J’etais au Maroc, chez un ami qui vive là-bas depuis cinq anneé e ca a ete vraiment interessant.
Dal balcone della casa si vedevano l’oceano e il cimitero. Quando OdM ha detto con vocina infantile: - Come a Salè, come ad Algeri, i cimiteri sono di fronte al mare…- il suo amico M ha cantato i versi di una vecchia canzone dei Negresses Vertes: «Sur le sable, face à la mer / Se dresse là, un cimetière».
La città dove ha abitato per una settimana è Rabat, capitale e ville du roi che re è davvero: il parlamento ha poteri molto ridotti e la monarchia è più assoluta che costituzionale. Così gli spiegavano. Un re molto migliore di suo padre, rispettato e collaborativo con le democrazie industriali, USA in testa, e pazienza per i diritti umani. Pazienza anche se Droit de l’Homme (ma perché non humaine, giusto per tenerle appena appena dentro alle femmine?) è stata la parola che ha forse di più orecchiato. L’Omino di Merda si è infatti trovato a bazzicare il milieu della cooperazione internazionale, le ONG e i loro progetti di difesa dell’infanzia e dello sviluppo agricolo, dell’alfabetizzazione e della bonifica urbana… Persone di buona volontà hanno tentato di spiegare all’Omino come va il mondo, gli dicono che la povertà esiste e che pure esistono oramai dispositivi istituzionali e internazionali molto raffinati per distribuire fondi alle organizzazioni di cooperazione allo sviluppo, il cui lavoro talora è compromesso e poco efficace e altre volte invece è reale e prezioso. L’Omino però si immerda come suo solito, gli si indurisce la couche superiore del lobo antro-posteriore e non capisce. Anche perché lo anima una forma di anarchismo naif e oltranzista per il quale la formulazione di un apparato burocratico che si costituisce a immagine e somiglianza degli stati e delle istituzioni dalle quali si desiderano i soldi per aiutare i paesi che nei rapporti economici e di forza con gli stessi stati e istituzioni sono mantenuti in inferiorità…non funziona: lui è cretino. Si ricorda tanti anni fa un viaggio in guatemala e la pena di vedere il paese forte antico e insanguinato dalla guerra punteggiato di sedi ONU e ONG, ad ogni angolo bello, ad ogni casa sul lago, in ogni luogo per europei, una colonizzazione. Poi c’è chi va e vive davvero per vivere, per costruire ed essere con la gente della terra ma si tratta di isolati, di donne e uomini d’arte o di scienza che creano generosamente un’impresa che trova compagni e non hanno bisogno di jeep bianche e di residenze controllate dai fucili. L’OdM ama di amore fraterno il suo amico fraterno M e visto che lui lavora convinto da anni con la coop. Internaz. allo svilupp. vorrebbe pensare diversamente. Gli ripetono che ci sono ong che salvano le oasi, che alfabetizzano un gruppo di donne e gli fanno fà la coop equo-tappetistica oppure formano maestri che insegneranno nelle scuolette rurali e si portano i bimbi marocchini a fare lab sull’acqua e quelli gioiscono perché non hanno mai nulla… (bleha) L’Omino intuisce e comprende, capisce di permanere in un rifiuto di tipo adolescenziale: lui è il primo a casa sua a vivere compromesso e narcotico e tutti sti europei/e che stanno in giro per il mondo a vivere il modesto lusso dello straniero bhè alcuni fanno bene e alla grande; vede che come tutto anche le ONG esistono e quindi in esse vi è del male e del bene che si schiudono in proporzione diversa a seconda delle azioni che i singoli individui per destigno ivi implicati sceglieranno ma preferisce comunque attestarsi merdosamente sulle sue posizioni stolidamente infantili e lasciare le energie per il bel vento africano che da questo lato della costa scarmiglia le prospettive…. In ogni caso una notte prima di addormentarsi ha la visione di merda di come sarebbero le ONG: ai gruppi di buona volontà che lavorano per passione e secondo certi principi (omino deve studiare ancora tanto…) si dà il supporto e la pox di viaggiare e vivere per un periodo scambiando e costruendo in altri paesi. Ciò presupporrebbe un mondo in pace e migliore dove Sud e Nord come termini di relazione di dominio e disuguaglianza stanno sparendo, dove coop di ostetriche del Mali stanno sei mesi a Milano con le colleghe di lì, dove gente del Ciad viene a napoli a fare un progetto sull’acqua, dove la ong del sudafrica va in Georgia, USA, e per due anni fa un progetto sulla storia dell’africa nelle scuole elementari e così via. Lui è una merda.
