venerdì 23 luglio 2010

I programmi di quando vedo alla tele


Unica tra le democrazie industriali avanzate l’Italia ha avuto come capo del governo, come detentore del potere esecutivo nel paese, un personaggio dalla straordinaria ricchezza personale, con interessi ingenti in moltissimi campi dell’economia e soprattutto padrone (in maniera dichiarata illegale da vari provvedimenti legislativi) di tre canali televisivi nazionali, di molti altri a pagamento o digitali, nonché di giornali, settimanali, case editrici. A sua disposizione una rete imponente di mezzi di comunicazione. Questo fa dell’Italia la sede di un esperimento socio politico inedito e macroscopico, frontiera del controllo e dell’illibertà contemporanei. È l’unica democrazia industriale avanzata in Europa in cui l’informazione e la comunicazione di massa siano state accentrate e poi organizzate in maniera intenzionata da un potere populista che rinnova totalmente, pur dichiaratamente discendendone, la figura del capo-condottiero totalitario. Rinnovato eppure da lì derivato è il meccanismo pulsionale indotto nella massa di identificazione col Capo; la ricerca scientifica sul potere della Propaganda; il servizio della figura-duce all’illegalità occulta di veri poteri malvagi (mafia camorra cartelli industrial-finanziari-edilizi).

Non si può escludere che c’entri il fatto che sia stata una nazione culturalmente fragile, nella cui storia non si è mai compiuta la formazione di una base sociale di una certa estensione minimamente e omogeneamente acculturata.
Era un paese rurale da poco unificato, con ancora presenti tutte le differenze regionali quando venne buttato nelle fosse delle trincee a sopportare la carneficina immane da cui uscì “modernizzato”, pronto all’industrializzazione sotto la guida di una classe dominante politico imprenditoriale ignorante, gretta, meschina, arretrata, ferocemente stolida ed egoista. Ne venne fuori il fascismo e il progetto nazionale di una propaganda stracciona e istintiva la cui retorica improntava gli statuti istituzionali, destinati a durare ben a lungo.
Poi la guerra mondiale di nuovo, le bombe, i massacri di terra e di cielo, i lutti e il riscatto sempre a un passo, come un miraggio e sempre sfilato un poco più là, inattinto ad oggi.

Poteva andare altrimenti, erano pronti dopo la seconda guerra i semi per un’alternativa, in quel tanto di arretrato, di brado, di forte, di scosso che avevano lasciato i morti ma invece la stessa tabe, la stessa ferocia ignorante chiuse il tempo dei fiori.
E dopo ci sono state altre chiusure ancora, sulle aspirazioni mondiali della gioventù, non solo su quelle italiane. Abbiamo perso la terza guerra mondiale: oggi quello che pareva definitivamente acquisito viene rimesso in discussione e la stagione della battaglie per i diritti civili, del progresso democratico insomma, sembra lontanissima. Chi è nato agli inizi degli anni settanta ha potuto provare nostalgia, ha fiutato gli echi di quella stagione e si è commosso sui fratelli maggiori perduti ma chi ha vent’anni adesso di che cosa sogna?

Certamente sotto le macerie della catastrofe culturale che ha colpito l’Italia brulicano pensieri e azioni di gruppetti e minoranze anche giovani ma questa speranza, questa attività non trova ancora le vie per esprimersi, per incontrarsi, non ha la forma e la forza ancora per contrastare nemmeno vagamente gli effetti della corruzione che gli ultimi vent’anni di manipolazione mediatica hanno prodotto. Catastrofe culturale vuol dire l’impossibilità di concepire cittadinanza e comunità, vuol dire incapacità di articolare valori e di praticare organizzazione di base. Ovunque in Occidente la democrazia ha perduto ogni ideale, è stata destituita di valore e contento storico e politico, il voto come rito politico è stato smascherato nella sua essenza di corruzione e inganno. Tutto l’Occidente è alle prese con l’evoluzione post moderna della sua civiltà, ma lItalia è distante dalle punte e dai fermenti del mutamento, la sua lingua e la sua società sono asfittiche e immiserite, sfigurate e ammutolite da errori che l’hanno consegnata a una sorta di grottesca dittatura plutocratica e criminale.
Gli effetti più gravi si verificheranno sul lavoro e sull’ambiente, che saranno i due ambiti da cui nei prossimi anni riceveremo le batoste maggiori in termini di crisi dei diritti e della salute. È solo questione di aspettare un altro poco, di vedere gli squali divorare tutto tra l’invidia, il disinteresse, l’ammirazione della massa piccolo borghese.

