domenica 3 maggio 2009

Contest

Di break dance hip hop 3vs3:
allora si forma un cerchio, con gente seduta davanti e dietro in piedi, fitta. Da qualche parte, accanto alle apparecchiature, c’è il dj che mette la musica molto alta. Tutti stanno in cerchio e in un punto ci stanno tre sedie per i giurati: 3b-boys riconosciuti, abbastanza grandi ma ancora in attività perché devono avere l’autorevolezza per giudicare ma eventualmente per combattere, se no sei una nonna, uno che è stato grande e va rispettato ma non sei più da combattimento. Le crew, ognuna composta da 3, si sono iscritte prima e così il presentatore al microfono le chiama per la sfida, secondo il piano stabilito. Il presentatore rapper dà il via e lo stop al dj, alla fine di ogni sfida chiede alla giuria, pronta? E i tre votano indicando con la mano il lato della crew che vince, se gli sembrano pari fanno una specie di farfalla con le mani, indicando entrambi i lati. Gli sfidanti stanno tre su ogni lato, dentro al cerchio, gli uni di fronte agli altri. La musica ancora non parte, poi parte e uno dei giurati lancia una bottiglietta d’acqua al centro facendola roteare a terra, dove si ferma indica chi inizia. Parte la sfida. Il primo si fa avanti, recita col volto e con le mani, gesti in buona parte codificati ma reinterpretati, guarda gli avversari, gli fa delle smorfie, con le mani che già ballano, li invita a prendere atto di quanto è più potente e più figo, gesti con la bocca gli occhi le mani il pube e poi inizia a ballare ma a ballare di bestia perché i piedi sono tutti salti velocissimi e scatti elastici poi bisogna buttarsi a terra e lì iniziano i passi tosti, gambe sollevate roteate incrociate e muscoli fortissimi delle braccia perché rimangono fermi per aria fanno gesti offensivi e plastici con le gambe sospese o tutto il corpo rigido in posa per aria sospeso solo su un braccio e poi palleggi rotei balli e intanto gli altri delle due crew fanno un contorno di smorfie e di commenti, ci sono gesti che fanno tutti come lisciarsi le suole delle scarpe e far finta di spegnere a terra una siga ma anche momenti di dialoghi in coreografia, è una sintassi complicata: ogni tanto si stacca uno della crew avversaria e t’improvvisa un ballo contro il tuo che è dialogo e vuol dire i tuoi passi li faccio meglio io, sukkia, lecca, piegati, ti imito, ti batto. Oppure è la tua crew che ti prepara l’ingresso con un ballo a tre sincronizzatissimo e pieno di voli e di salti. Sono ballerini bravissimi e la chiave è come per i writer: competizione, sfida, gloria, virtù, sudore al posto del sangue. Insomma è la geologica del maschio guerriero, tema del fallo, i loro corpi sono giovani e fortissimi e l’energia li dilania e allora ballano e si misurano questa è la forma antica come il marmo. Le donne niente è chiaro ma al contrario di E. e di altri/e a me non disturba perché questo è, qualche adolescente maschio là presente credo che abbia avuto fremiti di frustrazione perché loro ballavano come draghi e si sfidavano per la gloria mentre lui era solo pubblico, relegato passivo, per noi è sempre così ma con frustrazione doppia perché non c’è spazio in nessun modo, neanche di riflesso ma questo è, è la geologica. In ogni cosa che c’è riconoscere lo scarto possibile e così nelle sotto-cultura tribali di strada, già pronte ad essere mercato o cecità, prendi la vita quando pulsa, abbiamo fame di miti di utopie di mitologie di liberazione dopo tanti anni di buio, forse lì forse no, ma intanto sono giovani e underground, che ballino in contesti dove c’è anche altro: rispetto, arte, cooperazione, autorganizzazione e donne, poi chissà con gli anni col lavoro con la fatica col sogno i lembi dei continenti rituali si riavvicineranno.
