«Divertentissimo» non direi, non di certo come prima chiave. E mi chiedo anche quanti siano gli studenti che, come dice la copertina Einaudi de La classe, hanno «riso fino alle lacrime». Perché non si tratta di un libro facile, che divori e ti ci rispecchi, e soprattutto i ragazzi e le ragazze di cui parla avrebbero belle difficoltà ad accedervi proprio linguisticamente. Le prime pagine sono addirittura ostiche, con il loro andamento fratto e l’abuso di impliciti. Poi ci si abitua al genere e si prosegue con agilità. Ma non ha niente a che vedere con una tradizione che va da Ex cathedra alle Mastrocola, con le macchiette, i dialoghi spiritosi, l’assurdo della vita d’istituto trattato bonariamente perché i ragazzi non lo sanno ma noi sì, che la vita è diversa ed è fuori, qua dentro si è ancora al riparo, ancora protetti.
Nel libro di Bégaudeau la rappresentazione è trattata più seriamente. Il vincolo rigido dell’unità di luogo, tutto dentro i muri dell’istituto,è spia della tensione formale che si pone come la vera cifra del libro. Certo racconta davvero la vita in classe, e l’autore, si sente, è stato a scuola con il calepino alla mano, registrando fedelmente battute, situazioni, episodi. Si sente, come si sentiva ne Il Sopravvissuto di Scurati, l’esperienza diretta dello scrittore: non potrebbero sapere altrimenti come ci si trovi a macinare simili azioni e stati d’animo. Solo che poi, in secondo grado, Bégaudeau si è messo a lavorare e rilavorare quel materiale, caricandolo stilisticamente finché la rappresentazione realistica si è torta espressionisticamente, rifiutandosi a qualsiasi assunzione facile consolatoria umoristica. E comportando un certo grado di disagio per il lettore, provocandolo a tentare le analisi e le riflessioni che nel libro, per quanto ovviamente scritto da una posizione critica tanto implicita quanto precisa, sono accuratamente omesse. Voilà un oggetto letterario che obbliga a riflettere e dire qualcosa sulla scuola, e questa è la radice reale del dibattito mediatico sollevato tanto in Italia che in Francia dal libro.
Il personaggio professore dal cui pdv è raccontato l’anno non ha dunque nessuna immediata rispondenza intimistica, non è fatto né per portare un messaggio né per l’identificazione, è una figura perfettamente presa entre les murs. Leggendo le prime sforzate pagine del libro, come sono sforzati gli inizi di tutti gli anni scolastici, potrebbe capitare a qualcuno che insegni di domandarsi che fine abbia fatto tutto il resto, l’altalena di abbattimento ed esaltazione, i momenti infami, va bene, e quelli luminosi pure, però. Oppure il dopo: l’attonimento, il rovello, la rimenata e da lì l’arrabattarsi pomeridiano più o meno fecondo per inventarsi altri modi. Lo studio, lo scazzo, i cartelloni, la porta chiusa alle spalle e salviamo assieme il salvabile. Poi magari continua a leggere, si ricorda, capisce che infatti è così né c’è da chiedere altro al libro quando nettamente ha disegnato la posizione: dentro i muri, in quegli spazi, in quelle forme, con quella struttura e quell’apparato alla fine tutto comunque viene tritato. (Alcuni ripensano alle volte in cui la lezione preparata, i materiali portati fino a quella scuola di merda non sono serviti a niente, le buone intenzioni spazzate da una giornata nera, nel delirio di incomunicabilità e irritazioni quando «i muri si sono avvicinati troppo e ci hanno stritolato» oppure quando, avendo pure dormito poco, la più frontale e ardua delle lezioni ha lasciato che «si aprissero cieli su cieli su cieli», e così è la vita). Perché così è davvero la scuola.
C’è poi da chiedersi se possano riconoscerla tutti i docenti disponibili a farlo o se, tra questi, soltanto quelli che abbiano lavorato nell’equivalente nostrano delle ZEP, le Zone d’Èducation Prioritaire in cui è compreso il collège del libro. In Italia si chiamano “Aree a rischio, a forte processo immigratorio e contro l’emarginazione scolastica”. Stanno tanto al Nord che al Sud, quasi sempre in periferia, con più problemi di immigrazione al nord e più di dispersione scolastica al sud. Non tutti gli istituti che hanno, come si dice in gergo, “platee” così difficili adottano il regime di area a rischio, perché comporta finanziamenti eccezionali nel quadro dell’autonomia ma a fronte di maggiore impegno dei docenti. È pieno di scuole medie e professionali che sono in “aree a rischio” ma non sono dichiarati tali; chi ne abbia esperienza troverà, volendo, baleni d’incontestabile identificazione con le pagine di Bégaudeau.
