualche adolescente maschio là presente credo che abbia avuto fremiti di frustrazione perché loro ballavano come draghi e si sfidavano per la gloria mentre lui era solo pubblico, relegato passivo, per noi è sempre così ma con frustrazione doppia perché non c’è spazio in nessun modo, neanche di riflesso ma questo è, è la geologica. In ogni cosa che c’è riconoscere lo scarto possibile e così nelle sotto-cultura tribali di strada, già pronte ad essere mercato o cecità, prendi la vita quando pulsa, abbiamo fame di miti di utopie di mitologie di liberazione dopo tanti anni di buio, forse lì forse no, ma intanto sono giovani e underground, che ballino in contesti dove c’è anche altro: rispetto, arte, cooperazione, autorganizzazione e donne, poi chissà con gli anni col lavoro con la fatica col sogno i lembi dei continenti rituali si riavvicineranno.
Ovviamente all’inizio le crew sono tantissime, ci sono anche quelle con bambini di dodici anni imberbi che fanno i gesti sukkiami il cazzone e cmq ridi (anche se ricordi le lettere tra gli ufficiali, i sogni erotici sulle sorelle, la caserma ecc.) e vedi il grande che li allena guidarli e man mano vengono eliminati è una gavetta fino a quando si sfidano i bravissimi, le avevi già visti all’inizio spendersi poco con i più scarsi ma man mano sparano i numeri e alla fine c’è la finale e il vincitore e se non sei abituat hai i timpani rotti
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Il contrasto volle che la mattina stessa avessi letto per intero un libretto perfetto titolato L’educazione fisica delle fanciulle (o Mine-Haha) di Frank Wedekind. I piani, così distanti, mi si intersecavano mentre sedevo assordata nel cerchio, i corpi muscolosi e testosteronici acri selvaggi dei breaker.
Le fanciulle nel parco, nelle case bianche disseminate nel parco, sonnambule imparano a camminare sulle mani a danzare e suonare, solo la febbre distingue l’una dall’altra ma per il resto esse divengono e vivono indistinte come individui, in una serenità di ignoranza turbata solo da stormi neri di sogni, uniche come corpi nel modo di camminare o di bellezza ma mai come persona, loro sono condotte fino a quando non giunge il menarca dentro a un teatro in cui il pubblico rimane invisibile dietro le grate e rumoreggia davanti a rappresentazioni descritte come una favola che al lettore/lettrice eccita pazzescamente, nessuna di loro capiva il senso delle messe in scena e nemmeno tu che leggi capisci davvero senonchè ti si gonfia il sesso e partecipi di quella allegoria erotica sessuale del corpo prima moneta donna, sono pagate sono elevate e consumate dal desiderio di tutti diventano la Merce la Moneta la Fantasmagoria sono fanciulle non sviluppate che camminano sulle mani e senza mai che sia detto ti trovi seduto con gli altri uomini sul palco e guardando giù i tagli rosati e le scene inconsapevoli delle fanciulle diventano l’altro lembo del rito, del potere, del volere, geologica forma anche questa.

Uno dei giurati è un personaggio cinematografico: “il Rosso” si potrebbe chiamare. Ha i capelli di un rosso chiaro, non acceso e li porta tutti drizzati in testa col gel, il che gli dà un’apparenza satanica che lui sottolinea con la mimica facciale, ha un modo di tirare fuori la lingua o muovere le sopracciglia teatrale, è sguaiato, forte, furbo, sembra Kiefer Sutherland all’inizio della carriera, riassume tutto il cinema da Ragazzi perduti a The hitcher a non so che altro punto della costellazione dei ragazzi di strada maledetti e bastardi. Si vede che scoppia di energia, che pure lui vorrebbe ballare e competere: tutti lo guardano con un certo timore e ammirazione. Al momento della scelta della giuria si fa attenzione a chi vota lui, durante le esibizioni più belle si dimena sulla sedia con molto stile. Per i capelli, per i tratti del viso, per gli occhi tagliati stretti e appena ravvicinati (diabolico!) mi ricorda il Dolcissimo: da bambino aveva gli stessi colori, i capelli rossi ma tendenti al biondo, lo sguardo azzurro e sottile. Che cortocircuito.