Ovviamente all’inizio le crew sono tantissime, ci sono anche quelle con bambini di dodici anni imberbi che fanno i gesti sukkiami il cazzone e cmq ridi (anche se ricordi le lettere tra gli ufficiali, i sogni erotici sulle sorelle, la caserma ecc.) e vedi il grande che li allena guidarli e man mano vengono eliminati è una gavetta fino a quando si sfidano i bravissimi, le avevi già visti all’inizio spendersi poco con i più scarsi ma man mano sparano i numeri e alla fine c’è la finale e il vincitore e se non sei abituat hai i timpani rotti
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Il contrasto volle che la mattina stessa avessi letto per intero un libretto perfetto titolato L’educazione fisica delle fanciulle (o Mine-Haha) di Frank Wedekind. I piani, così distanti, mi si intersecavano mentre sedevo assordata nel cerchio, i corpi muscolosi e testosteronici acri selvaggi dei breaker.
Le fanciulle nel parco, nelle case bianche disseminate nel parco, sonnambule imparano a camminare sulle mani a danzare e suonare, solo la febbre distingue l’una dall’altra ma per il resto esse divengono e vivono indistinte come individui, in una serenità di ignoranza turbata solo da stormi neri di sogni, uniche come corpi nel modo di camminare o di bellezza ma mai come persona, loro sono condotte fino a quando non giunge il menarca dentro a un teatro in cui il pubblico rimane invisibile dietro le grate e rumoreggia davanti a rappresentazioni descritte come una favola che al lettore/lettrice eccita pazzescamente, nessuna di loro capiva il senso delle messe in scena e nemmeno tu che leggi capisci davvero senonchè ti si gonfia il sesso e partecipi di quella allegoria erotica sessuale del corpo prima moneta donna, sono pagate sono elevate e consumate dal desiderio di tutti diventano la Merce la Moneta la Fantasmagoria sono fanciulle non sviluppate che camminano sulle mani e senza mai che sia detto ti trovi seduto con gli altri uomini sul palco e guardando giù i tagli rosati e le scene inconsapevoli delle fanciulle diventano l’altro lembo del rito, del potere, del volere, geologica forma anche questa.

Uno dei giurati è un personaggio cinematografico: “il Rosso” si potrebbe chiamare. Ha i capelli di un rosso chiaro, non acceso e li porta tutti drizzati in testa col gel, il che gli dà un’apparenza satanica che lui sottolinea con la mimica facciale, ha un modo di tirare fuori la lingua o muovere le sopracciglia teatrale, è sguaiato, forte, furbo, sembra Kiefer Sutherland all’inizio della carriera, riassume tutto il cinema da Ragazzi perduti a The hitcher a non so che altro punto della costellazione dei ragazzi di strada maledetti e bastardi. Si vede che scoppia di energia, che pure lui vorrebbe ballare e competere: tutti lo guardano con un certo timore e ammirazione. Al momento della scelta della giuria si fa attenzione a chi vota lui, durante le esibizioni più belle si dimena sulla sedia con molto stile. Per i capelli, per i tratti del viso, per gli occhi tagliati stretti e appena ravvicinati (diabolico!) mi ricorda il Dolcissimo: da bambino aveva gli stessi colori, i capelli rossi ma tendenti al biondo, lo sguardo azzurro e sottile. Che cortocircuito.
C’è un paesino, vicino alla Svizzera e al suo capoluogo di provincia V., che è un ex borgo dormitorio per gli operai transfrontalieri. Oggi i lavoratori hanno accumulato ricchezza e i cittadini hanno edificato villette sulle pendici della collina. Lo riaccompagno a casa qualche volta e lui mi mostra orgoglioso la via di casa sua, stretta tra due file di palazzine popolari: “Io lì vado in bicicletta”. E poi, dopo anni, le rare volte che ci sentiamo al telefono per non perderci: “Sai che ho imparato a andare in skate? Mi piace tantissimo lo skate. Sai che ho visto l’uomo ragno, te l’hai visto? È bellissimo”. Per lui potrebbe essere proprio come per il Rosso. Potrebbe.
