mercoledì 21 gennaio 2009

La

Stamattina sono passata a scuola. Dovevo ritirare certe carte. Appena entrata Tina, la bidella con gli occhiali fumé, ha gettato un grido: Francaaaaa, ma sai chi ho visto ieri, non immagini. Indovina.
No dai Tina non lo so, chi hai visto? E magari speravo che mi dicesse di lei.
Infatti: Laura, l’ho incontrata all’Auchan, con un altro fratellino in braccio, quella la mamma oramai li sforna. E sai che mi ha chiesto? La sola cosa che mi ha domandato, subito, è stata: E Franca XXX?
Ma in un certo senso me lo sentivo dall’alba, perché nonostante il diluvio l’aria era calda ed ero felice di tornare là. Cinque anni non sono molti, cinque anni come insegnante e senti di appartenere a una fettina di terra.
Ogni inizio è sereno, dice Benjamin che dice Goethe. Chissà in tedesco come è quel sereno, non è pace o terso o quieto, è una nudità precedente l’azione o la contemplazione, è un’apertura appena aperta e ancora non distingue aperta né chiusa. Ogni inizio è sereno perché si dà senza ancora nemmeno saperlo.
Non potrebbe essere che io non abiti la sua immaginazione come lei la mia. Ogni volta che vedo una bionda, io credo che possa essere lei, ogni volta che vedo una bionda la penso e cerco. Anche se non può essere, assecondo l’emozione, gioco a rincontrarla.
È inutile, me lo diceva, io sono fatta così, quando è finita è finita, non torno più a cercare. A tredici anni. Inutili le promesse, i numeri di telefono. Sono fatta così, quando è passato è passato. Laura.
È tornata una volta sola, l’anno dopo, accompagnata da un’amichetta adorante della nuova scuola. Era tutta in viola e violetto, dagli stivali al giubbotto agli occhialoni da sole. E mi ha mentito come sempre, sapendo benissimo che sapevamo di farlo. Va tutto bene, sì sì, bella la nuova scuola. Mi trovo bene certo. Tutto a posto. Adesso vado.
Tina dice che è magra, che ha i capelli più corti,che l’ha vista più spenta, un po’ indebolita, dice proprio così. Ha chiesto se fanno i corsi di informatica il pomeriggio a scuola. Questo mi ha colpito molto. Laura a tredici anni non ci avrebbe mai pensato. Laura a sedici anni io non so come è. So solo che nessuna nebbia dopo anni mi nasconde i suoi occhi chiari, i duelli di sguardi con cui ci siamo affrontate. Pane per i suoi denti, l’una all’altra.
Non andrò mai a quella scuola di merda, intendendo il professionale accanto. Ma nemmeno al Liceo. Mi fanno schifo le zozzone che piacciono a te.
Il suo orrore per le ragazzine borghesi e alternative a cui credeva che la volessi avvicinare o che sospettava io potessi essere stata. Con i jeans, la kefia, o i dredlok o piercing o che ne so. Zozzone.
Mi dovete lascire in pace, minacciava a tutti. E dopo: io lo so che fine faccio. Sempre così, spietata contro sua stessa voglia, contro il mondo volgare e contro sè, volgare. Contro di me, che le volevo indicare una strada e contro la madre che la voleva diversa da se stessa. Diversa da sè che ha avuto a Laura a 16 anni e poi se ne rammarica, mentre la figlia indomabile la guarda in silenzio coi suoi occhi chiari e calcola la contraddizione di essere l'errore da cui doversi porre al riparo.
Mai visto un orgoglio così inevitabile e spietato. E poi tutto il resto, a cascata.

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