sabato 24 gennaio 2009

Nuda

La prima volta che mi sono sentita Nuda. Avevo le mani a conchetta, piene di terra, la schiena un po’ curva e il passo affrettato da fagiana in fuga. Lui passò con la sorella fuori dal cancello. Un cancello blu, non troppo alto. Le cose che guardiamo da bambini rimangono per sempre. Quel blu è il blu vernice per sempre. Come la ruggine, per me è quella, bolle scoppiate e grattate con le unghie, scura e odorosa se bagnata.
Si chiamava Cesare e non era del cortile. Venne per un periodo da noi a giocare, perché e da dove non si sa. Si chiamava Cesare e aveva orecchie a sventola e lentiggini. Era più di carne che tutti gli altri. Il viso non lo ricordo ma in fondo alla lingua, contro il palato, sento la sensazione che mi faceva: era di carne, più degli altri. Il primo corteggiatore fisico che abbia avuto. Non esisteva nulla di simile nella mia vita, allora.
Ricordo il piacere che provai una volta a scuola, durante una gita. Mi accorsi che al momento di risalire sul pulman avevo i compagni attorno: simone, fabrizio, andrea, marco. Mi stavano attorno perché inventavo le storie, e facevo ridere. Pendevano dalle mie invenzioni e forse gli parevo graziosa. Quella fu la prima vanità, ma era pura davvero, fu una lusinga ma non diversa da un solletico. Toccavo il cielo con un dito.
Cesare era diverso, comparve nel cortile, nel regno dei giochi e lui premeva contro la bambina, con un’avidità mai assaggiata prima, apriva, col suo essere di pelle, un campo inedito di forze. Lei sentiva e naturalmente rifuggiva.
Poi un giorno passò con la sorella fuori dal cancello. Noi da pochi giorni avevamo un nuovo gioco. In un angolo isolato del cortile, un metro quadrato piuttosto imboscato, bisognava scavare, togliere le radici e l’erba, ridurlo a terra smossa e poi piantare i bulbi e i semini dei sacchetti, comprati al GS di fianco. Non nacque nulla, mi ricordo, non c’era luce e mettevamo troppa acqua ma per giorni fu una passione.
Lei aveva le mani a conchetta, piene di terra nera e stava correndo verso l’orto. – Franca!. Dietro il cancello stava Cesare di carne con la sorella, una qualcuno più alta e mai vista prima, quattro occhi avidi che la sorprendono e con voce fatta di carne e brama lei viene chiamata. Fu un istante. Si sentì nuda. Realmente nuda, per la prima volta nel mondo, pubblicamente, si poneva la questione-nuda. Fu un istante credo: davanti il cancello, i due emissari dell’altro mondo, alle spalle i portici del cortile e la vetrata della scala G, lei come un insetto preso nel vetrino: nuda. Sentì le labbra tendersi sui denti, per un sorriso, e poi corse via.
Adesso, dopo decenni, posso pensare: l’Eden, il giardino perduto, sempre inaccessibile me sempre in terra, il solito limitare, in un flash al magnesio, preludio.

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