martedì 15 giugno 2010

sul libro per sè e per gli altri

M. Braucci, per sè e per gli altri, mondadori 2010

È un romanzo ma con la struttura del journal intime, del diario personale e di viaggio. Suddiviso in brevi capitoli, ognuno alterna eventi e riflessioni, con frequenti cambi di ambientazione e personaggi. Il racconto segue il vagabondare dentro un vasto paese-continente straniero, oscillando tra ricerca e perdita volontaria. Dal sud di Napoli al sud continentale del Messico, mai esplicitamente nominato.
L’impianto narrativo è “rischioso”, pone un azzardo stilistico fin dall’inizio dettando così la cifra caratteristica dell'opera: il rischio. L’autore infatti sceglie un io narrante al tempo presente, non connotato dall’esterno in alcun modo, un presente di prima persona che rimane illocalizzato ma che riesce a tessere tra di loro le tappe del viaggio, sempre in lotta contro il suo desiderio alternato: trovarsi o di dissolversi.
L’io è un giovane, lo dice il testo in un luogo dove una donna afferma di proteggerlo perché “è così giovane”, e si deduce anche dalla sua postura esistenziale, un’interrogazione su di sé e la propria identità: il lavoro di individualizzazione che si tenta solitamente di compiere nel trapasso alla maturità. Facile immaginarlo tra i ventitre e i trentatre anni.
Il narratore è fissato («ho la fissa dell’infanzia») sull’origine, sull’infanzia delle persone. Ogni volta che osserva qualcuno si interroga sul bambino o la bambina che potrebbe essere stato. È la sua chiave per comprendere il prossimo ma in realtà sta proiettando sugli altri il proprio moto di indagine interiore: assumere su di sé volontariamente la responsabilità di essere stato quel bambino, con quella storia; accettarsi, scegliersi così come è stato concepito e cresciuto e determinato, abbracciando l’irrefutabile e il non scelto e da lì iniziare la vera fatica di vedere che accadrà finalmente “interamente per propria colpa”.
Lo strano e rischioso passaggio di cui parla il libro si connette al tema dell’eredità. L’io scrivente di Per sé e per gli altri inizia il suo viaggio alla ricerca della tomba del padre ma si potrebbe dire del padre tout court. Sono vari gli uomini adulti su cui è proiettata l’allure del padre: l’americano Chris, il mafioso Passerotto, il professore ligure, la stessa relazione tra il Red e Lenny è tutta una variazione sul tema. Certo altrettante e importanti sono le figure femminili ma il loro ruolo è diverso: il confronto con la madre rimanda al confronto con la donna, è la grande questione che attende come banco di discussione e di prova chi vuole essere uomo. E questo l’io lo sa, il fatto è che ancora oscilla tra scegliere di perdersi definitivamente o di camminare appunto sul difficile crinale del divenire uomo.
La questione oscura che tormenta l’orfano, che lo trattiene così spesso sull’orlo della morte, nel dubbio se lasciarsi andare alla terra e al sonno è, si ripete, quella spinosissima del dibattimento tra come si è e come si può essere. Il materiale è quello dato, l’eredità del padre si riceve ma in realtà, se si vuole vivere, bisogna prenderla. Si riceve e paradossalemnte ti spetta, è una specie di diritto persecutorio, uno strazio che si decifra in filigrana ma in dettaglio soprattutto grazie a Kafka. E da questo dilemma classico Braucci deriva il conflitto del personaggio romanzesco: il personale è decisivo e più di tutto ci determina ma poi la storia è presente e comune. O altrimenti: la scelta è per sé ma il senso lo si decide infine con gli altri.
Si torna così alla cifra del rischio: non si ha alcuna certezza di riuscire a trovare un varco nel già dato, non si può sapere se si riuscirà passare verso il possibile ma allo stesso tempo non si può vivere come individui storici se non si accetta questa sfida. E il pericolo deve correrlo non solo il giovane narratore ma anche lo scrittore italiano vivente. Uno scrittore già pubblico e pubblicato che deve riuscire a calibrare gli azzardi, a confrontarsi con l’amor proprio e le necessità di un mestiere da una parte e il dovere di cercare il proprio pubblico, un altro pubblico, un’altra letteratura che sia manifestatamente consapevole di trovarsi sulla soglia dell’assassinio.
Abbiamo bisogno di romanzi o di racconti, di narrazioni insomma, che non rinuncino al loro grado di necessità, al loro apporto di conoscenza: ogni giorno muore, ogni giorno è ucciso e criminalmente ucciso qualcosa che potrebbe, ha potuto, pensavamo che poteva essere. Per quanto possa essere fragile o inutile lo scongiuro dell’arte serve, tutto il resto è passatempo, necessità di grado inferiore, qualcosa che ha a che fare col solito commercio e non con la ricerca.
L’ultimo rilievo riguarda questo: porre il tema dell’eredità (ciò che ci ritroviamo ad essere e ad avere è pure ciò che dobbiamo scegliere; scegliere ciò che ci è dato di noi per poter vivere umanamente e storicamente, sapendoci condannati a cercare il varco tra questa datità e quello che potremmo essere) significa oggi in letteratura mettersi in guardia contro le tentazioni di fuga. Non la fuga buona, che ve ne sono e andrebbero teorizzate con ben altra forza e dettagli. Ma le fughe consolatorie e narcotiche, mascherate da panacee dolci e che si chiamano in questi giorni neoromanticismo o sovversione creativa dell’individuo. Il pendolo della storia traccia il suo battito, solo chi lo sente può resistere fino al momento in cui le forze muteranno o apriranno alla nostra comprensione ulteriori formule. Per adesso non ci si può illudere che l’individuo tragga da sé il gesto creatore della sovversione: ci vuole anche l’altra parte, cioè la scelta è tua, solo tua ma si compie in relazione agli altri; il personale è importante, decisivo ma totalmente politico solo se rivolto agli altri.
Si segnala che è stato ripubblicato, dopo dodici anni il primo libro di Braucci, Il mare guasto. Un libro sorprendentemente freschissimo, più avanti e necessario di tutto quello che è stato edito subito prima e subito dopo Gomorra. Senza tremendismo, senza sociologismi o contaminazione della narrazione che racchiusa nel microcosmo del quartiere Santo di Napoli ci offre una rappresentazione della Città, degli strati e della vita della città che apporta conoscenza con tutta la forza e l’umiltà della scrittura scavata e lavorata di chi è scrittore e basta, senza la transmedialità e la confusione che al posto di riflettere la complessità ce la pone davanti più addipanata e invincibile che mai.

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