Un domani sarà il caso della città dell’Aquila a farsi metafora del collasso civile italiano, sarà l’evento utilizzato per esemplificare le strategie di potere del regime. Ma questo aggrapparsi alla solidarietà di chi non esiste ancora, questo riporre speranza negli attesi non è una posizione valida, bisogna piuttosto fare testimonianza e ricerca adesso, anche se non c’è ascolto, forma, mezzo. E infatti ci sono stati individui e gruppi di buona volontà che sono andate all’Aquila e hanno guardato, agito e ridetto quello che è stato possibile proprio nel momento in cui meno sarebbe stato probabile. Perché quando c’è l’emergenza, quando si è ugualmente e gravemente colpiti, davanti alla Città che crolla la cittadinanza riscopre l’appartenenza al paesaggio, alla storia, all’organismo città e rimessa a contatto col bisogno e con l’autentico si stringe. Questo triste ma indispensabile bene è stato addormentato e sequestrato prima che articolasse il grido, il modello del Campo (trincea, lager, prigione) era già prefabbricato e sintonizzato: non è stato concesso un gesto di autorganizzazione, non è stato lasciato uno spiraglio al bene supremo della libertà che è il provvedere in reciprocità al bisogno immediato, grazie a cui un gruppo umano riesce nonostante tutto a non convincerci irrimediabilmente del male. All’Aquila la cittadinanza è morta e gli zombi dello spettacolo hanno fatto bestiame delle persone, gli hanno tolto la possibilità di puntellare e ricostruire la loro città, ogni velleità di comunità, di comunione è stata consumata in un attimo dall’interesse e dallo strapotere dell’avidità assassina a cui siamo giunti. E il tutto nella vana inanità della cosiddetta opinione pubblica, tanto oltre si è giunti nella frantumazione delle facoltà immaginative ed espressive non meccanicamente ri-prodotte e imposte.

Ecco quindi un’attività non inutile, praticabile con l’esercizio e insistendo anche con le mutilazioni narcotiche che più o meno ci hanno tutti sfigurato: creare eutopie, immaginarle, dirle rifinirle ripeterle e anche e soprattutto agirle, piccole piccolissime più grandi in due o in dieci o magari oltre a seconda del vigore delle possibilità. Per quegli stessi molteplici rinnegati giovani che non riusciamo e non riescono a sentirsi, produciamo eutopie, immaginiamo possibilità, trascriviamo sogni, facciamo azioni individuali immaginarie, gesti che partono dal tuo sogno e magari tirano dentro l’amico di un giorno o i compagni di sempre, non c’è altro sale, non c’è altra aria, né altri margini, azzardi per illusione. In vari campi, ognuno il suo, recuperando sparsi pezzi di conoscenze, di sapienze, di favole, di saperi, di informazioni, di relazione, di film, di figure, di discorsi, di. Un tanto di imprevedibile, uno sciocco gusto di anticonformismo, soprattutto da parte di chi può, di chi non viene soppresso fisicamente ma su cu si stringe un latro tipo di inedia, un sano gusto di anticonformismo, sfoggio anche e culto dello stesso.

Un vero fronte individuale e collettivo di azione creativa, organizzati con chi puoi per fare una cosa: i tuoi vicini, gli altri genitori, studenti, lavoratori, condomini, contadini, chi cazzo vuoi per fare una cosa che hai scoperto parlando che sembrava giusta, che faceva uscire dal nulla, che rimetteva in moto la fantasia e nelle mani la cura di sé e del senso.

