Dopo molti mesi ho ritrovato il fogliettino quadrato su cui avevo appuntato il titolo di un libro che pensavo potesse valere. Mi venivano in mente cose tipo La scuola in trincea, Il campo di battaglia della scuola ecc., ma senza autore o casa editrice, non portavano a nulla.
Poi la Coincidenza: F. mi scrive da Bologna e parliamo della sua ricerca, antropologica o etnografica o quello che è, sui ragazzi di seconda generazione. Un’etichetta che non ci convince e che comprende un fascio di situazioni molto varie la cui unica costante è data dal fatto che si tratta di giovani maschi la cui famiglia non è italiana e che però sono cresciuti in Italia. Come intellettuale F. è animata da una forte istanza etica e la sua ricerca, che ha valenza politica, è condotta con un’impostazione partecipativa che la porta a condividere senza risparmio la sua vita con le persone delle quali intende scrivere, traducendo per così dire le loro parole nel linguaggio scientifico accademico e allo stesso tempo riscattando questo “tradimento” con un’opera di educazione che coltivi il loro proprio diritto e mezzo di parola. Cosa vuol dire? Che li segue nella loro frustrante esperienza scolastica, che li accompagna nella loro quotidianità di strada (fatta anche di vicende di micro criminalità) e nella loro ricerca di autodeterminazione, sostenendoli coi mezzi che ha a disposizione in quanto adulta e studiosa, sviluppando in parallelo alla propria ricerca accademica una ricerca condivisa con loro che coltivi i loro immaginari e la loro cultura. La maggior parte dei ragazzi di cui mi parla F. sono marocchini o magherebini e un importante aspetto del loro vissuto riguarda lo scontro con l’istituzione scolastica cioè con le scuole professionali dove sono avviati dopo le medie e dove sperimentano amaramente lo scacco culturale in cui li relega la loro condizione sociale ossia la società italiana.
Mentre sto tre ore al telefono con F. cammino in tondo, mi alzo, mi siedo, fumo, prendo appunti e passo il dito sulle costole dei libri. Pizzico un angolino di carta e viene fuori l’appunto: Noëlle De Smet, In classe come al fronte, Quodlibet Studio. Mi sale la fregola rabdomantica e scopro che nella libreria di una città vicina ce l’hanno. Noëlle ha insegnato sempre nelle scuole professionali di Bruxelles e nel 2005 è andata in pensione. Le sue compagne e compagni della CGé (ex-confederazione generale degli insegnanti trasformatasi con la crescita in ChanGements pour l’ègalité, movimento di ricerca socio pedagogica belga) hanno raccolto per festeggiarla circa 25 dei testi che è andata scrivendo nei decenni sulla sua attività didattica e pedagogica, in un libretto rosso (nell’edizione franco-belga) titolato Au front des classes-In classe come al fronte, Un nuovo sentiero nell’impossibile dell’insegnare. L’edizione italiana è stata voluta dal liceo scientifico paritario Fermi di Milano in occasione del proprio cinquantenario e l’ha pubblicata, si diceva, la Quodlibet. I testi raccolti vanno dal 1984 al 2005 e messi uno a seguito dell’altro tracciano il percorso di apprendimento e di studio di un’insegnate infaticabile e illuminata, ispirata dai metodi di Freinet e della Pedagogie Institutionelle di F. Oury e quindi anche dalla teoria psicoanalitica di Lacan. Ma non si tratta di un libro di teoria, non ci sono descrizioni di metodo o di analisi filosofica. È un libro sulla scuola come se ne vorrebbero leggere molti, un libro dove le parole delle ragazze e dei ragazzi sono raccolte e offerte con grande umiltà e attenzione e dove con grande modestia si narrano le sperimentazioni didattiche delle classi con cui Noëlle ha vissuto. Sempre ci si chiede: ma come fare, ma cosa accade davvero nelle scuole, ma cosa pensare della cultura in mezzo a queste trasformazioni violente, ma come si può stare meglio là dentro? Gli aneddoti, i ritratti, gli episodi sono coinvolgenti per la freschezza e l’autenticità della rappresentazione, ci si immagina tutto: i conflitti le ambientazioni i protagonisti e intanto si condivide la ricerca, si imparano dei metodi che non sono mai replicabili perché ogni insegnante ogni alunna e ogni classe sono uniche ma l’ispirazione e la ricerca sono condivisibili. Un libro che fa pensare sulla scuola e che serve a tutti: insegnanti , pedagogisti, intellettuali, vivi. Se viene voglia si andrà a studiare la Pedagogia istituzionale e il metodo uno a molti d’impostazione lacaniana ma il libro è istruttivo in sé. Una miniera di riflessioni, storie, indicazioni operative, sollecitazioni culturali, etiche, politiche.
