Quando si va in piscina la mattina presto l’acqua è verde come il petrolio. Soprattutto se il cielo fuori dalla vetrata è nuvolo e se i raggi del sole non battono in vasca. Allora ti sembra di andare al mare perché anche al mare certe mattine coperte l’acqua diventa scura e verde e compatta, come la carne muscolosa di un enorme animale.
Un amico con cui andavo spesso a nuotare qualche anno fa mi raccontò questa storia:
li portavano in piscina due mattine a settimana e per lui quello che doveva essere una gioia si trasformò in pena. Ogni volta al momento di salire sul pulmino controllava con ansia se l'altro ci fosse. C’era quasi sempre. Grasso, scorbutico, solitario. Vulnerabile anche. Una volta gli presero il berretto e il ciccione non si arrabbiò ma si mise in fondo al pulmino con la faccia contro il vetro e a nessuno venne più voglia di scherzare. Non era una vittima ma veniva un po’ emarginato, il gruppo sentiva che c’era qualcosa di strano nel modo ingordo con cui si teneva per sé solo il gioco del momento, che fosse un giornaletto un ninnolo un pupazzetto, quando aveva una cosa nuova che lo appassionava aveva un modo di stringerla in mano e riguardarsela da solo che infastidiva gli altri. E poi non sembrava intendere le cose nella stessa maniera: rideva o avvampava per motivi irragionevoli. Rideva mentre uno si sfilava il maglione o domandava al maestro di fermarsi al bar. Diventava rosso appena un adulto gli rivolgeva la parola. Fatto sta che tra lui e il ciccione c’era un segreto. Anzi no, era un incantesimo maligno, un vincolo soprannaturale che l’aveva rinchiuso come merlino dentro a un cerchio di silenzio invisibile agli altri. Il ciccione aveva il potere segreto, per un minuto a settimana, di trascinarlo in un regno parallelo dove lui non aveva voce e dove rimanevano soli, loro due nascosti all’occhio del mondo.
Dopo, ogni volta, mentre si rivestiva nello spogliatoio e scordava il brivido provato, si chiedeva perché non riuscisse a parlarne con nessuno. Era come se l’avesse messo davanti a un muro, non c’era scelta. Un groviglio di vergogna, di pietà, di umiliazione, di afasia: il ciccione aveva intuito in lui una natura sufficientemente complessa e inetta da garantirgli una complicità morbosa. Perché a me si chiedeva e poi capiva che solo a lui sarebbe potuto capitare, era andato a colpo sicuro.
Durava un istante, prima o poi arrivava e sempre quando finalmente aveva smesso di pensarci per abbandonarsi al piacere del gioco e dell’acqua. Si faceva invisibile, grasso, spugnato d’acqua, bianco ancora più bianco che nella giacca a vento beige e gonfio quasi come un lumacone trasparente: il ciccione riusciva a scomparire contro il bordo della vasca, proprio accanto alla scaletta. Quando tutti pensavano solo ai punti della gara, a correre risalire e tuffarsi dai blocchi, e lui pure era con loro preso totalmente, era allora che la povera creatura, dominata dal suo diavolo, riusciva a nascondersi lì, tra il bocchettone nelle scanalature, chissà come faceva, lo intuiva sempre troppo tardi, solo un secondo prima che accadesse, gliela faceva ogni volta. Mentre si teneva con le braccine tese alla ringhiera della scaletta e si issava agile, in quell’istante preciso in cui il sederino si stacca dall’acqua e il busto emerge tutto, in quella soglia che per gli altri non era diversa da ogni altro momento a lui toccava una sensazione abissale. Era una carezza, anzi meno: uno sfioro, a mano aperta, leggerissima. Gli toccava il sederino, gli passava il palmo lì dove il muscolo si arrotonda scoperto tra la fine del costumino e la coscia. Lui non si girava nemmeno a guardarlo, provava vergogna e orrore per il ciccione, per il piacere furtivo e miserabile a cui quello era costretto, lo immaginava con la lingua di fuori e preferiva dimenticare.
L’idea di quella carezza lubrica e istantanea finì per rovinargli il piacere della piscina allora mentre tuttora è lì, accanto alla scaletta ogni volta che va a nuotare.
Nessun commento:
Posta un commento