domenica 19 aprile 2009

bigiata e bosco

Un giorno Laura scrisse un tema dove ritrovai il mio Tema: il Bosco e la Fanciulla. Non mi ricordo il titolo che avevo inventato per portarli a raccontare. Qualcuno a volte si appassionava e scordava le formulette imparate alle elementari ma l’inizio era quasi sempre uguale (“Ciao mi chiamo Mena e ho 12 anni…”) oppure capitava che si rivolgessero a un pubblico immaginario: “E ora vi saluto”. Ma voi chi? La pagina come uno schermo e occhi e orecchie di carta per il microfono-penna.
A Napoli quando gli studenti fanno filone, o bigiano come si dice al nord, vanno al Bosco di Capodimonte. In tutte le città c’è un luogo ameno consacrato a questi ritagli incongrui di natura: come se servisse la fuga dalla città per fingere fino in fondo il rituale dell’evasione. Sono le mete delle prime volte, quando si è piccoli e dentro a un bar o in altri posti della città non si saprebbe che fare e si ha bisogno di spazio per giocare, parlare ad alta voce, fare casino tirandosi l’acqua o cose così.
Il bosco sta sopra alla città, si vede dai terrazzi alti oppure da via foria semplicemente guardando in su: il palazzo rosso in fronte e dietro il verde. È un bosco vero, vastissimo, con zone intricate e folte dove si inoltrano viottoli di terra bagnata e si sentono gli odori di umido e decomposizione. Quando il vento o una bestiola muovono i cespugli prende la paura e se non si è esperti ci si può perdere. Ogni tanto si incontra una statua coperta di muschio o una pozza d’acqua circolare o un vialetto appartato pieno di buche e di fazzoletti usati a terra. Ci sono prati molto grandi chiazzati dal sole e un paio di case diroccate dove una volta viveva qualcuno. Ci sono radure con l’erba altissima, chiuse da una parete di verde e ci sono piste quasi ricoperte dal folto con le ragnatele che si attaccano in faccia se cerchi di seguirle. E poi c’è la Grotta di Maria Cristina.
Nel tema non diceva che era mattina e che non erano andate a scuola, raccontava senza le doppie e con la punteggiatura irrazionale e decorativa che usano loro, buttando di corsa pensieri e immagini sul foglio, senza legarli: eravamo al Bosco e nessuno voleva giocare alla Grotta ma io convincevo Serena a entrare dicevo dai scendiamo non succede niente proviamo e abbiamo iniziato a scendere i gradini ma poi abbiamo sentito una cosa che ci prendeva ai fianchi e era freddissimo e io ho gridato e Serena ha gridato e siamo corse sopra e non siamo entrate più. Nella grotta è morta una ragazza. La ragazza era entrata col fidanzato ma si era fatta male a un piede e gli diceva portami via, prendimi in braccio ma lui è scappato, lei lo chiamava ma lui l’ha lasciata e dato che pioveva forte così forte la grotta è franata e lei è morta.
Laura per me come un coltello, che taglia e tagliando: che male faccio se la mia lama è affilata. Le chiedevo: “Ma come è questa leggenda?”. “Non è una leggenda”, mi rispondeva, “è una cosa successa”. “Ma che storia è? lei si fa male e lui l’abbandona, così?”. “Sì la lascia sotto poi la grotta crolla e lui si salva”. “E lei muore….”. “Sì muore sepolta”.
Mi fissa col suo sguardo azzurro e come sempre io mi chiedo quanto sappia di essere dolorosa, quanto è spontanea e quanto è voluta perché sembra sempre un piccolo trionfo dimostrare di saper pensare al peggio, senza stupore, senza voler mai risparmiarsi niente.
Dunque il vigliacco era al sicuro, una salvezza scontata e senza rimorso così come la morte di lei sembrava solo un piccolo sacrificio non voluto e misero, col piede rotto e il richiamo inutile. Come se Orfeo non si voltasse al richiamo: al primo però, quello vero quando lei era stata appena morsa al calcagno dal serpentello verde e iniziava allora allora a sprofondare nella terra verde coperta di foglie bagnate e se lui si fosse girato l’avrebbe afferrata per la mano e tirata a sé, senza doverla poi rimpiangere e implorare e riperdere di nuovo e di nuovo nella favola.
Un giorno di primavera Laura e Serena non erano a scuola. Mancavano pochi minuti all’una quando qualcuno in classe disse: “Uuh! Ci sta Laura!” e ci affacciammo alla finestra e le due sventate stavano là, con le gonne corte e i capelli sciolti, impalate in mezzo all’aiuola tra il parcheggio della scuola e il Viale. Subito ho pensato: stupide nemmeno il tempo giusto sapete prendere. Erano ridicole ferme là in mezzo, accanto al cespuglietto spelacchiato del rododendro, i compagni e le compagne alla finestra ridevano ma poi a me non sembravano più tanto buffe e mi venne una stretta al cuore perché stavano lì immobili, una distante dall’altra e il vento muoveva appena i fili biondi dei capelli davanti al viso di Laura e la sua figura prendeva qualcosa di tragico, come se avvertisse un presentimento funesto… che si concretizzò difatti pochi secondi dopo, rimettendo il film sulla modalità accelerata delle comiche. Una macchina parcheggia al volo sotto scuola e scende la mamma