giovedì 14 maggio 2009

parise

La prefazione di Goffredo Parise al suo libro Guerre politiche- Vietnam Biafra Laos Cile, Einuadi 1975, raccoglie i reportages che lo scrittore inviò dalle zona di guerra negli anni tra il 1968 e il 1973. Reportages da dentro la guerra, dai pattugliamenti e dai bombardamenti, dalle tende degli accampamenti e dalle jeep di mercenari nel cuore della foresta africana. Riporta voci volti ragioni di guerre già dimenticate e questo è molto istruttivo e interessante. Poi si tratta di uno scrittore classico, di uno scrittore di stile, dove per stile si intende la forma di un carattere ricavata nel blocco di una tradizione, e questo è molto interessante. La prefazione è datata, piena di riferimenti a un dibattito attuale allora e oggi decaduto. eppure ne riporto dei brani, posto che il contenuto dei reportage che inviava all'espresso o al corriere della sera sono più belli, non per le analisi ma certo per i ritratti e per la lingua.

«Di guerre "giuste" e "ingiuste" si diceva in quegli anni e si dice e si dirà. Anche questi aggettivi sono tra virgolette avendo imparato che nessuna guerra è mai giusta, quale che sia la sua politica. Allora e oggi giudico profondamente ingiusta la guerra condotta dagli americani in Vietnam, così ingiusta che essa è diventata il simbolo (giusto) dell'attuale decadenza degli Stati Uniti. Giudicavo però e ancora giudico ingiusto scoprire tra i cadaveri dei combattenti nordvietnamiti ragazzi di quindici, sedici anni, fossero o no volontari. Troppo giovani per morire e soprattutto in paesi stranieri. Adesso è finita col Vietnam, ma ne avremo altri come diceva Guevara, con altri morti di quindici, sedici anni. E intanto gli anni passano e quelli hanno visto pochi giorni di sole o di pioggia. A noi, a me per mia fortuna, è toccato di vederne di più ma non ho più alcuna voglia di viaggiare. Allora mi sentivo un ragazzo, anche se non ero più un ragazzo, ora non lo sono definitivamente. I viaggi e soprattutto le guerre invecchiano. Oggi rimpiango e invidio chi è rimasto a casa, a fare politica, a parlare o scrivere di politica: tutti costoro sono molto più giovani di me. [...] Tuttavia mi chiedo oggi, il perchè di questi miei viaggi in mezzo a guerre e rivoluzioni. Partecipazione umana? Sì, in parte. Curiosità politica? In parte. Amore del rischio? In parte, perchè in quegli anni la vita non mi piaceva e mi piaceva invece giocarla, stupidissimamente. Tutte queste parti però non fanno l'intero, nemmeno la più picola parte dell'intero. [...]
Personalmente, dopo tutti i miei viaggi, non me ne importa niente delle parole impegno e disimpegno, mostrando così un riprovevole disimpegno. Lo confermo sapendo a cosa vado incontro. Il mio impegno, quando pensavo di essere impegnato, era questo: credere fermamente che, con le mie parole scritte, avrei informato e forse coinvolto nella sorte di alcuni ragazz di quindici sedici anni, mandati a fare la guerra e disperatamente morti, alcuni lettori. Forse sono riuscito e ho sempre pensato e ancora penso che l'impegno di uno scrittore dovrebbe essere questo, che pare non sia più o non debba essere.
Un'altra ragione per cui credo che non viaggerò più è che il mondo, come sanno veramente tutti oramai, si è fatto piccolo, abbastanza uguale, molto americanizzato o americanizzabile. Chi si addentra nella foresta della Tailandia, e si spoglia nudo per mettersi sotto una azzurra e gelida cascata trova un piccolo paniere di Coca Cola, Ginger Alee Pepsy Cola, e ci riflette su, sa che non ha più moltissimo da viaggiare. Resterebbero le spedizioni di antropologia in brasile e nell'amazzonia, sogno di molte signore separate ma non so se sono abbastanza impegnate e se lo studio della forma del cranio di qualche indigeno fatta a modo suo naturalmente da uno scrittore sarebbe ritenuto altrettanto serio di quello di un antropologo. Forse no, ma potrebbe essere in diversa maniera interessante, a seconda delle qualità percettive dello scrittore. [...]Scrivendo e pensando e guardando con enorme attenzione quello che lo circonda e talvolta, quasi sempre, soffrendo per l'impossibilità di mutarlo (le sole cose che sa veramente fare uno scrittore) lo scrittore che viaggia finisce per avere una sua idea di luoghi e persone diversi. Che analizza, con automatico piacere professionale, come insegnò a fare allora Marco Polo, un grande fenomenologo ante litteram. La gioventù lo aiuta a guardare, perchè l'occhio, la mente e il cuore sono forti e resistenti anche ai grandi dolori dell'umanità. Pù avanti, nella maturità, lo scrittore tende a riflettere e a ricordare e a vedere come si dice "in prospettiva" i viaggi della sua gioventù. Se è uno scrittore italiano, che scrive in lingua italiana, sa quanta poca cosa sia tutto ciò che egli ha visto e raccontato: in parte perchè le sue informazioni, anche se preziosissime, rimangono in famiglia, una famiglia "politicamente" anche troppo ricca all'interno ma tutto sommato assai povera all'esterno. In parte perchè egli usa la lingua di dante, ristretta dentro angusti confini. Infine perchè egli, lo voglia o no, è sempre e comunque e ogni giorno di più scrittore coloniale. Saputo e detto questo gli rimane pur sempre da viaggiare da vivere e da scrivere dentro la sua colonia che, nonostante tutto, è ancora una delle più belle e vive e tragiche colonie del mondo»

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