martedì 7 aprile 2009

la rotonda - parte2

Robertino non si mischiava spesso ai nostri giochi. Se si facevano partite a palla guerra o sparviero, a guardie e ladri o pallavolo, ci stava. Altrimenti preferiva allontanarsi e non partecipare alle lunghe affabulazioni recitate che ci rapivano per settimane: montagne della scozia, grandi case piene di fantasmi, una numerosa famiglia di orfani coinvolta in avvenimenti sanguinosi e soprannaturali dove serviva saper ballare saltare cantare pattinare e superare sfide e paure estreme ecc. ecc. Non tutti i maschi del cortile partecipavano sempre a quelli che chiamavamo "giochi di fantasia": c'era chi non se ne perdeva uno e chi si faceva un giro ogni tanto. Nei periodi della banda della bici o delle esplorazioni a villa maria invece eravamo tutti assieme. Tranne lui che faceva il tipo solitario.
Era un pomeriggio caldo, stavamo in maniche corte e giocavamo sulle parallele. Arrampicati sulla struttura eravamo in casa: chi si svegliava, chi preparava la colazione, chi stava alla finestra o si lavava i denti. Eravamo agili come scimmie, cercavamo il virtuosismo perché volteggiare tra i tubi era un piacere fisico che aumentava se gli altri apprezzavano la tua bravura. Per andare da un’ala all’altra bisognava tenersi sospesi alle sbarrette che come una scaletta in orizzontale collegavano le due parti della struttura e chi perdeva la presa ci rimaneva male perchè risbattere i piedi a terra ti faceva sentire come un uccello goffo caduto dall'albero o come un angelo stupido che aveva perso il paradiso.
Poi bisognava andare al paese per fare la spesa e iniziavamo a camminare in direzione del pratone, molto attenti, sparpagliati per evitare di essere acchiappati in troppi in una volta sola. Il cammino era infatti infestato dagli zombie, cioè dal povero Giampiero e da quelli (pochi) che gli riusciva di acchiappare dopo un sacco di agguati.
Dalle parallele avevo visto Robertino entrare nella rotonda dietro la sabbionaia e andai là dentro a vedere che faceva. Il cortile era grandissimo, sotto i portici accanto ad ogni scala (arrivavano fino alla Q) c’era una rotonda cioè una sorta di nastro di cemento grigio e granuloso ravvolto a spirale. Servivano da magazzini o da depositi ma in realtà per la gran parte erano vuote e a nostra disposizione. In una per un periodo avevano lasciato delle grandissime bombole di ferro, poggiate a terra, e io e cecile ci eravamo sottoposte a un allenamento durissimo per imparare a camminare sui rulli in movimento come vere artiste del circo. Suo padre poi ci scoprì e piantò un sacco di storie, a noi e al portiere, sul fatto che era pericolosissimo e che potevano esplodere, tutte assurdità che però fecero finire il gioco per sempre.
Dentro la rotonda era scuro e fresco. Si sentivano le grida degli amici inseguiti dai mostri e se guardavi in alto si vedevano i rami dei pini agitarsi, illuminati dal sole. C’era un forte odore di alcool, Robertino era inginocchiato al centro della rotonda e armeggiava attorno a un camioncino rosso. Era tutto preso dal suo lavoro ma sembrava contento che fossi andata a trovarlo. Adesso ti farò vedere, disse. Hai mai usato l’alcool per fare cerchi di fuoco? No, sembra bello. E mi appoggiai contro il nastro di cemento. Non capivo cosa stesse facendo ma quando lo vidi scattare rapido e poggiare la mano sul pavimento mi resi conto della schifezza. Stava cercando di chiudere dentro la macchinina quattro grossi ragni, di quelli con il corpo tondo come un bottoncino e le zampe lunghe lunghe piegate a metà. Il piacere di stare lì si raffreddò e anche lui mi sembrò diverso, improvvisamente. L’avevo sempre trovato carino, anzi era per via di quel viso regolare e bello che in fondo non l’avevamo mai preso in giro o emarginato, nonostante fosse un po’ strano ma ora era eccitato, nervoso, gli veniva una specie di sorriso stupido e bestiale. Ci era sembrato spesso cupo e anche maligno quando ci faceva le smorfie ma brutto come lo vedevo allora non era stato mai. Finalmente riuscì a chiudere lo sportellino e appoggiò il camioncino rosso al centro della rotonda. Poi si mise a fare dei giri tutt’intorno come uno stregone o una scimmia, stava molto attento a versare bene l’alcool seguendo una tecnica sua e infatti parlava tra sé e sé su come fare e come versare. Io non riuscivo a guardare più niente, i riflessi del sole sul soffitto, i rami dei pini che stavano sul limitare del porticato, il colore di rosa stinto del pavimento in alcune zone. Lui aveva l’accendino e dette fuoco, spostandosi subito dalla parte della rotonda opposta alla mia e osservava contento ora il piccolo incendio ora la mia faccia. I ragni riuscivano a scappare dalla macchinina, due mezzi morti e due vivi; i vivi cercavano di allontanarsi ma incontravano altri cerchi di fuoco e alla fine morivano tutti bruciati. Dentro al camioncino c’erano anche delle formiche ma il più bello, disse Robertino, era farlo con le lucertole e mi indicò delle mummiette bruciacchiate lungo il bordo della rotonda. C’era nell’aria l’odore dell’alcool e c’era odore anche di amarezza incomprensibile. Poi mi passò lo schifo e mi venne la pena, lui e i suoi riti di tortura consumati da solo là dentro, al buio mentre noi giocavamo felici fuori mi facevano pena e mi venne la visione.
