Poi è venuto il freddo e ha piovuto e le formiche se ne sono andate, dopo tanta guerra. Sono andate prima via dal pavimento e dal lavandino poi via dai sogni. Una mattina sul tappeto a casa di mia madre ho visto una formica dove non c’era. Poi se di giorno avevo fatta la spesa, di notte loro tornavano nella dispensa, oppure sul muro di una casa conosciuta dove non ero mai stata / con gli amici di una vita che non ho mai conosciuto / a interrompere parole mie che non ho pronunciate.
Nel romanzo di Mercé Rodoreda La piazza del diamante lei scaccia i colombi agitando le uova del covatoio e mesi dopo sogna i suoi figli scossi dalle mani che scendono dal soffitto. Ciò che più si avvicina al concetto di una scrittura femminile. Romanzo d’amore per voce di donna.
Tanti tanti anni fa mia nonna mi raccontava storie remote dove lei era giovane e mia madre una neonata, le immaginavo in una casa dove in realtà hanno abitato in seguito e ancora non era quella che ho conosciuto io. Una casa gialla, bassa, con una striscia di ghiaia tra il muro e il cancello, separata dalla strada da una ringhierina a losanghe di cemento, che si vede bene attraverso, come a rieti ce ne sono tante. Lei raccontava e io guardavo attraverso la losanga di cemento, alta come una bambina, dentro la finestra aperta al pianterreno , nella camera da letto in penombra c’era questa giovane donna con i capelli castani ricci e gonfi sulle spalle, leggeri e trasparenti quando la massa sfuma nell’aria. Sta seduta sul bordo del letto, in silenzio, tiene una neonata poggiate sulle gambe, unite sotto la gonna grigia. A testa china guarda la bambina e poi si guarda il seno, ha la camicetta sbottonata, la vedo di profilo, non scorgo il seno ma so che se lo guarda preoccupata perché una mammella sta diventando nera, le sta venendo un’infezione o qualcosa di doloroso al seno . E mi venne nero e mi faceva male e andai in ospedale e tuo nonno pensava che sarei morta. Poi guarii. Poi non vedo più niente e non mi ricordo come andò esattamente né posso più saperlo, capire meglio come avvenne che per fame e per altro dopo la guerra quando nacque la bambina a mia nonna s’infettò un seno e si fece nero. So però e lo saprò ancora a lungo, ho appena cominciato a saperlo quanto e come questa storia ha significato molto per me. Non solo per come il mio seno parla e fa ed è unico il mio modo di amare, non solo per le storie profonde della nostra mitologia familiare che si connettono a questa e che non vanno raccontate direttamente ma che certamente nutrono la rete di sensi e segni con cui interpreto e riscrivo la realtà, scegliendo certe metafore per la guerra e l'amore che certi effetti hanno su certi uditori.
Anche il culo vuole la sua parte, l’ho saputo una sera che mio marito mi doveva fare un’intramuscolo sulla chiappa e il terrore mi faceva tirare il gluteo che si faceva di sasso finché respirare forte mi ha fatto girare la testa e riposandomi sul divano gli ho raccontato la storia e solo dopo siamo riusciti a fare la puntura. MI vogliono fare qualcosa, paura. La storia era che in camera di mia madre da ragazza c’era un lampadario che aveva un cappello largo di vetro verde e dentro un ovale di vetro opaco e sottile bucato in fondo e sotto a quel lampadario pensavo che stette un giorno sdraiata sul letto a bocconi mentre qualcuno di cui vedo solo le mani, mani di donna, prepara la puntura. Le fecero l’iniezione ma qualcosa andò storto e una punta d’ago rimase nella carne e con le settimane fece infezione, si scavò una nicchia grande come un pugno dice mia madre e stringe il suo pugno che è piccolo e ne conosco bene l’odore e la grana di quella pelle mi dovettero scavare via tanto così di pus e metterci dentro una garza di medicazione arrotolata che andava cambiata e un dolore così non l’ho mai provato ma mi stava per arrivare all’osso l’infezione se si aspettava un altro po’. Grazie a questa storia ho sempre saputo che sotto al muscolo sul culo c’è un osso e non escludo che questa consapevolezza mi abbia permesso di sentire meglio le chiappe aiutandomi a crescerle sode
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