Una sera ho visto un film rumeno a episodi. Ogni episodio, girato da un regista diverso, racconta una “leggenda metropolitana” ambientata durante il regime, leggende nere di miseria e salvezza, di destini incredibili schiacciati o sfuggiti grottescamente all’assurdo feroce della politica.
Avevo comunque molto sonno e dopo il primo, il più bello, colorato dalla luce dell’estate in campagna che sembra ridere, lei antica, della pena contemporanea, dopo il primo dicevo ho iniziato a sonnecchiare, perdendomi fotogrammi delle altre storie. A un tratto ho aperto gli occhi su una scena ambientata nella redazione di un giornale dove due impiegati corrono per i corridoi e si affannano a compiacere i “compagni” per non perdere il lavoro. Ebbene quella corsa in mocassini per il corridoio, il lato comico di quella paura e l’adattarsi cieco e ansioso alle richieste dei capi mi rimandava perfettamente ai “nostri” telefilm, ai corridoi di un giornale americano con le vetrate sulla sky line di New York. Lì si trattava della foto del dittatore col cappello in testa da far sparire, da noi ci sarebbe stato un pezzo sull’erede dell’azienda, o la pop star cornuta o altro prodotto ma il grado di supremazia della futilità e lo spossessamento delle azioni individuali dalle proporzioni umane del senso erano speculari. Noi senza fame, noi senza paura, noi terrorizzanti, noi liberi schiavi, non è lo stesso ma bisogna stare in guardia, se non è già troppo tardi, si sa.
Comunque attraverso questo stretto sottopasso tra Usa e Romania me ne sono andata a letto e ho continuato la cinemaemotiva per conto mio.
Stavo sul treno viaggiava viaggiava rollando sui binari,
il treno di una volta coi larghi sedili marroni di plastic-pelle lucida e lisa
e i vetri doppi col bordo di ottone spesso annerito, aperti a metà,
forse era il marocco forse era l’est comunque non era casa
e a un certo punto la corsa rallenta ed io posso vedere
con le pupille lunghe appoggiate sul vetro, quasi sento l’aria di fuori,
vedo un edificio incompiuto, il cemento armato nudo
e i cavi arrugginiti piegati di fuori, era come l’ingresso di capannone o magazzino abbozzato,
una fetta di terra bucata e piena di fango coperta dalla grande tettoia di cemento
e ì sotto giocavano i monelli, il sapore in bocca era come
I ragazzi della via pal o come Il drago bianco, un’infanzia povera e crudele e fortissima,
la verità trasfigurata, l’immaginazione costruttiva,
le fibre verdi che niente spezza e tutto spinge, i giochi per strada.
Hanno a terra un pallone di cuoio pesante cucito di spago
peserà un quintale può fare male,
potrebbe spaccare squartare rovinare,
il loro gioco è selvaggio perché tanto è il freddo e grigio è il fango e soprattutto vicina è la guerra,
questo treno rallenta e corre di fianco al grosso garage dove giocano i bambini .
Sul fondo della grotta stanno appoggiati dei pali di legno, un grande telone
Quattro vanghe e altri attrezzi di ferro
E sebbene la terra sia dura e il fango trafitto dal ghiaccio
Sebbene non ci siano né vecchie né cani
Né voci o passeggi nel deserto suburbano
Non è alla guerra non è tortura il gioco che faranno
Le teste piccole e tonde rapate gli occhi intenti al progetto che non è di guerra
Mi appoggio contro il sedile e respiro come se adesso fosse meglio .
Dove è rimasto il treno? Dove ho lasciato le mie valigie? E che città lontana è questa
Che è la città dove cresco e non sono mai stata?
Lontana di lontananze sovrapposte, di punti cardinali mischiati
Dal nord baltico gelato alla polvere fredda di un monte curdo
Da Orano a Bucarest chissà
La gente si pigia in macelleria, un muro di gente affamata
I fazzoletti sulla testa delle donne, i disegni sbiaditi sui cappotti pesanti.
Le grosse braccia del macellaio, nel pugno una lama opaca e larga,
sfregata negli anni tante e tante volte.
Le braccia enormi dell’uomo dietro il banco, conserte
sopra il respiro che si gonfia e scende
e nell’aria un odore duro di fibra gelata di fermo sangue,
la gente sta stretta per tenersi in piedi per farsi calore per non perdere l’occasione
è la seconda volta che scampo alla guerra perché l’uomo
dalle possenti braccia nude adesso sorride ed è pieno d’orgoglio
passano i fogli di carta paglierina spessa e assorbente
involtolate le fette di carne - perdonate l’ingiustizia
accettate la condivisione
passano sulle teste sulle mani della gente che si scansa si allarga accoglie e passa
datene a tutti a quella laggiù e all’altro in fondo: c’è carne per tutti.
Questi erano i sogni della notte, vividi di odori e sensazioni, con le loro tremule barbe di radice nel seno buio della terra e fu da quel lento risentire e trasformare che salì l’ultimo brano, sospiro mondo a galla mi portò:
come farò se sarà una bambina dicevo con pena, antica antica antica,
come farò se sarà femmina, una mia sorella uguale diversa profonda
io che ancora sono in guerra con quel che volevo dovevo potevo
io che non mi bastano gli specchi e le pitture a ritrovare Eva, l’orgoglio il modo di non piangere,
se sarà femmina perché antica antica antica sono la pena e il disprezzo
se è una femmina vale meno e tu vali di meno
se è una femmina avrà di meno e più di cura di fatica di paura
il mondo non sarà suo
la notte le scoprirà i denti
le bocche saranno maligne
e le porte la inseguiranno per inghiottirla
per darle il coraggio e la libertà che a lui cadrebbe in mano come la mela al Buddha sotto l’albero
A lei ci vorranno cammini tortuosi e notti nei boschi e voci segrete da incatenare,
le serpi delle nostre tentazioni, le cadute delle nostre volontà
no hanno poemi o libri sacri
finiscono chiuse in un sacchetto scordato nell’angolo
perdute nella polvere che si deposita nella trame dei tessuti vecchi,
ci vorranno tanti no e tanti sì, colline come montagne, gradini come massi
e per lei non sarà tutto pronto e vero per legge, non sarà a sua disposizione la parola il geto e il volere
come per chi ha il pene.
Qualcuno che ero io viveva questo timore, era Eco piangente
di tante che di notte affacciate sole su un campo o sulla soglia del vico hanno tremato
E poi c’ero io di nuovo con la preoccupazione sciocca onnipresente
Dell’abito e del vomito di schiavitù antica
Un imbarazzo soffocante
Per il rosa, per le scarpette col fiocco, per il vezzo prima del tempo
Per tutto ciò che non sono stata e non saprò insegnarti e mi torcevo le mani quando
Si avvicinò l’amica e mi disse No
E mi scorse il sangue nelle vene e alle guance come un ruscello battente
come sopra le pietre l’acqua trasparente
come un cinguettio purissimo mi disse No
I suoi occhi azzurri e il sincero sorriso aperto e la fronte pulita
Dell’amica che ho sempre detto: nessuno è anticonformista come te
senza coscienza o orgoglio
con altrettanta verità
Ed era come un ramo verde era come ritrovare
dopo gli incubi lo sprofondare il sapore di terra bocca
Sentirsi il petto allargare e tutta la giovinezza che ho avuto e tutta la vita che ho amato
Era solo la Paura da scacciare e piuttosto un calore una gratitudine un amore
Tutte le idee che mi sono state sole e sale e sorelle nelle giornate
E la grazia e le avventure e le iridi strane originali rifratte e le promesse
Le promesse nostre
Dicono che non c’è più la guerra.
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