di Laura urlando, ha i jeans attillati e i tacchi ma cammina ad ampie falcate verso la figlia. Serena sembra essersi dissolta nel nulla, Laura lascia cadere a terra la cartella e corre a ripararsi dietro una macchina vicina. Nel frattempo suona la campanella e la scuola si svuota, c’è tutta una folla adesso che le vede rincorrersi in tondo attorno alla macchina, la mamma che grida insulti e minacce mentre cerca di acchiapparla per i capelli o di assestarle dei gran pestoni sulla testa. Anche io intanto mi sono precipitata di sotto e mi getto in mezzo al loro girotondo invocando la mamma: “Signora! Signora basta! Cosa è successo?” Rimangono ciascuna sul proprio lato, ansimando, Laura a testa bassa mentre la madre riprendendo fiato mi spiega che era andata a prendere il fratello piccolo e stava venendo qua quando ha visto Laura e Serena scendere da una macchina blu, proprio sul lato della scuola, dalla macchina di due ventenni che lei li conosce quelli là, e cosa ci fanno due ragazzine di dodici anni con dei ragazzi come quelli, cosa ci fanno con i ventenni queste due cretine, queste due puttane, ma che cosa ti credi di fare tu eh, ma come vuoi finire, io ti rovino prima tu non esci più e quella Serena non la vedi mai più non deve salire a casa mai più adesso telefono ai suoi, è una famiglia di merda di scostumati ma tu te lo scordi di scendere da adesso in poi… Quando finalmente smise se ne erano andati a casa quasi tutti, non c’era più folla ma mi chiedevo come farà laura domani a tornare a scuola e infatti la rividi un paio di giorni dopo.
Del Bosco e della Fanciulla io avevo sempre pensato altre cose, per me era la Sonnambula nella Foresta della notte, era la Principessa involontaria, la restia signora del buio e del profondo, soglio o soglia dove finisce attirata con l’inganno; che le toccasse la pancia del lupo o la bocca del forno o il fondo di piombo dello specchio dove l’aspetta la Vecchia, porte pesanti di allegorie infere e terrose, lei muta lei tutto significante, impigliata dalle metafore verdi che le si attorcono alle braccia ai capelli, che sia sonno o morte o notte la fanciulla.
Quel pomeriggio invece cercai di immaginarmi la loro gita, loro due sedute sui sedili posteriori che parte recitavano coi due guaglioni: le sciocchine che ridono fra di loro o le tipe toste? non me le sapevo proprio immaginare, Laura tutta scatti, come un gatto in caccia chissà a che cosa puntava quella mattina, con che cuore. Se era davvero felice o li disprezzava in fondo, se era famelica di vita o semplicemente divertita, di cosa erano fatte le conversazioni. Hanno offerto loro il cappuccino a un bar lungo la strada o hanno comprato dei dolcetti al carretto dell’ingresso, le hanno fatte fumare o le hanno prese per mano appena entrati dal cancello di Porta Piccola? E cosa avranno commentato passeggiando, avranno parlato dei cani che prendono il sole o avranno riso di chi fa footing? Ma forse niente di tutto ciò, magari c’era impaccio o loro due fanno le signore e guardano tutto un po’ annoiate e davvero avrei voluto sapere nella testa di quella sirena che gusto aveva passeggiare per mano a un cretino qualsiasi inoltrandosi per i viali, verso una zona tranquilla, cercando una panchina solitaria. Ecco più di tutto deve essere quella curiosità verde, di sentire e di sapere, i baci i baci i baci e le carezze.
Ho domandato in seguito a più persone della Grotta di Maria Cristina e tutti mi hanno confermato ci si va quando si fa filone e che si gioca a spingersi dentro e mettersi paura a vicenda perché si sa che una volta una ragazza è morta là dentro. Ma quando o come non lo sapeva nessuno.
Dal Corriere della sera del 15 settembre 1995 si viene a sapere che una ragazzina di tredici anni si era rifugiata con un amico in quella grotta durante un temporale che li aveva sorpresi al bosco e una frana l’aveva travolta e uccisa mentre il ragazzo era riuscito a scansarsi in tempo.

(Le storie di spiriti sono tipiche dell’adolescenza e comportano tutto un repertorio di evocazioni, deliqui e terrori con punte di cretineria e morbosità noiosissime. Sono però proiezioni importanti, un festival collettivo allestito sul limite dell’infanzia dove si dicono addio quel che non sarà mai e quello che purtroppo sarà. Sfoghi: materializzazioni fantastiche di forze che verranno soffocate oppure continueranno a guastare come corvi dispettosi ed è l’ultima volta che possono vedersi in forma umana. La moneta si muove sul foglio con le lettere dell’alfabeto scritte in cerchio o si spegne la luce di notte a casa dei tuoi, qualcuno sviene qualcuno ride: da grandi ci si ripensa con vergogna. Pezzetti di storie recitate in trance che vorrebbero dire qualcosa su chi potremmo essere, destini singoli impigliati nella trama del probabile, sogno incerto che si comincia volente o nolente a fare di sé e presto saremo ognuno per conto suo).

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