Se no, domani, sembrerà che l’unica alternativa sia la guerra, è già così nei film americani, anche nei migliori dalla valle di elah a hurt locker a brothers già il messaggio è che la vita lontano dal fronte è l’insopportabile non senso di fare la spesa nell’iper market mentre laggiù tra camerati e sangue c’è umanità. Un altro sogno please.

martedì 15 giugno 2010

sul libro per sè e per gli altri

M. Braucci, per sè e per gli altri, mondadori 2010

È un romanzo ma con la struttura del journal intime, del diario personale e di viaggio. Suddiviso in brevi capitoli, ognuno alterna eventi e riflessioni, con frequenti cambi di ambientazione e personaggi. Il racconto segue il vagabondare dentro un vasto paese-continente straniero, oscillando tra ricerca e perdita volontaria. Dal sud di Napoli al sud continentale del Messico, mai esplicitamente nominato.
L’impianto narrativo è “rischioso”, pone un azzardo stilistico fin dall’inizio dettando così la cifra caratteristica dell'opera: il rischio. L’autore infatti sceglie un io narrante al tempo presente, non connotato dall’esterno in alcun modo, un presente di prima persona che rimane illocalizzato ma che riesce a tessere tra di loro le tappe del viaggio, sempre in lotta contro il suo desiderio alternato: trovarsi o di dissolversi.
L’io è un giovane, lo dice il testo in un luogo dove una donna afferma di proteggerlo perché “è così giovane”, e si deduce anche dalla sua postura esistenziale, un’interrogazione su di sé e la propria identità: il lavoro di individualizzazione che si tenta solitamente di compiere nel trapasso alla maturità. Facile immaginarlo tra i ventitre e i trentatre anni.
Il narratore è fissato («ho la fissa dell’infanzia») sull’origine, sull’infanzia delle persone. Ogni volta che osserva qualcuno si interroga sul bambino o la bambina che potrebbe essere stato. È la sua chiave per comprendere il prossimo ma in realtà sta proiettando sugli altri il proprio moto di indagine interiore: assumere su di sé volontariamente la responsabilità di essere stato quel bambino, con quella storia; accettarsi, scegliersi così come è stato concepito e cresciuto e determinato, abbracciando l’irrefutabile e il non scelto e da lì iniziare la vera fatica di vedere che accadrà finalmente “interamente per propria colpa”.
Lo strano e rischioso passaggio di cui parla il libro si connette al tema dell’eredità. L’io scrivente di Per sé e per gli altri inizia il suo viaggio alla ricerca della tomba del padre ma si potrebbe dire del padre tout court. Sono vari gli uomini adulti su cui è proiettata l’allure del padre: l’americano Chris, il mafioso Passerotto, il professore ligure, la stessa relazione tra il Red e Lenny è tutta una variazione sul tema. Certo altrettante e importanti sono le figure femminili ma il loro ruolo è diverso: il confronto con la madre rimanda al confronto con la donna, è la grande questione che attende come banco di discussione e di prova chi vuole essere uomo. E questo l’io lo sa, il fatto è che ancora oscilla tra scegliere di perdersi definitivamente o di camminare appunto sul difficile crinale del divenire uomo.
La questione oscura che tormenta l’orfano, che lo trattiene così spesso sull’orlo della morte, nel dubbio se lasciarsi andare alla terra e al sonno è, si ripete, quella spinosissima del dibattimento tra come si è e come si può essere. Il materiale è quello dato, l’eredità del padre si riceve ma in realtà, se si vuole vivere, bisogna prenderla. Si riceve e paradossalemnte ti spetta, è una specie di diritto persecutorio, uno strazio che si decifra in filigrana ma in dettaglio soprattutto grazie a Kafka. E da questo dilemma classico Braucci deriva il conflitto del personaggio romanzesco: il personale è decisivo e più di tutto ci determina ma poi la storia è presente e comune. O altrimenti: la scelta è per sé ma il senso lo si decide infine con gli altri.
Si torna così alla cifra del rischio: non si ha alcuna certezza di riuscire a trovare un varco nel già dato, non si può sapere se si riuscirà passare verso il possibile ma allo stesso tempo non si può vivere come individui storici se non si accetta questa sfida. E il pericolo deve correrlo non solo il giovane narratore ma anche lo scrittore italiano vivente. Uno scrittore già pubblico e pubblicato che deve riuscire a calibrare gli azzardi, a confrontarsi con l’amor proprio e le necessità di un mestiere da una parte e il dovere di cercare il proprio pubblico, un altro pubblico, un’altra letteratura che sia manifestatamente consapevole di trovarsi sulla soglia dell’assassinio.
Abbiamo bisogno di romanzi o di racconti, di narrazioni insomma, che non rinuncino al loro grado di necessità, al loro apporto di conoscenza: ogni giorno muore, ogni giorno è ucciso e criminalmente ucciso qualcosa che potrebbe, ha potuto, pensavamo che poteva essere. Per quanto possa essere fragile o inutile lo scongiuro dell’arte serve, tutto il resto è passatempo, necessità di grado inferiore, qualcosa che ha a che fare col solito commercio e non con la ricerca.
L’ultimo rilievo riguarda questo: porre il tema dell’eredità (ciò che ci ritroviamo ad essere e ad avere è pure ciò che dobbiamo scegliere; scegliere ciò che ci è dato di noi per poter vivere umanamente e storicamente, sapendoci condannati a cercare il varco tra questa datità e quello che potremmo essere) significa oggi in letteratura mettersi in guardia contro le tentazioni di fuga. Non la fuga buona, che ve ne sono e andrebbero teorizzate con ben altra forza e dettagli. Ma le fughe consolatorie e narcotiche, mascherate da panacee dolci e che si chiamano in questi giorni neoromanticismo o sovversione creativa dell’individuo. Il pendolo della storia traccia il suo battito, solo chi lo sente può resistere fino al momento in cui le forze muteranno o apriranno alla nostra comprensione ulteriori formule. Per adesso non ci si può illudere che l’individuo tragga da sé il gesto creatore della sovversione: ci vuole anche l’altra parte, cioè la scelta è tua, solo tua ma si compie in relazione agli altri; il personale è importante, decisivo ma totalmente politico solo se rivolto agli altri.
Si segnala che è stato ripubblicato, dopo dodici anni il primo libro di Braucci, Il mare guasto. Un libro sorprendentemente freschissimo, più avanti e necessario di tutto quello che è stato edito subito prima e subito dopo Gomorra. Senza tremendismo, senza sociologismi o contaminazione della narrazione che racchiusa nel microcosmo del quartiere Santo di Napoli ci offre una rappresentazione della Città, degli strati e della vita della città che apporta conoscenza con tutta la forza e l’umiltà della scrittura scavata e lavorata di chi è scrittore e basta, senza la transmedialità e la confusione che al posto di riflettere la complessità ce la pone davanti più addipanata e invincibile che mai.

