"Insomma, se i giornali fossero scritti da persone il cui solo scopo nello scrivere fosse quello di dire la verità sulla politica e la verità sull’arte, noi non crederemmo nella guerra e crederemmo nell’arte". Le tre ghinee, V. Woolf
lunedì 4 gennaio 2010
souvenir
Che anno era, direi il 2007, perché Daniela non era ancora partita e la preside era sempre Alì Babà. Se non ci fosse stata Dani io oggi potrei anche credere di aver sognato ma lì eravamo in due, con gli occhi di fuori e la bocca aperta. Due persone tra l’altro piuttosto differenti quanto ad apparenza eppure per quattro anni, dico quattro, è capitato OGNI giorno che confondessero i nostri nomi. Intendo dire: a me non dispiace di per sé essere chiamata Daniela e venir scambiata per anni da tutto il personale con un’altra collega ma mi chiedo cosa voglia dire. Se a Firenze o a Londra o Bordeaux o Siviglia in una scuola arrivano due insegnanti da un’altra città, dopo quanto tempo smetteranno di confonderle l’una con l’altra? Nemmeno ci sono scuse per così dire somatiche, non eravamo in Cina o in Africa o in India dove giustamente la gente ti può dire: scusa, mi sembrate tutti uguali finché non ci faccio l’occhio. No eravamo a Napoli e quindi c’era proprio questo fatto che il dato saliente della mia persona per chiunque era l’essere straniera, primo e più forte del resto, straniera come Daniela e quindi interscambiabile con lei. Oppure c’era della malignità, della ottusa malignità. Non lo so, non l’ho capito. Mi sembrava che si confondessero davvero. Forse era stato un avvenimento troppo grosso, come un boccone di pane che s’incastra nel gozzo del tacchino, la gente della scuola non aveva avuto facoltà di digerire il fatto che un anno fossero arrivate come docenti di ruolo due donne di circa trent’anni da altre parti d’Italia. Comunque era il 2007, l’ultimo giorno di scuola, il 30 giugno con una temperatura che verso mezzogiorno doveva sfiorare i 40 gradi. Nell’atrio era stata imbandita la tavola di fine anno, il solito spropositato banchetto, la cieca stolida feroce riproposizione dei piatti tipici. Celebrare e mangiare, anzi celebrare il mangiare e basta visto che poi non c’è vera festa attorno, ci si concentra sul mangiare e la foga con cui la gente si accaparra fette tranci pezzi è veramente strabiliante. Mi scappa l’acredine vedo, un non so che di acido e rabbioso ma del resto perché dovrei trattenermi, riflettere e ricredermi di nuovo, perché dovrei controllare le sensazioni rivoltanti che allora erano appena mitigate dallo stupore continuo? Solo perchè altrove di questo vitale rivoltato stupore sentirei la mancanza al cospetto di un pari orrore? Comunque c’era tutto questo cibo nell’atrio, apparecchiato sui banchi uniti a ferro di cavallo coperti dalle tovaglie. Torte farcite, mozzarelle, salumi, pizze e pizzette, verdure ripiene, rondelle di salumi e poi dolci. Bottiglie di bibite e bottiglie di vino paesano e bottiglie di spumante. Non mi capacitavo del fatto che in brevissimo tempo tutto sarebbe sparito. Se un ragazzino lasciava la felpa in sala professori, in quella stanza piena di sedie da sala da pranzo, scatoloni polverosi e schedari sgangherati pieni di polvere, là sarebbe rimasta fino alla fine dei tempi. Nulla veniva quasi mai messo in ordine, ripulito, ripristinato in alcun modo. Tranne questi banchetti su cui la gente si avventava senza ritegno, ingozzandosi letteralmente e in breve era tutto finito, la signora adele e le altre bidelle facevano sparire rapidissimamente ogni traccia e i pochi avanzi finivano impachettati e riposti nelle borse che si sarebbero portate a casa. Ma intanto a mezzogiorno le pietanze aspettavano sotto i tovaglioli di carta che le proteggevano dalle mosche e noi eravamo riuniti nella sala teatro. Il collegio docenti era finito in un baleno e ci eravamo spostati lì per festeggiare l’andata in pensione di salvatore plora e forse di qualcun altro ma l’evento era la sua fuoriuscita visto che per anni aveva fatto lui l’orario dell’istituto e che per anni ogni mattina aveva organizzato lui il giro delle sostituzioni, pronto alle otto meno un quarto con la sigaretta in bocca e la faccia triste e grigia dietro la scrivania dell’ingresso a ricevere le telefonate di chi sarebbe rimasto a casa e i lamenti di chi doveva prendersi le classi scoperte mandando