L’indice linguistico è sempre rivelatorio: lasciamo da parte chi è appena arrivato da lontano e la qualità d’accoglienza che potrebbe trovare qui, ma per il resto è così. Cosa vuol dire aiuola, tondeggiate, rischioso, irriducibile, finanziario? Acqua che scappa fra le dita, un mondo intero che si allontana rapidissimo fuori dalle finestre e ci lascia chiusi tra questi muri, a sbattersi tra i banchi, chi sgomento perché è troppo, chi incazzato perché che cazzo volete la vita la vita, chi fissa nello specchietto la freschezza splendida in cui sta sbocciando proprio adesso. Per chi sono fatti questi libri, di cui uno scarso 20% è decifrabile dai loro destinatari? Per chi sono fatte questa stanze luride e queste sei ore seduti? I vulcani, le centrali termoelettriche, l’indicativo, Mozart, le risorse naturali, la monarchia e la costituzione, il colonialismo la guerra fredda i numeri immaginari, apparecchiato così il sontuoso banchetto invita solo le arpie, spiccato il volo dal tetto dei palazzoni, a entrare dalla finestra e scagazzarci sopra. Merda alla merda, pensano i più svegli, prima di essere sospesi.
Su un settimanale femminile si legge che 200 alunni di un liceo del centro di Milano hanno assistito all’Anteo alla proiezione in anteprima del film di Cantet tratta da La classe e pare, ché non bisogna mai fidarsi dei referti giornalistici, se lo siano bevuto in silenzio totale, salvo poi trovare inammissibili gli atteggiamenti indisciplinati e aggressivi dei loro coetanei nonché lassista il professore. Gli adolescenti di un liceo di centro città possono essere in media straordinariamente conformisti, freschissimi, brillanti, a tratti anche dissacratori ma pure ciechi di un’abbagliante cecità, strutturata insidiosamente da un disagio del benessere, umano e cognitivo, molto più difficile da cogliere di quello dei fetentoni analfabeti di periferia, come mostra il libro tanto ben scritto quanto inutile di Andrea Bajani. Aggrappati ai loro paraocchi, come fanno le famiglie e come fanno i loro insegnanti. I quali in Francia almeno, si legge in rete, sono stati chiamati in televisione e sui giornali a decine, per dire che pensano del libro. E c’è stato chi sputava fiele, chi correggeva cauto, pochissimi che dicevano: rimanda al vero. In questo si crede che ci sarebbero poche differenze, tra i due Paesi.
Allora passi per le professoresse di Liceo ma tutti quelli che insegnano alle medie, da Rozzano a Bari vecchia, perché non dichiarano che ogni giorno è un fallimento, un equilibrismo sul filo dell’insensatezza? Di cosa si ha paura, che improvvisamente la scuola si smaterializzi come una piramide immensa e lasci un vuoto pneumatico che ci inghiotta tutti? Che milioni di ragazzini si riversino per strada senza più controllo né educazione, ponendo fine al progresso? Di guardarsi allo specchio e non riconoscersi più? I media martellano: è finito il prestigio, il ruolo, il mandato sociale, l’istruzione di massa è fallita, non siete pagati nulla e disprezzati da tutti, il sapere il mercato l’informatica. Categoria eterogenea e frammentata, i più organizzati interessati a tutto, dal giorno libero al voto decimale, dall’incentivo flessibilità ai punti per le zone di montagna, tranne che alla questione pedagogica vera cioè il problema culturale ossia politico della crisi. Negare sempre. Il registro in ordine.