martedì 23 marzo 2010

alla stazione perfavore

Non amo Milano e le sue strade mute
La stoffa delle giacche e delle gonne nella metropolitana
mi sembra stanca e il vento sporco
tiepidamente mosso dai vagoni
Non è epico nè favoloso
Come nelle altre capitali.
Quando dondoliamo i nostri replicanti mi si fanno gli occhi vuoti
E inappetenti
Così vado incomprendente scusandomi ad ogni vetrina
Una sera che in stretta fila ascendevamo dai gradoni mobili alla stazione
mi ha colpito finalmente alla gola una visione
c’erano i ragazzi bruni con i capelli lisci piatti sulla fronte
stanchi di odissee inesistenti,
date in pegno al Signor Teschi
per un posto da venditore assurdo.
Sotto un soffitto irraggiungibile di marmo bianco
i ragazzi poveri ballavano coi pupazzetti a batteria
chi aveva la bicicletta che gira in tondo
chi l’orso che batte i piatti
chi il cane che striscia il culo
chi il pagliaccio che fa l’inchino
Ballavano ciascuno col suo pupazzo ai piedi
Senza nemmeno più guardare nella folla gli individui
per suggerire mani e portafogli e gesti umani
Perché noi correvamo ma loro lì da un pezzo si saranno visti
Incatenati al valzerino
Più di dieci tra il metrò e l’androne di milano centrale.
Potessi scegliere mi piacerebbero altre miserie.
A due o tre sottobraccio andavano in direzione opposta i nostri
Stivali giubbotti e messa in piega
Grugnivano giuro ed erano ciechi.

