Il collega di sostegno aveva i capelli grigi: lisci sul collo, stempiato ma col ciuffo sull’occhio destro. Guardava male, senza dare confidenza. Da come passava per le aule e i corridoi mi immaginavo che facesse altro, che fosse uno a cui non gliene frega niente della scuola perchè ha un altro lavoro il pomeriggio. Seguiva una bambina in un’altra classe, sapevo. E anche che non veniva sempre.
Un giorno scoppiò la scena pandemonio in atrio. Il padre della bimba urla, vuole parlare subito con la preside, impreca sbuffa come un toro è arrabbiato. Viene ammesso in presidenza e ci sta per un’ora, poi esce tranquillo, col viso serio ma tranquillo perché deve aver ricevuto una rassicurazione di qualche tipo.
La storia era questa: il collega, con la fronte bombata e l’occhio stretto, era a quanto pare solito drogarsi. Poi chissà, era una voce, una diceria.
Immaginavo: il professore giunge la mattina nel quartiere, al volante dell’utilitaria bianca. Non va dritto al parcheggio della scuola ma prende una stradina che lo porta dalle parti dei sette palazzi. Il professore scende ed è improvvisamente più giovane e meno arrogante di come lo conosco, passa davanti al gabbiotto, poggia le banconote piegate e ritira la busta. Il professore sale in macchina, gira e chissà dove si mette, sotto a quale palazzo, lungo quale parcheggio, chissà se gli batteva il cuore dalla paura di essere visto ma forse no, e poi consuma, pippa o fuma bho, usando una copertina del CD o il libro della Erikson con gli esercizi differenziati, per romanzare un poco. E poi veniva a scuola così: tardi, annebbiato, recitando la padronanza fino all’eccesso.
Le promesse fatte al padre non furono mantenute e dopo quella prima scenata non cambiò nulla: la preside si guardò bene dal prendere un qualsiasi provvedimento, convinta forse che l’episodio in sé, senza interventi ufficiali, avrebbe potuto funzionare da avvertimento. Forse non sa come sono i tossici. E comunque lei non vuole grane e poi, imparavo, la solidarietà di corpo esiste. Il posto e il diritto alla sopravvivenza non vanno mai messi in discussione. Intendo dire che vedevo questo: non importava cosa davvero facesse il collega e quali e quanto i diritti delle bimba fossero messi sotto i piedi. La cosa importante era che il collega non rischiasse provvedimenti reali, persecuzioni o addirittura…
Si arrivò così al punto che un giorno, alle due, trovai nell’atrio il papà, stravolto e molto più inferocito della prima volta. Non chiedeva più della preside, voleva proprio mettere le mani addosso al collega, voleva chiarire di persona. La cosa affascinante è che il collega effettivamente era a scuola a quell’ora e l’avevano nascosto di corsa, appena in tempo, nei bagni della segreteria. Magari era lì e sudava freddo, lasciando vagare lo sguardo sulle mattonelle gialline, sulla pianta miserella sul davazale. Magari c’aveva qualcosa per tirarsi su e chissà che pensava. Tina mi raccontò cosa era successo. Il collega la mattina aveva esagerato. Arrivato alle dieci, prima di andare in classe si era chiuso in bagno, lo stesso dove ora era prigioniero, e si era fatto. Troppo si vede, perché era uscito con la camicia inzuppata anche davanti e la fronte imperlata. In quelle condizioni era salito e aveva preso Maria dall’aula per mettersela accanto in sala professori. E lì, sempre sudando a fontana, aveva cominciato a cadere in deliquio. Me lo vedevo: chiudendo prima gli occhi e dondolando la testa fino a scivolare addirittura addosso alla bimba. Maria si era alzata gridando ed era scappata dalla sala, pretendendo che si chiamasse a casa. Siccome non si calmava chiamarono la mamma che se la venne a prendere, in fretta e senza dire nulla.
Io non so come il collega avesse potuto credere che non ci sarebbero state conseguenze o forse aveva passato tutta la restante mattinata con un buco di inquietudine nello stomaco. Fatto sta che alle due meno dieci era scattata la caccia all’uomo ma non appena il padre era entrato urlando qualcuno aveva intercettato il prof lo aveva spinto nel cesso.
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