Nel romanzo di Renata Viganò L’Agnese va a morire i nomi dei luoghi sono indicati con la sola lettera iniziale, seguita da punti sospensivi. Avevo il libro sullo scaffale da anni, l’ho preso in mano tante volte ma solo una settimana fa ho preso a leggerlo. È una bella edizione Einaudi per la scuola media,anno 1976, con introduzione di Sebastiano vassalli e note esplicative ispirate nel loro tono risentito e radicale alla temperie culturale dominante negli anni 70. Nelle vie e nelle città accadevano trentacinque anni fa cose oggi impensabili e nella cultura ufficiale c’erano probabilmente una retorica e uno stile mainstream ma radicali oggi altrettanto distanti. Chi potrebbe con AN al governo adottare oggi in una terza media il libro della Viganò e leggere le note di feroce scherno e denuncia del fascismo? Senza peraltro che i partigiani siano mai condannati, ridotti, riportati ai loro errori? Nessuno e nessuno potrebbe spiegare, magari facendo leggere un’altra edizione senza quelle note, che si tratta di una rappresentazione storica ma anche mitica, di una storia popolare e di liberazione che non ha bisogno di ripartire errori pietà e ferocia perché già vi è l’umanità nuda davanti al colmo dell’ingiustizia che si difende a mani nude giorno dopo giorno carattere contro carattere, spie delatori debolezze infamie tradimenti sadismi sangue e un poco di ragione di volontà di scelta di ricerca di coraggio di speranza. Dalla terra paludosa piena di nebbia canne e animali, coperta da cieli ora inclementi ora luminosi, si leva la figura dell’Agnese ed è una figura assoluta nella sua realtà e nel suo essere archetipo, la sua fatica e la sua umiltà suscitano nel cuore una memoria di assoluto che forse viene dall’aver saputo dare forma a un universo umile. Ultimi ultimi ultimi, di questi tempi in questi giorni mi vengono in mente gli ultimi.
Ma il fatto è che il 24 sera sono andata a Ravenna a trovare degli amici e solo lì ho compreso che i luoghi del libro erano proprio quelli attorno alla città, che Alfonsine e S… e L… sono paesi e frazioni tra ravenna e comacchio e il 25 aprile mi è piaciuto portare il libro con me. Avevo voglia di corteo questo 25 aprile, dopo tanti anni mi son tornate in mente le manifestazioni di milano, una in particolare dopo che vinse Berlusconi la seconda volta e pioveva tantissimo e l’elicottero si abbassava e sventagliava di pioggia i manifestanti ma noi inzuppati ce ne ridevamo. E poi ne ricordo altri, anche col sole, dove si era tanti e capitava di rivedere persone dopo tanto tempo. Mi è tornata voglia per via del fascismo e della miseria attuale. Ma sono solo nostalgie.
A ravenna la celebrazione ufficiale è in piazza del popolo, sfilano l'esercito e i partigiani sempre meno e più vecchi, parlano il sindaco e altri politici la gente sta ferma attorno la banda suona musiche sconosciute, la maggior parte delle perosne sono vecchie e borghesi, giovani nessuno, un vuoto tra i venti e i trentanni. Si viene apostrofati come signori e signore, la commemorazione del 25 aprile è finita. niente cittadini e cittadine, niente più compagni e compagne, bella ciao suonata 5 seconde quando i pubblici ufficiali han già lasciato la piazza.
Intanto anche a ravenna il mondo è quello che è, l’individuo spolpato dal consumo e marionettizzato dal desiderio meccanico, dalla pulsione legata al mulino del diavolo, dallo stantuffo cyber che finge perfino il nero del mantello del vampiro e ci deruba così finanche del sogno del male. Tuttavia. Tuttavia c’è stato qualcosa come la resistenza, le cooperative e prima ancora altro ma quel che vedo è che è un po’ diverso dalla lombardia e dal meridione, che il collasso individuale si declina in costumi ancora decorosi in superficie per cui le persone giocano parlano vivono, in una necrosi apparentemente meno feroce che altrove e così mi chiedo quanto della storia recente e no conti in ciò.
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