domenica 21 febbraio 2010

no alla guerra

Una sera ho visto un film rumeno a episodi. Ogni episodio, girato da un regista diverso, racconta una “leggenda metropolitana” ambientata durante il regime, leggende nere di miseria e salvezza, di destini incredibili schiacciati o sfuggiti grottescamente all’assurdo feroce della politica.
Avevo comunque molto sonno e dopo il primo, il più bello, colorato dalla luce dell’estate in campagna che sembra ridere, lei antica, della pena contemporanea, dopo il primo dicevo ho iniziato a sonnecchiare, perdendomi fotogrammi delle altre storie. A un tratto ho aperto gli occhi su una scena ambientata nella redazione di un giornale dove due impiegati corrono per i corridoi e si affannano a compiacere i “compagni” per non perdere il lavoro. Ebbene quella corsa in mocassini per il corridoio, il lato comico di quella paura e l’adattarsi cieco e ansioso alle richieste dei capi mi rimandava perfettamente ai “nostri” telefilm, ai corridoi di un giornale americano con le vetrate sulla sky line di New York. Lì si trattava della foto del dittatore col cappello in testa da far sparire, da noi ci sarebbe stato un pezzo sull’erede dell’azienda, o la pop star cornuta o altro prodotto ma il grado di supremazia della futilità e lo spossessamento delle azioni individuali dalle proporzioni umane del senso erano speculari. Noi senza fame, noi senza paura, noi terrorizzanti, noi liberi schiavi, non è lo stesso ma bisogna stare in guardia, se non è già troppo tardi, si sa.

Comunque attraverso questo stretto sottopasso tra Usa e Romania me ne sono andata a letto e ho continuato la cinemaemotiva per conto mio.

Stavo sul treno viaggiava viaggiava rollando sui binari,
il treno di una volta coi larghi sedili marroni di plastic-pelle lucida e lisa
e i vetri doppi col bordo di ottone spesso annerito, aperti a metà,
forse era il marocco forse era l’est comunque non era casa
e a un certo punto la corsa rallenta ed io posso vedere
con le pupille lunghe appoggiate sul vetro, quasi sento l’aria di fuori,
vedo un edificio incompiuto, il cemento armato nudo
e i cavi arrugginiti piegati di fuori, era come l’ingresso di capannone o magazzino abbozzato,
una fetta di terra bucata e piena di fango coperta dalla grande tettoia di cemento
e ì sotto giocavano i monelli, il sapore in bocca era come
I ragazzi della via pal o come Il drago bianco, un’infanzia povera e crudele e fortissima,
la verità trasfigurata, l’immaginazione costruttiva,
le fibre verdi che niente spezza e tutto spinge, i giochi per strada.
Hanno a terra un pallone di cuoio pesante cucito di spago
peserà un quintale può fare male,
potrebbe spaccare squartare rovinare,
il loro gioco è selvaggio perché tanto è il freddo e grigio è il fango e soprattutto vicina è la guerra,
questo treno rallenta e corre di fianco al grosso garage dove giocano i bambini .
Sul fondo della grotta stanno appoggiati dei pali di legno, un grande telone
Quattro vanghe e altri attrezzi di ferro
E sebbene la terra sia dura e il fango trafitto dal ghiaccio
Sebbene non ci siano né vecchie né cani
Né voci o passeggi nel deserto suburbano
Non è alla guerra non è tortura il gioco che faranno
Le teste piccole e tonde rapate gli occhi intenti al progetto che non è di guerra
Mi appoggio contro il sedile e respiro come se adesso fosse meglio .