Peraltro non sono così tremendi i professori rappresentati ne “La classe”, goffi sì, approssimativi, incerti, umanamente stravolti e perplessi per come devono incastrasi nel meccanismo con quelle vite incandescenti. Ma comunque giovani in media, non assenteisti né prepotenti né crassamente ignoranti. Nel grande carrozzone, da noi in Italia, non solo puoi incontrare qualcuno molto diverso da te che fa decorosamente il suo lavoro, puoi incrociare il diametralmente opposto che insulta il mestiere, persone ripugnanti, anche violente, scoppiate, mafiose, pesantemente disturbate. Sempre in ambito ZEP immagino, dove nessun genitore ha i mezzi o l’ardire di venire a domandare che cavolo sta facendo lei, che viene un giorno sì e uno no e detta soltanto. Un insegnante magari legge Bégaudeau e si chiede se la grande Francia e l’Èducation National siano state salde nel reclutare il personale, salvaguardando un livello minimo di decoro. Del resto si vede nel libro: hanno i consulenti pedagogici, gli esperti di orientamento, un’amministrazione non del tutto impazzita. Poi va a chiedere a chi ci sta e pare che forse no, non proprio, pure là un disastro. Però neanche come qua dove quelli che più se lo sentirebbero come vocazione e ambizione sono gli ultimi a sperare di entrare nella scuola, con decine di migliaia di precari sindacalizzati davanti e il di dietro sulle sedie delle sics siss sicsi, a rifare l’analisi del testo o la termodinamica, senza un laboratorio, un seminario, una discussione di gruppo, un tirocinio reale. Addestrati allo slang della programmazione, al pedagogismo buffonesco che vorrebbe far distinguere caratteri neri e caratteri blu, al burocratese.
Ne La classe manca ad esempio un tipo particolare di docente da Area a rischio. Tutti più o meno hanno “problemi di disciplina”, si beccano l’insulto, l’affronto o la rissa in aula. Tranne quello o quella dotati di una sorta di carisma nero, un talento innato che ti fa ripensare oscuramente ai procedimenti di destituzione dell’umano nella fenomenologia del Campo nazista (scherzo). Anche gli allievi più vivaci, figuriamoci gli altri, si smorzano, perdono voce e diventano straccetti pallidi, seduti e innaturalmente chini sul foglio a quadretti, fanno finalmente la classe. Non si riesce a definire che gelo, che disprezzo inarrivabile o che distanza radicale emani da tale professore, dato che non è mai un grande studioso o una vera personalità morale. Con tutto ciò a fine giornata non ne escono meglio dei colleghi, non sono meno logorati o affranti dall’insensato, i loro alunni non apprendono più di chi lavora sodo in mezzo al casino, investendo però sulla relazione. Con uguale amarezza chiedono il trasferimento dopo qualche anno.
Chi è disposto può riconoscere dunque nel libro francese l’inadeguatezza che hanno raggiunto nella scuola la vita e il senso, le parole e le cose. Bruciante. In un flash rivedi le scale, le grate alle finestre, la mattina imperturbabile di fuori mentre schiumi di rabbia trascinando Daniele, che ciondola insaccato nella tuta, fino in presidenza e nello stesso momento ti sdoppi e maledici, pupazzi coatti del meccanismo. E anche lui lo sa, che non accadrà niente, che non cambierà nulla né per la scuola né per se stesso. (Se pure dopo sei mesi, dopo venti incontri fuori di scuola in altre situazioni, abbiate toccato con mano il piacere di sapere come funziona quella cosa o quel posto, di sedere con altri adulti e farsi comprendere e riconoscere, comunque presto sarà solo di nuovo di fronte all’altra montagna assurda: le superiori). La scena della presidenza, dell’ “intervento educativo”: tutto significa il contrario di ciò che è oppure nulla. La forma stessa dell’istituto, i rapporti reali tra persone e cose: i ragazzi e le ragazze lo sanno oscuramente o in un’altra maniera ma lo sanno. Le valutazioni truccate, la beffa dei POF (la scuola dà, offre, prevede, ha il teatro, lo psicologo, il gemellaggio, pffff), i soldi di PON POR ecc. in progetti raffazzonati e fittizi, incentivi agli stipendi bassi. Non si muove una foglia. Il germe di una possibile alleanza forse è nell’Autenticità, nel convenire della qualità della menzogna e sulle possibilità concrete. Germe per un incontro reale, affacciato sull’alternativa, se no: tu e questa educazione a che mi servite – voi siete dei bruti ignoranti.
Ne La classe non manca infatti il momento dell’Orientamento. «La psicologa consulente per l’orientamento esponeva in dettaglio i percorsi possibili» (p.23), da una parte i licei dall’altra i professionali, le zone, gli indirizzi. Il professore osserva e conta mentalmente tutte le espressioni che sa per certo non trovano nessun referente nella comprensione degli alunni. Ma non interviene. Che cosa cambia? È il momento in cui si svela la caratteristica di Tritacarne o meglio di Setaccio brutale. L’insegnante della nostra area zep si dice che là almeno c’è un esperto esterno, un consiglio di classe dove se ne parla, almeno per dieci minuti a destino, per quanto vanamente. Qui nella maggioranza dei casi l’opzione automatica è il professionale più vicino, dove fare ancora più casino, una sorta di buco nero che li inghiotte a centinaia e da cui riemergeranno i pochi che avevano già un appiglio. Forse meno a pezzi le ragazze dei ragazzi infine, che a un certo punto tra maternità precoci, fidanzamenti, attitudine al sacrificio qualcosa tirano fuori.