Io e il Dolce passammo tutti i giovedì pomeriggio di un anno scolastico assieme. Solo io e lui dalle due alle quattro, nell’aula pulita e luminosa, le vetrate affacciate sul verde. Felici di quel tempo da dedicarsi. Il Preside X era uno che ci pensava a queste cose. Alto, sempre col vestito pantaloni e giacca grigi, i capelli anni ’50 pettinati all’indietro, tenuti un poco alti dalla brillantina, bianchi e neri a strisce come se avesse usato un pettine bicolor. Severo, distante ma equo e pieno di dedizione. Ci vuole fatica per programmare una scuola dove è possibile dare e darsi l’attenzione che serve a chi merita. Quando decisi di partire mi disse: “Peccato ma è giusto così, come si sente. Finirà sicuramente a Napoli nord, secondigliano… Arrivederci”. E aveva ragione. Veniva da là lui, trenta anni prima e mi chiedo qui dove s’incontra uno così.
Dopo il casino della mensa quando tutti andavano a fare il pomeriggio, noi salivamo in aula e giocavamo un po’ prima di sederci. Con la pallina o a nascondino, sdraiati sui banchi a volte ma con le orecchie tese se si avvicinava qualcuno alla porta. Poi studiavamo. Piccoli eventi celebri che ci citiamo ogni volta per riconoscerci: “Ti ricordi il libro di Charlie Brown?” “Sì” “Te lo devo ridare?” e ridiamo perché gli regalai un album di Snoopy e poi per un anno ogni giorno: “Ma… ma il libro te lo devo ridare?” “No è un regalo” fino al giorno in cui mi misi a saltare e ringhiare. Oppure il brano stupido del libro di antologia «-Ciao- disse il principe. -Ciao padroncino- disse il cavallo» e lui trattiene il fiato, trasecola, occhi azzurri sul mio viso per cercare conferma e fa: “Ma… i cavalli parlano??!!”. Io guardo lui stupita di rimando dal suo stupore : “Lucaaaaaaaaaaaaaaaaa è una favola!” e giù a rotolarsi per terra dal ridere tutti e due nitrendo in continuazione ciao ciao, prendendo in giro assieme la sua lentezza, la sua tenerezza, la sua dolcezza sfasata e stona, una pietra limpida che è il sale del mondo a non chiuderla nel sacchetto, nell’etichetta, nella stanza.
Lui come il Rosso per gioco, passione, rabbia e riscatto, potrebbe essere. E non potrebbe mai perché era ed è troppo vulnerabile e alieno per tante cose. Sua mamma una donna umilissima e umanissima,magra rossiccia anche lei, consumata dal lavoro e coi denti rovinati, un marito violento e alcolista e la figlia maggiore fidanzata, apprendista parrucchiera, due donne e un bambino contro l’alcool e tanto amore per Luca. E io che ci stavo assieme ore riconoscevo con lui anche quello, filtrato dalla sua anima, la percezione delle differenze coi compagni figli di dottore o borghesi ma anche da Steve e Fazza, d’operai, che andavano a baseball ma troppo bulli. E l’interesse ripetuto deciso per certe forme di sport di strada, libere, audaci. Ora, non bisogna diventare tutto quello che non-possiamo e siamo, non consegue sebbene sia. Guardavo il Rosso e pensavo a Luca, a come potrebbe e non potrebbe mai essere (stato) così. In Luca c’è qualcosa del Rosso, una potenza istintiva e una ironia buffonesca colossale e nel Rosso c’è probabilmente qualcosa di Luca, in fondo in fondo una dolcezza inconsolabile e un cosiddetto ritardo cognitivo.

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