C’è un paesino, vicino alla Svizzera e al suo capoluogo di provincia V., che è un ex borgo dormitorio per gli operai transfrontalieri. Oggi i lavoratori hanno accumulato ricchezza e i cittadini hanno edificato villette sulle pendici della collina. Lo riaccompagno a casa qualche volta e lui mi mostra orgoglioso la via di casa sua, stretta tra due file di palazzine popolari: “Io lì vado in bicicletta”. E poi, dopo anni, le rare volte che ci sentiamo al telefono per non perderci: “Sai che ho imparato a andare in skate? Mi piace tantissimo lo skate. Sai che ho visto l’uomo ragno, te l’hai visto? È bellissimo”. Per lui potrebbe essere proprio come per il Rosso. Potrebbe.
Io e il Dolce passammo tutti i giovedì pomeriggio di un anno scolastico assieme. Solo io e lui dalle due alle quattro, nell’aula pulita e luminosa, le vetrate affacciate sul verde. Felici di quel tempo da dedicarsi. Il Preside X era uno che ci pensava a queste cose. Alto, sempre col vestito pantaloni e giacca grigi, i capelli anni ’50 pettinati all’indietro, tenuti un poco alti dalla brillantina, bianchi e neri a strisce come se avesse usato un pettine bicolor. Severo, distante ma equo e pieno di dedizione. Ci vuole fatica per programmare una scuola dove è possibile dare e darsi l’attenzione che serve a chi merita. Quando decisi di partire mi disse: “Peccato ma è giusto così, come si sente. Finirà sicuramente a Napoli nord, secondigliano… Arrivederci”. E aveva ragione. Veniva da là lui, trenta anni prima e mi chiedo qui dove s’incontra uno così.
Dopo il casino della mensa quando tutti andavano a fare il pomeriggio, noi salivamo in aula e giocavamo un po’ prima di sederci. Con la pallina o a nascondino, sdraiati sui banchi a volte ma con le orecchie tese se si avvicinava qualcuno alla porta. Poi studiavamo. Piccoli eventi celebri che ci citiamo ogni volta per riconoscerci: “Ti ricordi il libro di Charlie Brown?” “Sì” “Te lo devo ridare?” e ridiamo perché gli regalai un album di Snoopy e poi per un anno ogni giorno: “Ma… ma il libro te lo devo ridare?” “No è un regalo” fino al giorno in cui mi misi a saltare e ringhiare. Oppure il brano stupido del libro di antologia «-Ciao- disse il principe. -Ciao padroncino- disse il cavallo» e lui trattiene il fiato, trasecola, occhi azzurri sul mio viso per cercare conferma e fa: “Ma… i cavalli parlano??!!”. Io guardo lui stupita di rimando dal suo stupore : “Lucaaaaaaaaaaaaaaaaa è una favola!” e giù a rotolarsi per terra dal ridere tutti e due nitrendo in continuazione ciao ciao, prendendo in giro assieme la sua lentezza, la sua tenerezza, la sua dolcezza sfasata e stona, una pietra limpida che è il sale del mondo a non chiuderla nel sacchetto, nell’etichetta, nella stanza.
Lui come il Rosso per gioco, passione, rabbia e riscatto, potrebbe essere. E non potrebbe mai perché era ed è troppo vulnerabile e alieno per tante cose. Sua mamma una donna umilissima e umanissima,magra rossiccia anche lei, consumata dal lavoro e coi denti rovinati, un marito violento e alcolista e la figlia maggiore fidanzata, apprendista parrucchiera, due donne e un bambino contro l’alcool e tanto amore per Luca. E io che ci stavo assieme ore riconoscevo con lui anche quello, filtrato dalla sua anima, la percezione delle differenze coi compagni figli di dottore o borghesi ma anche da Steve e Fazza, d’operai, che andavano a baseball ma troppo bulli. E l’interesse ripetuto deciso per certe forme di sport di strada, libere, audaci. Ora, non bisogna diventare tutto quello che non-possiamo e siamo, non consegue sebbene sia. Guardavo il Rosso e pensavo a Luca, a come potrebbe e non potrebbe mai essere (stato) così. In Luca c’è qualcosa del Rosso, una potenza istintiva e una ironia buffonesca colossale e nel Rosso c’è probabilmente qualcosa di Luca, in fondo in fondo una dolcezza inconsolabile e un cosiddetto ritardo cognitivo.