Dove è rimasto il treno? Dove ho lasciato le mie valigie? E che città lontana è questa
Che è la città dove cresco e non sono mai stata?
Lontana di lontananze sovrapposte, di punti cardinali mischiati
Dal nord baltico gelato alla polvere fredda di un monte curdo
Da Orano a Bucarest chissà
La gente si pigia in macelleria, un muro di gente affamata
I fazzoletti sulla testa delle donne, i disegni sbiaditi sui cappotti pesanti.
Le grosse braccia del macellaio, nel pugno una lama opaca e larga,
sfregata negli anni tante e tante volte.
Le braccia enormi dell’uomo dietro il banco, conserte
sopra il respiro che si gonfia e scende
e nell’aria un odore duro di fibra gelata di fermo sangue,
la gente sta stretta per tenersi in piedi per farsi calore per non perdere l’occasione
è la seconda volta che scampo alla guerra perché l’uomo
dalle possenti braccia nude adesso sorride ed è pieno d’orgoglio
passano i fogli di carta paglierina spessa e assorbente
involtolate le fette di carne - perdonate l’ingiustizia
accettate la condivisione
passano sulle teste sulle mani della gente che si scansa si allarga accoglie e passa
datene a tutti a quella laggiù e all’altro in fondo: c’è carne per tutti.

Questi erano i sogni della notte, vividi di odori e sensazioni, con le loro tremule barbe di radice nel seno buio della terra e fu da quel lento risentire e trasformare che salì l’ultimo brano, sospiro mondo a galla mi portò:

come farò se sarà una bambina dicevo con pena, antica antica antica,
come farò se sarà femmina, una mia sorella uguale diversa profonda
io che ancora sono in guerra con quel che volevo dovevo potevo
io che non mi bastano gli specchi e le pitture a ritrovare Eva, l’orgoglio il modo di non piangere,
se sarà femmina perché antica antica antica sono la pena e il disprezzo
se è una femmina vale meno e tu vali di meno
se è una femmina avrà di meno e più di cura di fatica di paura
il mondo non sarà suo
la notte le scoprirà i denti
le bocche saranno maligne
e le porte la inseguiranno per inghiottirla
per darle il coraggio e la libertà che a lui cadrebbe in mano come la mela al Buddha sotto l’albero
A lei ci vorranno cammini tortuosi e notti nei boschi e voci segrete da incatenare,
le serpi delle nostre tentazioni, le cadute delle nostre volontà
no hanno poemi o libri sacri
finiscono chiuse in un sacchetto scordato nell’angolo
perdute nella polvere che si deposita nella trame dei tessuti vecchi,
ci vorranno tanti no e tanti sì, colline come montagne, gradini come massi
e per lei non sarà tutto pronto e vero per legge, non sarà a sua disposizione la parola il geto e il volere
come per chi ha il pene.

Qualcuno che ero io viveva questo timore, era Eco piangente
di tante che di notte affacciate sole su un campo o sulla soglia del vico hanno tremato
E poi c’ero io di nuovo con la preoccupazione sciocca onnipresente
Dell’abito e del vomito di schiavitù antica
Un imbarazzo soffocante
Per il rosa, per le scarpette col fiocco, per il vezzo prima del tempo
Per tutto ciò che non sono stata e non saprò insegnarti e mi torcevo le mani quando
Si avvicinò l’amica e mi disse No
E mi scorse il sangue nelle vene e alle guance come un ruscello battente
come sopra le pietre l’acqua trasparente
come un cinguettio purissimo mi disse No
I suoi occhi azzurri e il sincero sorriso aperto e la fronte pulita
Dell’amica che ho sempre detto: nessuno è anticonformista come te
senza coscienza o orgoglio
con altrettanta verità
Ed era come un ramo verde era come ritrovare
dopo gli incubi lo sprofondare il sapore di terra bocca
Sentirsi il petto allargare e tutta la giovinezza che ho avuto e tutta la vita che ho amato
Era solo la Paura da scacciare e piuttosto un calore una gratitudine un amore
Tutte le idee che mi sono state sole e sale e sorelle nelle giornate
E la grazia e le avventure e le iridi strane originali rifratte e le promesse
Le promesse nostre
Dicono che non c’è più la guerra.

