giovedì 2 aprile 2009

la rotonda - parte1

Era una calda mattinata di giugno. Alle undici la lamiera leggera dello scivolo accanto alla sabbionaia scottava di già. Scendevamo presto con indosso vestiti leggeri a cui non eravamo abituati. L’aria era fresca, il sole forte, l’estate, e i suoi cambiamenti imprevisti, ancora sulla soglia. Crescevamo in fretta e allo stesso tempo le giornate erano come un largo fiume immobile e luminoso.
Qualche volta rimpicciolivamo, ci abbandonavamo a un piacere stranoto e appena andato, ritornavamo all’alacrità automatica dell’infanzia primissima, per risposarci dal lavorio fantastico e avventuroso dei giochi nuovi.
Aveva piovuto,la sabbia coi suoi puntini di luce minerale era scura e fredda, noi ci davamo da fare rapiti dal meccanismo, bisognava produrre, fare e darsi, avanti indietro dalla sabbia allo scivolo con il ritmo ordinato del gioco mentre la recita scorreva dalle labbra, in un chiacchierato basso continuo: si deve, facciamo, tu dicevi , io trovavo, ecco è così. L’istante pieno e risolto ci ricomprendeva, noi eravamo assorbiti.
Da allora l’immagine è là, conficcata sul fondo coperto dalla marea e non ha correlativo attuale.
Ripugnante. Insensato, indegno tutto e ad un tratto, come per una frattura intervenuta nel vedere solito, all'improviso. Ché lo scivolo era lo stesso, rosso e blu, gli scalini d’alluminio traforato stranoti come ogni bozzo sulla lamiera e il sapore persino della sabbia che i fratelli piccolini assaggiavano ancora di nascosto dalle mamme, criccric sotto i denti.
Le striscioline brune dei vermi messi a friggere sullo scivolo arroventato, che si contorcevano ustionati fu uno choc, una rivolta estetica prima che pietosa, la miseria improvvisa di quell’impiego incosciente e tristo ci sminuiva tutti. Da qui non si torna indietro, basta.

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