Il vento africano, preso da questa parte del mediterraneo, fa risaltare meglio i contorni arrugginiti e fittizi della Democrazia. La rappresentanza parlamentare scivola nella cloaca della storia con tutte le nostre vite e quelle dei nostri figli impastate dentro.
L’Africa è fottuta, sente ripetere da più parti. In particolare da Tony che è il suo coetaneo congolese ospitato da M, col quale ha trascorso delle ore di chiacchiere e una lunga passeggiata. Otto anni di viaggio e di avventura: Toni non ne può più. Ho imparato tante cose, dice, mi è cambiata la testa come non accade mai a chi rimane tranquillo nel suo angolo, a casa. Ma adesso non so più che fare, vorrei tornare al Paese ma se non sai già come vivere è inutile; vorrei andare in Europa ma non riesco ad avere i documenti e da clandestino non mi ci metto. Qui in marocco ho fatto l’idraulico per cinque euro al giorno, lavoro con un’associazione per ragazzini e faccio capoeira e animazione teatrale ma a vivere non basta e poi il marocco mi sta stretto, in apparenza non sono razzisti come in libia o tunisia ma sono ipocriti e al fondo come gli altri. Da me i cinesi oramai si stano prendendo tutto, loro l’import e l’export, loro la diffusione dell’informatica. È così per tutta l’Africa: fottuta e se la mangiano i cinesi. Toni vuole tornare a casa, poi rimanda ogni giorno e cerca di capire come fare: imparare l’inglese, l’informatica, trovare un ONG con cui collaborare laggiù, tentare di nuovo di venire in Italia grazie agli sforzi degli amici…si è fatto un anno di prigione nel sahara e tante altre avventure.
Da questa costa Ceuta e Melilla e il sogno dell’europa, le frontiere spostate in Africa con gli accordi tra spagna e marocco, italia e libia ecc. sembrano tutte follie, sembrano minuzzoli di noce che galleggiano in un mare di cambiamento, sembrano il punto di cecità di una civiltà fiacca e impaurita e davvero dopo tanto tempo l’Omino di Merda vorrebbe avere davanti cento e cento anni per vedere come sarà. Scopre che larga parte dell’immigrazione continentale si dirige verso il sudafrica, che però sta entrando in recessione a sua volta.
Mentre siede nell’ufficio della Royal air maroc vede un’impiegata in divisa trattare brutalmente un uomo nero magrissimo, con gli occhi enormi nel viso smagrito, la donna ha lunghe unghie laccate e puntandole rabbiosamente sul foglio gli dice: Je vais le dire une seule fois, je ne repete pas. E allora rabbrividisce.
Il giorno dell’arrivo mentre viaggia in treno da Casablanca a Rabat vede che solo rispetto a tre anni fa le baraccopoli si sono ridotte significativamente. Oggi accanto alla distesa di lamiere basse fermate coi sassi e i pezzi di legno e caricate di parabole, accanto alle viuzze di terra e acqua nera dove pesticciano i bambini, si vedono stecche di case popolari bianche e ancora mezze vuote dove saranno pian piano trasferiti i baraccati. Anche a Rabat lo slum che si stendeva tra la kasba e Salè è sparito per fare posto a un enorme spiazzo pulito e a tre nuovi enormi capannoni. Tanti anni fa, quando era appena diventato giovane ed era appena scoppiata la prima guerra del golfo, il Marocco fu il suo primo vero viaggio. Oggi, 17 anni dopo, di quel paese remotissimo, poverissimo, pauroso e incantato non ritrova più nulla. Allora non si poteva praticamente entrare nella medina senza che decine di bambini ti si attaccassero alle gambe e decine di uomini prepotenti e aggressivi pretendessero di farti da guida esigendo il tuo denaro, tuo di grasso pollo occidentale. Venne poi, gli hanno detto, una legge del re che proibiva di infastidire il turista ricco e poi un lento benessere. Allora c’erano scarafaggi mosche e storpi ovunque, c’era uno sporco disperato e ricco di odori che ti sconvolgeva, c’erano bambini che tingevano le pelli immersi fino al ginocchio in pozze di tufo colme di urina di mulo e sterco di uccelli, fino ad averne le gambe spellate e consumate, c’erano mosche mosche mosche e pochi europei. Adesso è tutto diverso.
