"Insomma, se i giornali fossero scritti da persone il cui solo scopo nello scrivere fosse quello di dire la verità sulla politica e la verità sull’arte, noi non crederemmo nella guerra e crederemmo nell’arte". Le tre ghinee, V. Woolf
venerdì 23 luglio 2010
I programmi di quando vedo alla tele
Unica tra le democrazie industriali avanzate l’Italia ha avuto come capo del governo, come detentore del potere esecutivo nel paese, un personaggio dalla straordinaria ricchezza personale, con interessi ingenti in moltissimi campi dell’economia e soprattutto padrone (in maniera dichiarata illegale da vari provvedimenti legislativi) di tre canali televisivi nazionali, di molti altri a pagamento o digitali, nonché di giornali, settimanali, case editrici. A sua disposizione una rete imponente di mezzi di comunicazione. Questo fa dell’Italia la sede di un esperimento socio politico inedito e macroscopico, frontiera del controllo e dell’illibertà contemporanei. È l’unica democrazia industriale avanzata in Europa in cui l’informazione e la comunicazione di massa siano state accentrate e poi organizzate in maniera intenzionata da un potere populista che rinnova totalmente, pur dichiaratamente discendendone, la figura del capo-condottiero totalitario. Rinnovato eppure da lì derivato è il meccanismo pulsionale indotto nella massa di identificazione col Capo; la ricerca scientifica sul potere della Propaganda; il servizio della figura-duce all’illegalità occulta di veri poteri malvagi (mafia camorra cartelli industrial-finanziari-edilizi).
Non si può escludere che c’entri il fatto che sia stata una nazione culturalmente fragile, nella cui storia non si è mai compiuta la formazione di una base sociale di una certa estensione minimamente e omogeneamente acculturata.
Era un paese rurale da poco unificato, con ancora presenti tutte le differenze regionali quando venne buttato nelle fosse delle trincee a sopportare la carneficina immane da cui uscì “modernizzato”, pronto all’industrializzazione sotto la guida di una classe dominante politico imprenditoriale ignorante, gretta, meschina, arretrata, ferocemente stolida ed egoista. Ne venne fuori il fascismo e il progetto nazionale di una propaganda stracciona e istintiva la cui retorica improntava gli statuti istituzionali, destinati a durare ben a lungo.
Poi la guerra mondiale di nuovo, le bombe, i massacri di terra e di cielo, i lutti e il riscatto sempre a un passo, come un miraggio e sempre sfilato un poco più là, inattinto ad oggi.
Poteva andare altrimenti, erano pronti dopo la seconda guerra i semi per un’alternativa, in quel tanto di arretrato, di brado, di forte, di scosso che avevano lasciato i morti ma invece la stessa tabe, la stessa ferocia ignorante chiuse il tempo dei fiori.
E dopo ci sono state altre chiusure ancora, sulle aspirazioni mondiali della gioventù, non solo su quelle italiane. Abbiamo perso la terza guerra mondiale: oggi quello che pareva definitivamente acquisito viene rimesso in discussione e la stagione della battaglie per i diritti civili, del progresso democratico insomma, sembra lontanissima. Chi è nato agli inizi degli anni settanta ha potuto provare nostalgia, ha fiutato gli echi di quella stagione e si è commosso sui fratelli maggiori perduti ma chi ha vent’anni adesso di che cosa sogna?
Certamente sotto le macerie della catastrofe culturale che ha colpito l’Italia brulicano pensieri e azioni di gruppetti e minoranze anche giovani ma questa speranza, questa attività non trova ancora le vie per esprimersi, per incontrarsi, non ha la forma e la forza ancora per contrastare nemmeno vagamente gli effetti della corruzione che gli ultimi vent’anni di manipolazione mediatica hanno prodotto. Catastrofe culturale vuol dire l’impossibilità di concepire cittadinanza e comunità, vuol dire incapacità di articolare valori e di praticare organizzazione di base. Ovunque in Occidente la democrazia ha perduto ogni ideale, è stata destituita di valore e contento storico e politico, il voto come rito politico è stato smascherato nella sua essenza di corruzione e inganno. Tutto l’Occidente è alle prese con l’evoluzione post moderna della sua civiltà, ma lItalia è distante dalle punte e dai fermenti del mutamento, la sua lingua e la sua società sono asfittiche e immiserite, sfigurate e ammutolite da errori che l’hanno consegnata a una sorta di grottesca dittatura plutocratica e criminale.