lunedì 4 gennaio 2010

souvenir

Che anno era, direi il 2007, perché Daniela non era ancora partita e la preside era sempre Alì Babà. Se non ci fosse stata Dani io oggi potrei anche credere di aver sognato ma lì eravamo in due, con gli occhi di fuori e la bocca aperta. Due persone tra l’altro piuttosto differenti quanto ad apparenza eppure per quattro anni, dico quattro, è capitato OGNI giorno che confondessero i nostri nomi. Intendo dire: a me non dispiace di per sé essere chiamata Daniela e venir scambiata per anni da tutto il personale con un’altra collega ma mi chiedo cosa voglia dire. Se a Firenze o a Londra o Bordeaux o Siviglia in una scuola arrivano due insegnanti da un’altra città, dopo quanto tempo smetteranno di confonderle l’una con l’altra? Nemmeno ci sono scuse per così dire somatiche, non eravamo in Cina o in Africa o in India dove giustamente la gente ti può dire: scusa, mi sembrate tutti uguali finché non ci faccio l’occhio. No eravamo a Napoli e quindi c’era proprio questo fatto che il dato saliente della mia persona per chiunque era l’essere straniera, primo e più forte del resto, straniera come Daniela e quindi interscambiabile con lei. Oppure c’era della malignità, della ottusa malignità. Non lo so, non l’ho capito. Mi sembrava che si confondessero davvero. Forse era stato un avvenimento troppo grosso, come un boccone di pane che s’incastra nel gozzo del tacchino, la gente della scuola non aveva avuto facoltà di digerire il fatto che un anno fossero arrivate come docenti di ruolo due donne di circa trent’anni da altre parti d’Italia. Comunque era il 2007, l’ultimo giorno di scuola, il 30 giugno con una temperatura che verso mezzogiorno doveva sfiorare i 40 gradi. Nell’atrio era stata imbandita la tavola di fine anno, il solito spropositato banchetto, la cieca stolida feroce riproposizione dei piatti tipici. Celebrare e mangiare, anzi celebrare il mangiare e basta visto che poi non c’è vera festa attorno, ci si concentra sul mangiare e la foga con cui la gente si accaparra fette tranci pezzi è veramente strabiliante. Mi scappa l’acredine vedo, un non so che di acido e rabbioso ma del resto perché dovrei trattenermi, riflettere e ricredermi di nuovo, perché dovrei controllare le sensazioni rivoltanti che allora erano appena mitigate dallo stupore continuo? Solo perchè altrove di questo vitale rivoltato stupore sentirei la mancanza al cospetto di un pari orrore? Comunque c’era tutto questo cibo nell’atrio, apparecchiato sui banchi uniti a ferro di cavallo coperti dalle tovaglie. Torte farcite, mozzarelle, salumi, pizze e pizzette, verdure ripiene, rondelle di salumi e poi dolci. Bottiglie di bibite e bottiglie di vino paesano e bottiglie di spumante. Non mi capacitavo del fatto che in brevissimo tempo tutto sarebbe sparito. Se un ragazzino lasciava la felpa in sala professori, in quella stanza piena di sedie da sala da pranzo, scatoloni polverosi e schedari sgangherati pieni di polvere, là sarebbe rimasta fino alla fine dei tempi. Nulla veniva quasi mai messo in ordine, ripulito, ripristinato in alcun modo. Tranne questi banchetti su cui la gente si avventava senza ritegno, ingozzandosi letteralmente e in breve era tutto finito, la signora adele e le altre bidelle facevano sparire rapidissimamente ogni traccia e i pochi avanzi finivano impachettati e riposti nelle borse che si sarebbero portate a casa. Ma intanto a mezzogiorno le pietanze aspettavano sotto i tovaglioli di carta che le proteggevano dalle mosche e noi eravamo riuniti nella sala teatro. Il collegio docenti era finito in un baleno e ci eravamo spostati lì per festeggiare l’andata in pensione di salvatore plora e forse di qualcun altro ma l’evento era la sua fuoriuscita visto che per anni aveva fatto lui l’orario dell’istituto e che per anni ogni mattina aveva organizzato lui il giro delle sostituzioni, pronto alle otto meno un quarto con la sigaretta in bocca e la faccia triste e grigia dietro la scrivania dell’ingresso a ricevere le telefonate di chi sarebbe rimasto a casa e i lamenti di chi doveva prendersi le classi scoperte mandando all’aria compresenze e ore di