mercoledì 18 marzo 2009

appunti

Il dito mi ha pulsato tutta notte disturbando il sonno e i sogni. Laura è rientrata tardissimo, puzzava di alcool come sempre dopo i concerti. L’ho sentita inciampare in corridoio e parlare coi gatti ma non ho avuto la forza di aprire gli occhi e raccontarle dell’incidente. Ho solo appoggiato la mano fasciata sul cuscino, sperando che se ne accorgesse da sola ma si è buttata vestita sul suo lato e si è addormentata subito. Sette vite come i gatti. Ho sette vite come i gatti, mi ripetevo. Poi ho ricominciato con gli incubi.

Il mobile era diventato grandissimo, dietro l’antina superiore scoprivo una sorta di pannello segreto da scardinare con le pinze, chiodo dopo chiodo. Quando finalmente riuscivo a toglierlo vedevo con grandissimo stupore che immetteva in un vano grande come un salone. È una specie di garage con l’impiantito di cemento, pieno di gomitoli di polvere e buio da non arrivare a vedere fino alle pareti in fondo. Allora mi decidevo a entrare. Presa la sedia mi sono arrampicata sull’ultimo ripiano e poi, appoggiandomi con tutto il busto contro la cornice mi sono lasciata cadere dall’altra parte. Mi aspettavo di trovare un segreto, che so un cofanetto o un tesoro di qualche tipo. Un quadro antico magari, oppure un crocifisso, paramenti sacri e preziosi. Dev’essere per via dei mesi in cui ho lavorato alla Chiesa del Carmine.
Ho iniziato quindi a camminare verso la fine della stanza che però era completamente vuota. Più avanzavo più l’oscurità recedeva finché sono arrivata al muro e lì, schiacciata tra il pavimento e la parete stava immobile questa scolopendra gigante. È simile a quei trilobiti che illustrano i libri sugli animali preistorici ma molto molto più grande. Sarà stata lunga un metro e mezzo, senza contare le antenne e le zampe filiformi, fitte e tremanti che si dipartono da tutto il corpo. Il colore era un grigio lucido e cangiante, da gambero di mare. Sono caduta in ginocchio e ho iniziato a piangere, per l’orrore che mi faceva quella povera bestia e per i secoli di solitudine da cui mi toccava risvegliarla. In parte temevo che mi avrebbe divorata oppure che mi avrebbe punto col veleno. Invece la bestia restava ferma, eccetto il tremolare dei filamenti e delle due lunghissime antenne. – Dimmi, le ho chiesto infine tra i singhiozzi, perché questa stanza è vuota e nascosta dentro al mobile?
L’animale ha iniziato ad emettere un suono uguale al rumore della ghiaia su cui si cammina, uno scricchiolare di pietra e poi soffiava ed era allora come il rumore delle onde sulla battigia. Io ascoltavo questo discorso geologico e mi stringeva una nostalgia di mare, mi prendeva un desiderio prepotente e infantile di affondare le mani nella sabbia fresca tra i sassolini della riva, sentivo sul corpo il vento salso.
– Ti prego, ti prego dimmi qualcos’altro, pregavo la povera bestia.
A quel punto accadeva una cosa orribile: la bestia si muoveva in avanti e poi agitando le sue zampe schifose sul muro riusciva a mettersi in verticale per poi ribaltarsi a pancia all’aria mostrandomi così il ventre schifoso e trasparente dentro cui si vedeva un formicolare convulso di ombre grigie. In quel momento capivo tutto, guardando quelle trasparenze immonde di colpo capivo tutta la storia, piuttosto banale: si trattava di una suorina giovane, murata viva trecento anni fa che al posto di morire si era nutrita di polvere e scolopendre, disperatamente attaccata alla vita; era arrivata a trasformarsi così e adesso piangeva perché ero arrivata troppo tardi e se anche avessi trovato il modo di portarla fuori dal mobile lei oramai sarebbe rimasta così, una bestia orribile. Inoltre non sapevamo se avrebbe potuto sopportare la luce del sole.
Il dito ricominciava a farmi male e diventavo nervosa, brusca: Cosa dovrei fare adesso secondo te! Che cazzo adesso non posso né richiudere e lasciarti qui né posso portarti fuori col rischio che ti disintegri o te ne vai in giro per la casa. Sto in nero qua, se quello vede che gli ho liberato un affare così in casa mi scarica senza nemmeno darmi quello che deve. La bestia si mise a soffiare di nuovo ma questa volta non faceva il rumore del mare e dei sassi ma un rumore di sega elettrica. Voleva che la giustiziassi io col flessibile.