L’omino una mattina ha visto Milk di gus van sant in francese e si è commosso. Una sera ha visto un concerto di musica qawwali pakistana cioè canzoni di preghiera sufi, dove dieci uomini vestiti d’oro sedevano su una pedana a gambe incrociate e tre di loro suonavano strumenti e sei battevano le mani e uno, il maestro Faiz Ali Faiz, cantava melodie ripetitive e incantevoli. Il concerto si teneva nella Scellha, una antica necropoli trasformata in parco del re subito fuori dalla città e al tramonto le cicogne volavano verso la cima degli alberi. Nel pubblico c’erano soprattutto europei, di tutti i tipi, alcuni con figli e figlie di varie età, vestiti in maniera così elegante e costosa che OdM si sentiva a disagio. Distraendosi dalla musica aliena e stupenda ha osservato a lungo una coppia levigata dal lusso. Lui pantaloni bianchi e camicia azzurra, alto, magro ma con le gote leggermente piene fin sotto gli occhi azzurri, un naso lungo ma dritto e regolare e i capelli biondo oro come quelli robert Redford scalati in modo da fare un’onda sulla fronte e un accenno di caschetto sopra la nuca, con la mano nel corso di un’ora di concerto almeno dieci volte se li è acconciati, un gesto femminile, preciso, attento ma tutto in lui era delicato e femmineo. Anche il modo con cui cingeva la sua compagna, disegnata lei a china sottile, la prova che talvolta le persone sono perfette sono come nei film, una signora indiana oltre i 40 ma di una bellezza ancora irreale, i tratti del viso minutissimi e perfetti, il nasino gli occhi nerissimi due mandorle di luce e la bocca piccola ma nettissima, un caschetto di capelli neri con dei fili bianchi solo all’attaccatura sulle tempie, avvolta in un sari celeste e in pashmina dello stesso colore. Li ha raggiunti un amico altrettanto romanzesco, un gaudente in abito costosissimo, giacca e pantaloni di rigato sottile che pareva seta, capelli appena mossi e la pelle macchiata dagli stravizi messa in ombra dallo sguardo malizioso e attento. Non si è seduto accanto a loro ma accanto alle loro tre figlie in scala, una bionda e due brune, abbigliate da pubblicità. Chi sono?
L’OdM ha parlato tutte le notti fino a cadere addormentato col suo amico fraterno M, che ha lasciato napoli 10 anni fa e ha vissuto in Guatemala, in marocco, in algeria. Si è fatto raccontare qualcosa sul diritto di famiglia marocchino e ha saputo che il concubinaggio è reato, che partorire un enfant senza essere sposate è reato, che l’omosessualità è reato e fumavano e parlavano e sognavano fino a tardi, fino a quando gli sembrava che il machismo è la figura dell’oppressione ovunque ed ovunque trionfa, che avere le donne sottomesse è già una parte dell’opera nell’affermare il potere, che i soldi e le armi e la legge del padre sul figlio sono i motori del mondo non mutato in cui dormiamo da sempre. E poi dormivano.
La mattina presto a colazione, prima che M andasse al lavoro, bevevano succo di arancia e fragola, caffè e un dolce alle mandorle, parlavano della giovinezza, della maturità e dell’amore e M ripeteva come per lui vivere e amare le donne sono la stessa cosa e OdM pensava che i ritratti delle donne incredibili da lui amate in trentanni comporrebbero un romanzo meraviglioso. Alcune le ha conosciute anche lui ed è per questo che sa la verità della leggenda.
L’Omino di Merda ha camminato nella medina e poi per ogni strada fino a quando è stato in grado di orientarsi da solo in ogni zona di rabat e questo di nuovo è stato la sua gioia, una città ad ogni viaggio posseduta nei piedi e nella testa, questo è il suo orgoglio infantile.
Una sera M l’ha portato a cena a casa di un famoso professore di antropologia, un francese a capo di un importante istituto di ricerca che a sede lì a rabat. La casa, nel quartiere residenziale ha un grande giardino e gli ambienti aperti arredati coi mobili bassi e colorati del maghreb. Il professore ha una compagna marocchina che è una studiosa pure lei o qualcosa del genere, una donna di trentanni fragile come una foglia, tanto nervosa e tormentata che OdM tremava a parlarle e poi c’erano vari ospiti tra cui un uomo verso cui ha provato grande simpatia e che ha scoperto essere un drammaturgo del paese, perfettamente bilingue franco-arabo, pesantemente censurato e osteggiato ma pure riconosciuto. Tutti hanno parlato molto tristemente dell’algeria che è finita finita finita e poi solo cazzate. L’OdM respirava la sera profumata, sentiva il cielo quieto scivolare nella notte e comprendeva che ovunque si vive.
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