Il metodo naturale. Apprendere non è spontaneo ma è naturale. La curiosità, l’imitazione, il desiderio sono alla base di questo processo. Messo a punto da Paul Le Bohec, amico e seguace di Freinet. Scomparso, leggo ora, la notte del 12 gennaio.
Il bambino, la bambina troveranno ogni mattina i loro testi, ricopiati con cura dalla maestra, appesi ai muri dell’aula. Si inizia così: un disegno libero e un libero racconto, scritto dalla maestra sul retro del foglio. A casa la maestra ricopia il testo di ciascuno/a con un particolare colore e associato a una forma unica. Così è riconoscibile. Frasi semplici e brevi, ma proprie. Giorno dopo giorno, tornando a vedere il proprio testo così con cura trattato ed esposto, il desiderio di ripeterlo, abbellirlo, comprenderlo, fanno in modo che piano piano si impari a leggere e scrivere. Riconoscere i caratteri, le lettere, le parole. Riprodurli. Naturalmente accade. Un miracolo ogni volta, ogni volta lo stupore che accada. Così dice la maestra che da trenta anni lo utilizza. Trenta anni: 5 cicli compiuti e uno iniziato, cinque volte dalla prima alla quinta elementare. Nella stessa scuola, a bagnoli. Una fortuna all’inizio: anni 70, un gruppetto che fa parte dell’MCE e invita Le Bohec a fare un seminario. Colleghe con cui lavorare. E poi altri fortunati incontri: Rio Abierto, Paolo Guidoni, un fisico universitario che si appassiona alla didattica. Ed ecco anche il metodo naturale applicato alla matematica. Si inizia con la Libera creazione matematica e si prosegue con gli esperimenti, le case costruite coi mattoni di creta fabbricati assieme, esperimenti sulle grandezze, le forme.
Altri metodi: il cartellone delle presenze, il Giornale murale. Ascolto attivo, rispetto integrale, sperimentazione, attenzione al movimento e cura degli ambienti. Da anni la scuola di Bagnoli ha scelto di rifiutare il testo obbligatorio e hanno le biblioteche di classe. Più il progetto Leggere per…con laboratori settimanali di lettura. Molto spazio all’attività fisica. Da due anni laboratori di scienze con universitari interessati alla didattica. Un anno vennero i ragazzi e le ragazze di un liceo, a sperimentarsi come insegnanti. Cooperazione. A tutti i livelli.
Tre giorni sul vesuvio, ospitati nella casa di una signora Paola, artista del movimento patafisico, lo stanzone coi tavoli e il camino, pieno di opere patafisiche in cui però appare sempre lei, camuffata da indiana. Vista sulla città. Un cuoco e un naturalista, giovane, gentile, stordito come tutti quelli che vengono da Aversa. Un solo bagno per circa 25 persone, due camere molto umide e fredde, a qualcuno tocca dormire per terra. Sabato mattina gita sul Vesuvio, fino al fiume di pietra cioè la colata del 44, una frana di pietre nere e porose,ricoperte da licheni argentati, la macchia di ginestre, un sentiero nel bosco per arrivare. Solita lezione andare sempre dove si vuole anche con Antonio, che sta sulla sedia a rotelle. Ciò che può o non può un disabile è un’incancrenita abitudine di pensiero.
Vita di gruppo, apprendimento di gruppo, quasi una classe si direbbe. Intenso, interessante. Venerdì pomeriggio cerchio di presentazione, ciascuno/a illustra un problema o un episodio legato alla didattica o all’educazione che viene naturalmente e urgentemente a mente. Col rito del bastone della parola. Imparato sia sui temi attuali della didattica, scuola educazione che sulla gestione dei gruppi.
Personalmente, come sempre, hantée dalla questione delle scuole medie. O come mi abituo a definirla: il neonato sociale. Non è più infanzia, vedi che è finita. Facoltà intellettuali e fisiche mutate, interessi, è un’altra fase della vita: quale è il mio posto nel mondo, perché il mondo è così. Ma non è più lo stupore o l’aliena infanzia, sono pronti e pronte a entrare fra di noi… fra di noi? Nel mondo, qualunque cosa sia. Cosa bisogna farne, secondo quali principi. Non giustizia e libertà. Ma il corpo non smette di essere importante, la socialità ha un peso e una forma inedita, il gioco sì ancora molto volentieri ma anche la verità cruda e sanguinante delle relazioni. Il sesso. Il lavoro. La forma della vita sociale. E il proprio posto. Cosa di meglio che chiudere questa massa incandescente nel carcere? O senza retorica: si vuole davvero che il sapere sia condiviso e che ciascuno trovi secondo i propri mezzi la sua strada? Chi sa come insegnare a questi mutanti ora disarmanti ora crudeli, scossi da una ricerca interiore che ha l’egoismo infantile e la domanda collettiva? Non basta la scatola delle vacanze o il luoghi del cuore per fare la geografia, non basta la creazione libera o la ginnastica. Già sarebbe qualcosa. Sicuramente una riforma della classe docente ma anche del senso e della forma del grado d’istruzione più mistificante e spietato.
Ci siamo dati un tema su cui a lavorare a distanza, noi casuale gruppo coagulato attorno a questa idea anarchica di scuola formatori: la strada o lo spazio, la spada lo strazio. Il tutto in senso lato, anche patafisica se vuoi. Ahaha.
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