Bastano delle parole sentite, non ascoltate perché magari stai facendo altro e non ascolti i genitori che parlano ma in realtà sì, le orecchie non è che solo sentono, ascoltano proprio quello che vogliono altrimenti non si spiegherebbe come poi si sappiano tante cose. Frammenti che galleggiano da qualche parte, in un magazzino poco usato del cervello, e poi vengono fuori al momento giusto. Sono sensazioni o suggestioni, non proprio ragionamenti ma piccole cose che vanno a posto e di colpo ti rendi conto che sapevi una cosa. Io sapevo che suo padre, quell’uomo dalla faccia tonda e rosa, coi capelli molto neri che gli facevano una specie di onda un po’ unta sulla fronte, era cattivo. Le nostre mamme erano amiche ma i nostri padri no. Non lo guardavo mai in faccia se lo incontravo, lui sorrideva ma io lo evitavo, c’era una cosa brutta che lo riguardava ma cosa era…cos’era…cosa era?
Robertino in garage nascosto dietro alla macchina, con la serranda alzata e la luce radente che scende dallo scivolo vicino. Sotto il cortile ci sono i garage e sono come strade di cemento con tutte le serrande ai lati. Qualcuno sta arrivando. È vietato andare là, lui ci va per prendere la trielina o la benzina o l’alcol ma è proibito, ce l’hanno detto tante volte, sono cose che non bisogna usare. In generale non vogliono che giochiamo di sotto ma noi ci andiamo e facciamo partite a guardie e ladri infinite anche perché conosciamo tutti i passaggi segreti, li sappiamo ritrovare solo dopo molti tentativi ma sappiamo che ci stanno e che si può passare dai garage alle cantine e che ci sono cunicoli che uniscono le due parti in cui si divide sottoterra il parco. Ma adesso lui è solo, sta in silenzio dietro la macchina e il papà si avvicina, fuori è la sera ancora luminosa di un pomeriggio di tarda primavera, è l'ora in cui si torna dal lavoro e in cui noi siamo affannati dopo un intero pomeriggio di giochi ma robertino è in garage e il cortile sta di sopra e si nasconde in fondo, dietro il parabrezza della macchina ma la serranda è alzata e sono le sei. La sensazione è di pizzicore tra le cosce, come se scappasse la pipì, pizzicore e calorino tra le cosce ma è paura soltanto paura. Non pensa nemmeno di scappare, non c’è nessun posto dove scappare o allontanarsi, bisogna stare lì e vedere tutta la scena, vivere tutta la scena, anche a voler dire qualcosa la gola non fa rumore. Ha i mocassini neri e i pantaloni marroni con la piega, ha l’odore del dopo barba sulla camicia e gli occhi un po’ lucidi e cattivi, con le lucine della cattiveria dentro che gli vengono quando si arrabbia così. Robertino non piange, non lo guarda, non dice nulla, si sente a momenti il cuore che batte nelle orecchie e la voglia di fare la pipì ma più respira più vorrebbe piangere o ridere, sale una specie di riso che in realtà è pianto ma invece non è nulla perché sta lì zitto immobile con il cuore nelle orecchie e le cosce strette e sfregate appena una contro l’altra. Non lo guarda, non vuole vedere quegli occhi o la bocca e nemmeno i mocassini neri e la fibbia della cintura, guarda invece il tubo ecco la vera paura il vero problema è il tubo tutto macchiato di rosa che sta lì appeso. È un tubo di plastica trasparente per travasare il vino, si mettono i fogli di giornale a terra e poi dalla damigiana grande il vino sale nel tubo e va nelle bottiglie, poi si appoggia la bottiglia al centro dell’attrezzo di ferro, si sistema il tappino a corona e pigiando la leva la bottiglia si tappa ed è divertente fare il travaso non è noioso ma ora ci siamo ecco ecco il bambino si schiaccia nell’angolo del garage, contro le ragnatele, il babbo ci passa lo stesso, c’è abbastanza spazio di fianco alla macchina e arriva davanti al bambino, col tubo di plastica che ha staccato dal chiodo e dev’essere come sentirsi in trappola, come sentirsi la pelle che si alza da sola dalla carne dalla paura ma non esce né il pianto né il riso né la pipì mentre diventa un dolore il dolore il dolore e liberarsi quasi perché poi finisce.

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