Mi sono svegliata sudata e col giramento di testa, l’aria della stanza appestata dal fiato alcolico di Laura. Un’artista, un’artista semi eroinomane ed egoista. Ho cercato dentro me la piccola molla dell’amore, ho cercato di farla scattare osservando il nasino, l’attaccatura dell’orecchio ma il pensiero che ieri notte avesse potuto farsi di nuovo mi faceva salire uno scontento da cui era meglio tenersi alla larga. Il mio problema al momento era evitare che il padrone mi vedesse con la mano fasciata o, nel caso, avere una palla credibile da raccontargli. Non deve capire che mi stavo per fare male, e di brutto, lì a casa sua né che non sono così esperta di attrezzi come gli ho detto. E neppure che potrei avere difficoltà a finire il lavoro ridotta così. Di colpo mi è risalita l’immagine del sogno, l’idea di toccare di nuovo il mobile mi ha fatto schifo. Ma quanto era meglio lavorare al cantiere del Carmine!!

La cosa che mi piaceva più del Carmine era stare lassù a lavare i mattoni. Un mese sarà durata. Arrivavo la mattina, salutavo quelle tre stronze del restauro dipinti, un saluto anche ai tre marocchini e poi me ne salivo da sola in pace lassù, nel sottotetto. Un lavoro noioso, otto ore di noia e fatica, semplicemente mattoni da lavare ma comunque di tanto in tanto affacciandomi dalla feritoia potevo vedere tutta la città e sentirmi la musica, pensare in pace… certo il periodo sulla facciata, dietro il tendone verde dell’impalcatura, con le carrucole di secchi e spugne, assieme ad Andrej il rumeno, è stato un’altra cosa… Minkia non avrei mai creduto che mi avrebbero lasciata a casa, dopo tre anni che lavoro con loro, ho fatto quattro restauri per la Cooperativa ed è sempre andata benissimo, mai avrei pensato che mi lasciavano a casa… adesso in nero...se mi partiva la mano potevo piangermi gli occhi ed ero rovinata. In compenso decido io gli orari e i tempi…così Laura è più contenta, sembra felice da quando non c’ho più il lavoro, l’idea che una mattina possa svegliarmi e dirle ok stamattina resto a letto con te e poi ce ne andiamo sul ticino a pranzo la rende felice come la primavera…artisti…di merda.

I ciottoli la mattina, con la guazza che strizza l'occhiolino dalle scanalature, se ci batte il sole, se il cielo è fresco e nuovo e per via tutti camminano e hanno da fare, che bello. Non ci sono sciure pellicce vecchiette, questa città sembra vomitare vecchiette, scommetto che a città giardino o in un altro quartiere ci sta la grande vecchietta-ragno che depone larve di vecchio, dentro un chiesa starà e così da metà mattina escono, cappottini marroni o grigi, colli di volpe naftalinati, cappelli tarmati, nasi porri tutto quanto: sì li odio, occhiali e vecchi e vecchie che si prendono la città e la fanno di silenzio di quiete, alimentano le botteghe squallide e aggressive che vogliono silenzio e palude, so sti vecchi secondo me, massoni o ragni che siano, che fanno in modo che questa non è mica una città universitaria, è una città che aspetta di svegliarsi, che potrebbe svegliarsi. Sembra bella ora e la notte, sono i nostri momenti: la mattina presto e poi dall'aperitivo in avanti, di notte coi vecchi che digrignano i denti dietro le persiane perchè siamo vivi e facciamo rumore di vita per le strade mentre loro alle dieci vorrebbero dormire. Ah ma che sole, che freschi i tetti, che odore di fiume che porta il vento, sembra risalire il ponte e montare di corsa per strada nuova....
stavo per lasciarci la mano. O magari la vita: se mi avesse tranciato la mano non l'avrei spento e alla fine, che ne so, per come l'ho vista poteva pure tagliarmi il collo o sbuzzarmi la pancia, devo fare attenzione.
la cosa strana è che a ripensarci adesso mi vedo come in un fumetto, mi sembra di essere in un cartone animato come mi dice a volte Fausta, io che coi capelli scossi e le gocciole di sudore schizzate attorno ad aureola mi piego sopra la rotella del flessibile che mi si divora la felpa, col volto trasformato in una caricatura di sforzo paura e determinazione minkia se tirava quel cazzo di meccanismo si è ravvolto un pezzo di maglia in un istante e in pochi secondi avrei perso la presa sul manico e oddio la lama mi schizzava in faccia o in basso sulla pancia...ahi mi fa male il dito a pensarci ma sono stata brava minkia so stata bravissima mi sono salvata. ho sette vite, sette vite come i gatti...un paio ne ho già giocate, e questa è un'altra.

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