Chi è stato in prigione ti dice che il meccanismo è scientifico: i più ribelli, i più raffinatamente resistenti, i più poveri e meno sostenuti dall’esterno precipitano in fretta in fondo alla scala, nei reparti peggiori, con le guardie più bestie. Sono paragoni da fare con delicatezza, istituzioni sì ma in totale molto diverse. Eppure questa analogia fra tutte, del setaccio, suggestiona di più.
È tutto un lavoro di forma, si diceva. Può anche irritare il dispositivo ripetuto da Bégaudeau di ritagliare volti e personaggi contro le scritte sulla felpa o i poster della sala professori. Eppure il vecchio Montale, sulla terrazza del Grand Hotel Abisso, non aveva visto male ritornando di continuo nei suoi ultimi Quaderni e Diari sulla figura degli uccelli presi nella rete di riflessi, fino a smarrire identità. «Love me twice» «Unlimited 71» «Poggio-reale» «Foot power» «Ghetto band» «Baci&Abbracci» «Puta madre» sui vestiti dei ragazzi. Sono abbozzi di adesioni temporanee, suggestioni tanto cieche quanto superficiali ma intanto esistono inquadrati in questa rete di riflessi di sé, messaggi che li rimandano a più piani, a esistenze varie ma nessuna reale, nessuna costruita assieme, fondatamente. La lingua ne risente, le rifrazioni non rispondono al saluto.
Non c’è ordine, né ponti con una lingua comune e vivente. Obiettivi educativi e obiettivi cognitivi: «valutare le proprie attitudini, saper ascoltare l’altro, rispettare i turni di parola, adoperare le categorie di anteriorità e posteriorità, comprendere un testo specialistico, essere consapevoli dei propri diritti e doveri», balle. Una retorica dell’occultamento, un progetto di civiltà che mostra la corda, la spinta etica della pedagogia soffocata prima ancora di apparire nella culla. Intanto il napoletano o il verlen mescidato di blede e rap, per quanto meccanizzati e progressivamente immiseriti si ancorano ancora tenuemente alla vita, alla cucina di mamma, alla partita di pallone e alle amiche. Hanno a che fare nella loro cieca oltranza agonistica coi corpi mutanti, ancora forti, di questi adolescenti coatti. In quell’inventiva bastarda da cui scaturiscono si intuiscono possibilità, altrimenti tutti da verificare, ma sono cieli su cieli, spazi che si aprono ad aver voglia di sudare.
Né il libro trascura di mostrare un altro tipo. C’è il cinese Ming, «tu sei ammirevole, tu sei un diamante, tu sei la prova della vita, il tuo cervello è un capolavoro e anche la tua anima lo è…»( p.190); c’è il bimbo rom affamato di sapere, che si trattiene in un riserbo composto per non fare mille domande, gli occhioni marroni, lucidi scintillano d’intelligenza. Si riesce bene o male, sempre meno di quanto sarebbe giusto, a dargli quello che domandano. Ma l’ostacolo non sono i compagni, il casino surreale della classe. Di questo i Ming fanno tesoro di conoscenza. È il resto che non funziona, perché, giocando a parafrasare la famosa Carta, parrebbe che interdipendentemente non esiste vera cura del meritevole che sceglie come lavoro il duro cimento dello studio se non esiste l’accesso di diritto alla conoscenze più avanzate del tempo per ogni persona secondo le sue possibilità, in modo da partecipare come lavoratore alla vita pubblica, senza ostacoli per la libertà e l’uguaglianza. Impensabile. Retorica, a questo punto, solo parole nel labirinto degli specchi.
Nel romanzo i docenti si mobilitano per sostenere la madre di Ming beccata senza permesso di soggiorno, dando una lettera firmata all’avvocato, che potrebbe poi dire (p.195): «A rischio di impelagarmi in considerazioni che esulano da quanto avviene tra queste mura, tale solidarietà mi ha convinto a difendere un caso che a priori, come lei, avrei giudicato indifendibile».