all’aria compresenze e ore di sostegno. Ognuno negli anni gli aveva chiesto favori, l’aveva benedetto e maledetto e ancora benedetto e quindi la sua pensione era un avvenimento. Io non so e daniela nemmeno, noi non sapremo mai cosa sentissero, cosa provarono quelle persone che potrebbero essere come noi e invece sono napoletani (perdono)di fronte allo spettacolo che vedemmo nella sala arroventata dall’aria che entrava a sbuffi dal piazzale di cemento nascosto dalle tende verdi alle finestre. C'era un palchetto di cemento con un sipario rosso stracciato. Due bidelli e un collega uscirono da quelle due ali di stoffa mascherati da donna, con parrucca bionda e rossa e le calze a rete e le gonne, truccati e mascherati, con qualcosa di osceno e di priapesco. Ci furono delle battute, degli ammicchi, dei motteggi rivolti al collega plora che sulla sedia ai piedi del palco rideva con gli occhi ridotti a un semino nero tra le rughe e le mani torte in grembo. Ridevano tutti, io non capivo le battute ma non riuscivo a credere che il collega di matematica, un ragazzo di famiglia borghese appena diventato padre, evidentemente abbastanza benestante da fare il prof per sfizio e non per necessità , mediamente istruito rispetto a certa gente assurda che girava laddentro, se ne stesse in minigonna e canottiera di strass a cantare in coro ritornelli sconci sul palco. Ma non era nulla perché maestra di cerimonie si rivelò la creatura credo più ripugnante, una donna il cui ricordo ancora oggi mi sgomenta tanto era una caricatura grottesca della volgarità e della prepotenza. Professoressa di musica, corpulenta, camminava con l’andatura da boss un passo dopo l’altro, calcati, butta e arrogante da parere un uomo non fosse stato per l’onda nera di capelli tinti di nero lucido che le si alzava sulla fronte. Aveva il naso a patatone, il viso grasso con le gote cascanti, gli occhi e le labbra truccati di viola o violetto pesanti, la voce roca. Il suo modo di insegnare consisteva nel passare mezz’ora appoggiata contro la porta dell’aula chiusa, i ragazzi dentro e lei fuori a fumare e parlare con le bidelle dimostrando di non curarsi del fracasso che proveniva dall’interno. Poi entrava e con la forza del disprezzo e della prepotenza che qui vince sempre otteneva che la classe sedesse e facesse finta di scrivere sotto dettatura gli appunti sulla vita di beethoven o mozart, gli stessi da quindici anni. Nessuno non ha mai detto nulla? No nessuno. Spiegherò altrove perché né io né daniela né nessun’altro abbia mai inciso di una virgola su quella scuola e su queste commoventi abitudini. Cmq questo capolavoro di umanità e simpatia aveva un microfono in mano ed era lei a dare il ritmo della rappresentazione, fece uscire di scena le soubrette sconce e chiamò sul palco il pezzo forte ovvero il professore di religione, suo speculare maschile, vestito da bebè cioè completamente nudo eccettuato il pannolone da bambino e il ciuccio in bocca. Lei stessa salita sul palco se lo prese in braccio e assieme hanno cantato non so che canzonaccia fra le risate ormai convulse e quasi piangenti del corpo docente ormai imbestiato del tutto. Due colleghe di sostegno, giovani tettute e piacenti, a quel punto saltarono di slancio sul palchetto e si misero a ballare alle loro spalle con mosse lascive, lasciando quasi uscire i seni dalle magliettine estive. Ma fu soprattutto la visione del collega di religione messo così, con la cuffietta e il ciuccio, nudo e dico nudo, mezzo culo di fuori e solo il pisello coperto dal pannolino, che mi lasciò esterrefatta. È passato tanto tempo e se non sapessi che c’era anche daniela potrei quasi credere che non sia accaduto, che fosse il caldo insopportabile, come un’allucinazione la preside ladra con la pelle cotta dalla lampada che ci guarda con gli occhi feroci ridendo e facendo con la bocca non so che smorfia come un bacio um um a labbra serrate e sporgenti, le risate fino alle lacrime delle altre, le grida esagerate. Qualcosa di arcaico di tenacemente arcaico, una commistione furiosa tra antichità e degrado, tra persistenza e corruzione, tra eterno dannato e vivo e sfatto e invincibile che non capisco.
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1 commento:
non c'è niente da capire, bisogna tramontare
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