Che c’entra con F. e i suoi ragazzi? La banlieue di Bruxelles dove De Smet ha lavorato è meta di fortissima immigrazione da decenni. Le sue alunne sono marocchine, italiane, angolane ecc., tutte naturalmente candidate alla scuola professionale e all’echec scolastico e nelle aule sputano, strappano, gridano, insultano. Sono femmine (sarà un professionale del tipo segretaria d’azienda o roba così) ma le loro storie e vissuti e condizioni rimandano a quelle degli amici giovani di F. Stesse problematiche, stesse procedure di stigmatizzazione ed esclusione sociale, stessi vissuti ricchi, complessi e negati.
Le invenzioni e le sperimentazioni che De Smet mette in atto con le ragazze nella scuola e che perfeziona grazie alla formazione e cooperazione continue all’interno di un Movimento di educazione attiva composito e internazionale (si intuisce sullo sfondo) le permettono di non prescindere mai dalla questione di collocazione delle ragazze nel loro qui e ora, nel fatto di essere in belgio e belghe ma di esserlo variamente e multiplamente. Anche intercultura è una parola che non vale più la pena di usare, De Smet si occupa di un’altra cosa, del condividere e creare sapere con soggetti all’interno della scuola necessariamente imposti come deboli: «devo portare avanti un lavoro di liberazione con dei giovani che sono oppressi almeno quattro volte. Come figli di operai, come figli di immigrati, come allievi, come allievi di professionale (quando è nota la gerarchizzazione degli orientamenti) e, per una parte, come ragazze. Quando metto in moto i Conseils d’élèves, dei dispositivi che permettano agli oppressi di prendere la parola, quando organizzo la lezione di francese a partire dagli interessi dei miei allievi, quando cerco di attrezzarli nel migliore dei modi, io faccio qualcosa che non è solo pedagogia. Faccio politica, nel senso forte del termine, quello che contiene l’idea di un progetto di società visto nella sua globalità ecc ecc». Questo ultimo pezzo è del '94. De Smet non adopera in realtà quasi mai, solo in questo periodo, la parola oppressi e ben poche volte si lascia andare a sintesi come quella sopra. Di solito si leggono d’un fiato narrazioni di vicende scolastiche dove la teoria si deduce dalla forza veritiera della sperimentazione narrata. La prof di francese è interessata a trasmettere il sapere (leggere scrivere parlare) ma soprattutto a creare e condividere sapere autentico con l’obiettivo di dare forza e mezzi alla loro parola: «De toute façon, en toile de fond des analyses épistémologiques, pédagogiques, sociologiques, psychologiques, culturelles, économiques, politiques, pour moi, instruire les jeunes et les adultes de milieux dits populaires, c’est être la plus présente possible à leurs préoccupations, manifestations et combats, la plus ouverte possible à leurs savoirs dominés, clandestins et méconnus, afin de les hisser avec eux au rang de connaissance, de dignité et de reconnaissance».
La ricerca di F. nel suo farsi si orienta necessariamente nella stessa direzione: a partire dalla musica rap, dalle mitologie di strada, dai loro saperi dominati, clandestini e misconosciuti sviluppa la relazione costruttiva con i suoi ragazzi e mi dice che l’immaginario è di nuovo il nostro campo di battaglia. I film la musica le immagini e le parole da mettere in comune, aiutarli a divenire (e noi con loro) produttori e trasformatori piuttosto che consumatori passivi, usare i mezzi del benessere tecnologico e ingiusto come il web e l’elettronica.
Nei racconti-articoli di Noëlle i colleghi e i dirigenti trovano poco spazio, non sono rappresentati ma loro voce e la loro presenza traspare dalle preoccupazioni e dalle pressioni che riceve lei. Non indulge a macchiette e ritratti ma pur essendo principalmente interessata alle ragazze non manca di trattare col pudore e l’intelligenza dovuti anche i docenti, che sono a loro volta condizionati, pieni di paura e sottoposti all’autorità del preside e della struttura. La lettura del libro per i/le prof è liberatoria anche per questo implicito invito a osare e organizzarsi, sostenendosi alla convinzione che se si istituiscono altri campi o ambiti di azione all’interno della forma attuale si troveranno anche dei modi di resistenza. Credo che dovremmo credere che riuscire a mettere in piedi pratiche non autoritarie ma strutturate anche dentro le istituzioni possa essere un buon grimaldello, dobbiamo credere che le nostre persuasioni abbiano dalla loro, per quanto minoritarie, una luce di verità che le protegge.