Una delle parti più grottescamente realistiche sono poi le lezioni di grammatica. Il cours di francese vero e proprio, raccontato nell’accurata piattezza di soluzioni didattiche. Un insegnante potrebbe ripensare a quando era alle prime armi e all’inizio presentava la grammatica come il nobile sapere delle categorie, logos è parola e ragionamento, se sai come parli sai come pensi, più sai più puoi. Si ritrovava alla fine di umore tetro e disgustato, dopo essersi trasformato in una sorta di aguzzino, che ripeteva nevrastenicamente, umiliando, urlando, un’ora di esercizi sulla differenza tra aggettivo e nome. Teste di legno. Ma chi ti racconta che ci sarebbe un altro modo, molto più faticoso molto più servizievole, soddisfacente per tutti, inventato già mille volte almeno a partire dagli anni 50 (prima la psicogrammatica montessoriana), quando tutto stava già per cambiare e poi da allora riscoperto e aggiornato moltissime volte. Chi te lo suggerisce e lascia sperimentare? E le maestre dove lo imparano, se alle medie arrivano che più della metà sillaba a stento e non ha una calligrafia leggibile?
In rete si legge un’intervista all’autore del libro in cui dice di aver avuto l’impressione, come studente, di aver riscoperto l’uso del congiuntivo a scuola, ma di averlo in realtà sempre saputo, lui figlio di insegnanti. Per chi non l’ha mai usato prima, e deve impararlo, dice lo scrittore, è ancora un problema pedagogico nuovo, ancora da affrontare. Ma così è un modo approssimativo di sollevare questioni complesse… Un voto, un libro, un maestro, dice un ministro italiano, e in effetti è tutto così disordinato che…
Nel libro ricorre la figura incongrua di un monco, che si stacca dagli angoli scuri dei corridoi e parla con voce profonda. Monco a volte, ora destro ora sinistro. Una sorta di coscienza liminale che si stacca dal doppio fondo della realtà e che una volta si manifesta sul pianerottolo deserto dove il professore è arrivato inseguendo un alunno in fuga (p.180). In quell’istante di pausa, che un insegnante potrebbe riconoscere (quando sei salito a ripescarlo al piano sopra e poi era già risceso dall’altro lato e ne hai approfittato per recuperare in due passi di silenzio la realtà positiva dell’essere vivo e lì con loro), succede nel libro che l’uomo monco si stacca dalla rientranza buia, piazza lo sguardo nel cervello del prof e dice: «È il prezzo da pagare. Non possiamo volere il numero e non volere il disordine. Non si può volere a metà. Bisogna solo dormire meglio e continuare a volere». Si vuole o non si vuole, è così. Ed è importante dormire bene, avere una cura integrale per mettere in campo un lavoro vivo, tenace, in questa inedita fisiologia del molteplice. Altri discorsi da proiettare sullo schermo dei muri, se davvero è un valore sapere leggere scrivere parlare e fare di conto bisogna voltarsi, guardare nello specchio e discernere, selezionare, riordinare quanto di meglio si è stati per offrirlo con un inchino al domani, cioè al meglio che si è. Trucchetti di mantica degli specchi; scarti concessi dal servizio concreto di apparecchiare come si deve un banchetto culturale. Dai chiostri delle università non esce niente, ma dentro si scrive che non esiste conoscenza senza integrare il cognitivo, l’affettivo, il percettivo in ambito intersoggettivo. Retorica ancora. In realtà è una mischia da spaccare le ossa, dove ognuno riconosce i suoi e sono state giocate già partite molto importanti, si chiamavano educazione attiva, avevano grandi maestri. Non c’è bisogno di ripartire da zero, è un altro ordine del discorso. Ma si vuole o non si vuole. «Invece è appassionante il rugby. Organizzare il caos per costruire potenza è appassionante» (p.125).
Così è un problema eminentemente pedagogico voire politico. Lì infatti va a battere dolentemente la polemica, che diventa in Francia attacco al pedagogismo e in Italia al ‘68. Intanto le ZEP dall’anno scorso non ci sono più, sono diventate RAR (Réseau ambition réussite, hanno fatto un salto dalla zona alla rete dopo aver inghiottito milioni e peggiorato i risultati. Da noi l’organizzazione per progetti si sta rivelando fallimentare, vengono scritti in un linguaggio del camuffamento che parte da un’altra stagione, è vero, si pensava che avesse a che fare con istanze di libertà e giustizia ma prima ancora di arrivare ad avere corpo si è fatto menzogna. Così rischiamo di buttare via tutto, bambini e acqua sporca assieme.
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