Gli effetti più gravi si verificheranno sul lavoro e sull’ambiente, che saranno i due ambiti da cui nei prossimi anni riceveremo le batoste maggiori in termini di crisi dei diritti e della salute. È solo questione di aspettare un altro poco, di vedere gli squali divorare tutto tra l’invidia, il disinteresse, l’ammirazione della massa piccolo borghese.
Un domani sarà il caso della città dell’Aquila a farsi metafora del collasso civile italiano, sarà l’evento utilizzato per esemplificare le strategie di potere del regime. Ma questo aggrapparsi alla solidarietà di chi non esiste ancora, questo riporre speranza negli attesi non è una posizione valida, bisogna piuttosto fare testimonianza e ricerca adesso, anche se non c’è ascolto, forma, mezzo. E infatti ci sono stati individui e gruppi di buona volontà che sono andate all’Aquila e hanno guardato, agito e ridetto quello che è stato possibile proprio nel momento in cui meno sarebbe stato probabile. Perché quando c’è l’emergenza, quando si è ugualmente e gravemente colpiti, davanti alla Città che crolla la cittadinanza riscopre l’appartenenza al paesaggio, alla storia, all’organismo città e rimessa a contatto col bisogno e con l’autentico si stringe. Questo triste ma indispensabile bene è stato addormentato e sequestrato prima che articolasse il grido, il modello del Campo (trincea, lager, prigione) era già prefabbricato e sintonizzato: non è stato concesso un gesto di autorganizzazione, non è stato lasciato uno spiraglio al bene supremo della libertà che è il provvedere in reciprocità al bisogno immediato, grazie a cui un gruppo umano riesce nonostante tutto a non convincerci irrimediabilmente del male. All’Aquila la cittadinanza è morta e gli zombi dello spettacolo hanno fatto bestiame delle persone, gli hanno tolto la possibilità di puntellare e ricostruire la loro città, ogni velleità di comunità, di comunione è stata consumata in un attimo dall’interesse e dallo strapotere dell’avidità assassina a cui siamo giunti. E il tutto nella vana inanità della cosiddetta opinione pubblica, tanto oltre si è giunti nella frantumazione delle facoltà immaginative ed espressive non meccanicamente ri-prodotte e imposte.
Ecco quindi un’attività non inutile, praticabile con l’esercizio e insistendo anche con le mutilazioni narcotiche che più o meno ci hanno tutti sfigurato: creare eutopie, immaginarle, dirle rifinirle ripeterle e anche e soprattutto agirle, piccole piccolissime più grandi in due o in dieci o magari oltre a seconda del vigore delle possibilità. Per quegli stessi molteplici rinnegati giovani che non riusciamo e non riescono a sentirsi, produciamo eutopie, immaginiamo possibilità, trascriviamo sogni, facciamo azioni individuali immaginarie, gesti che partono dal tuo sogno e magari tirano dentro l’amico di un giorno o i compagni di sempre, non c’è altro sale, non c’è altra aria, né altri margini, azzardi per illusione. In vari campi, ognuno il suo, recuperando sparsi pezzi di conoscenze, di sapienze, di favole, di saperi, di informazioni, di relazione, di film, di figure, di discorsi, di. Un tanto di imprevedibile, uno sciocco gusto di anticonformismo, soprattutto da parte di chi può, di chi non viene soppresso fisicamente ma su cu si stringe un latro tipo di inedia, un sano gusto di anticonformismo, sfoggio anche e culto dello stesso.
Un vero fronte individuale e collettivo di azione creativa, organizzati con chi puoi per fare una cosa: i tuoi vicini, gli altri genitori, studenti, lavoratori, condomini, contadini, chi cazzo vuoi per fare una cosa che hai scoperto parlando che sembrava giusta, che faceva uscire dal nulla, che rimetteva in moto la fantasia e nelle mani la cura di sé e del senso.
Se no, domani, sembrerà che l’unica alternativa sia la guerra, è già così nei film americani, anche nei migliori dalla valle di elah a hurt locker a brothers già il messaggio è che la vita lontano dal fronte è l’insopportabile non senso di fare la spesa nell’iper market mentre laggiù tra camerati e sangue c’è umanità. Un altro sogno please.
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