Lei racconta la situazione: era così, capitò quello, pensai di fare così, sapevo questo immaginavo quell’altro inventai ciò e assieme vedemmo che. Un sentiero personale in un impossibile (frase di freud sulle professioni impossibili: governare, educare, psicoanalizzare a cui Lacan aggiunge far desiderare) che alla lettura appassiona più di tanti libri sulla scuola in cui in realtà il primum è la scrittura e gli adulti il tema. E intanto ti vengono idee e spunti, intanto è raccontato come fare sebbene sia impossibile fare uguale. Sfoglio il libro e riconosco: un giornale di classe a partire dalle filles rappresentate sui giornaletti; un anno di lezione a partire dalla questione: possiamo attaccare o no i nostri poster, fino a un comitato dei muri che diventa super creativo; il tema del cancellare dopo che le tirano tre boccette di bianchetto e porta ad altre forme di scrittura; la cultura hip hop con rapper invitato e gruppo della classe che suona; il concetto di povertà e una ricerca sul tema; danza e Lambada; un concorso del comune sulle parole a cui decidono di partecipare e mette in luce tutto il sentimento di inferiorità verso le altre scuole e la cultura "vera"; ricerca di un altro modo di fare ricevimento genitori; i Conseils e le loro varie riuscite; la formulazione di sequenze di lavoro sulle frasi esortative e come farle riuscire nella classe; i giornali murali; i cartelloni su propongo, critico, mi congratulo e le riflessioni quando qualcuno si congratula con bin laden; inchieste nel quartiere; organigramma della scuola e rivendicazioni “sindacali” sui cessi;ecc. ecc.
Il contesto che rappresenta «In classe come al fronte» è metropolitano. Leggo che all’inizio della polemica che dopo molti anni separò Oury e Freinet ci furono delle distinzioni necessarie tra il lavoro educativo in ambito urbano piuttosto che rurale. Credo che il concetto di città e cittadinanza debbano rivestire un ruolo centrale nella nostra pedagogia attuale e che non si definirà un’altra città senza un nuovo rapporto con la non città, con ciò che non è forse più rurale ma che rimane la fonte del cibo e della natura, non importa quanto lontana. Il vero benessere è in ogni luogo dove gruppi di persone si auto organizzano e condividono saperi e pratiche per rispondere ai propri bisogni. Ovunque c’è una comunità montana che cerca di non perdere tutte le conoscenze sul proprio territorio devastato, dove si portano i bambini nei boschi, in ogni periferia dove i mobili e i giochi vengono fatti con i materiali di scarto e dove il gioco guadagna la strada all'infanzia, mettere in contatto e scambiare, far viaggiare immagini sogni possibilità corpi. La città verso campi e monti e viceversa perché non si salverà una senza gli altri e poi volgere ciò che è diventata la nostra peste (turismo di massa, socialità virtuale, illusione di successo con forme pseudoartistiche) in imprevedibile salute.
«Atti, parole, minacce per fare obbedire si ripetono automaticamente come una consuetudine radicata. Le motivazioni profonde non vengono dette tra insegnanti o tra insegnanti e allievi. Del resto sono riconosciute e coscienti?» (p.77) «Nella storia di questa classe, si trattava proprio di una parola. Una parola che ha tentato di dirsi al di là del grido, ma è sembrato che non contasse per coloro che avrebbero dovuto riceverla. È la parola collettiva che ha disturbato? Come insegnanti che fare per svelare ciò che fa la parola e che conta per quelli che la esprimono e la rivolgono, qualunque sia al limite la forma usata? E persino prima di ciò, che fare perché la parola di un allievo sia realmente riconosciuta e possa esistere? La questione resta aperta su importanti aspetti…» «ho cercato di dare il gusto dell’imparare, quello della costruzione degli apprendimenti, che sono stati elaborati attraverso i miei metodi, ideati sul posto in modo artigianale, ma anche attraverso dei desideri che si risvegliavano e dei quali non avrei mai potuto misurare precisamente né il perché, né il perché allora, né perché quelli. […] Ho fatto sì che socializzassero o le ho istruite? Io non ho una risposta definitiva [segue invece un tentativo di risposta]» (p.96) «Il loro paese è innanzitutto il loro luogo di vita attuale, nella città in cui sono nati. Collocarsi qui in modo diverso che non in quello delle colpe, delle umiliazioni, dei calci. Qui e nella storia di questo qui. E da questo punto, investigare i che cosa, i perché, i chi e i come, i da dove e i verso dove. Una convinzione in ogni caso vibra su queste corde tese: quando si è in basso, si può imparare anche lottando assieme per cambiare la realtà. Senza questa possibilità di battersi almeno un po’ si resta nella vergogna e nell’annientamento, anche se si riesce in latino e in greco…A condizione di giungere inoltre, passando attraverso lacrime amare o la rivolta, a poter analizzare, nominare, costruire dei concetti». «Tenere questa posizione per esempio con i bambini dei quartieri popolari, le cui parole, i no, le esplosioni, i desideri sono considerati spesso come se fossero a sproposito, tappati, domati, significa darsi un sapere a partire dal quale ogni insegnante può inventare, secondo il suo stile, a patire da ogni soggetto…»
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