sostegno. Ognuno negli anni gli aveva chiesto favori, l’aveva benedetto e maledetto e ancora benedetto e quindi la sua pensione era un avvenimento. Io non so e daniela nemmeno, noi non sapremo mai cosa sentissero, cosa provarono quelle persone che potrebbero essere come noi e invece sono napoletani (perdono)di fronte allo spettacolo che vedemmo nella sala arroventata dall’aria che entrava a sbuffi dal piazzale di cemento nascosto dalle tende verdi alle finestre. C'era un palchetto di cemento con un sipario rosso stracciato. Due bidelli e un collega uscirono da quelle due ali di stoffa mascherati da donna, con parrucca bionda e rossa e le calze a rete e le gonne, truccati e mascherati, con qualcosa di osceno e di priapesco. Ci furono delle battute, degli ammicchi, dei motteggi rivolti al collega plora che sulla sedia ai piedi del palco rideva con gli occhi ridotti a un semino nero tra le rughe e le mani torte in grembo. Ridevano tutti, io non capivo le battute ma non riuscivo a credere che il collega di matematica, un ragazzo di famiglia borghese appena diventato padre, evidentemente abbastanza benestante da fare il prof per sfizio e non per necessità , mediamente istruito rispetto a certa gente assurda che girava laddentro, se ne stesse in minigonna e canottiera di strass a cantare in coro ritornelli sconci sul palco. Ma non era nulla perché maestra di cerimonie si rivelò la creatura credo più ripugnante, una donna il cui ricordo ancora oggi mi sgomenta tanto era una caricatura grottesca della volgarità e della prepotenza. Professoressa di musica, corpulenta, camminava con l’andatura da boss un passo dopo l’altro, calcati, butta e arrogante da parere un uomo non fosse stato per l’onda nera di capelli tinti di nero lucido che le si alzava sulla fronte. Aveva il naso a patatone, il viso grasso con le gote cascanti, gli occhi e le labbra truccati di viola o violetto pesanti, la voce roca. Il suo modo di insegnare consisteva nel passare mezz’ora appoggiata contro la porta dell’aula chiusa, i ragazzi dentro e lei fuori a fumare e parlare con le bidelle dimostrando di non curarsi del fracasso che proveniva dall’interno. Poi entrava e con la forza del disprezzo e della prepotenza che qui vince sempre otteneva che la classe sedesse e facesse finta di scrivere sotto dettatura gli appunti sulla vita di beethoven o mozart, gli stessi da quindici anni. Nessuno non ha mai detto nulla? No nessuno. Spiegherò altrove perché né io né daniela né nessun’altro abbia mai inciso di una virgola su quella scuola e su queste commoventi abitudini. Cmq questo capolavoro di umanità e simpatia aveva un microfono in mano ed era lei a dare il ritmo della rappresentazione, fece uscire di scena le soubrette sconce e chiamò sul palco il pezzo forte ovvero il professore di religione, suo speculare maschile, vestito da bebè cioè completamente nudo eccettuato il pannolone da bambino e il ciuccio in bocca. Lei stessa salita sul palco se lo prese in braccio e assieme hanno cantato non so che canzonaccia fra le risate ormai convulse e quasi piangenti del corpo docente ormai imbestiato del tutto. Due colleghe di sostegno, giovani tettute e piacenti, a quel punto saltarono di slancio sul palchetto e si misero a ballare alle loro spalle con mosse lascive, lasciando quasi uscire i seni dalle magliettine estive. Ma fu soprattutto la visione del collega di religione messo così, con la cuffietta e il ciuccio, nudo e dico nudo, mezzo culo di fuori e solo il pisello coperto dal pannolino, che mi lasciò esterrefatta. È passato tanto tempo e se non sapessi che c’era anche daniela potrei quasi credere che non sia accaduto, che fosse il caldo insopportabile, come un’allucinazione la preside ladra con la pelle cotta dalla lampada che ci guarda con gli occhi feroci ridendo e facendo con la bocca non so che smorfia come un bacio um um a labbra serrate e sporgenti, le risate fino alle lacrime delle altre, le grida esagerate. Qualcosa di arcaico di tenacemente arcaico, una commistione furiosa tra antichità e degrado, tra persistenza e corruzione, tra eterno dannato e vivo e sfatto e invincibile che non capisco.